Argentina: Beni Naturali E Modello Produttivo
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Argentina: beni naturali e modello produttivo

Camion carichi di cianuro si muovono per le strade dell’Argentina, seguendo la rotta che va dal porto fino alla Cordigliera, per rifornire le miniere a cielo aperto di proprietà delle multinazionali. Ci lasciano il veleno e si portano via argento e oro. La parola ”  lisciviazione ” non è familiare a molti, tuttavia è necessario conoscerne il significato per comprendere il metodo impiegato dalle multinazionali del settore minerario negli scavi a cielo aperto. Questo a dispetto del fatto che si continuino ad avvelenare uomini, fiumi, suoli, montagne.
 

Si tratta del processo attraverso il quale, mediante un solvente liquido, si separa la materia desiderata dall’involucro che la contiene. Ad esempio, lo zucchero si separa dalla barbabietola per lisciviazione con acqua bollente e gli olii vegetali si recuperano attraverso l’impiego di dissolventi organici. Quando, però, il materiale da isolare – in questo caso dalla roccia – è l’oro, l’argento o altri minerali affini, la questione si fa più complessa perché il liquido dissolvente impiegato per la lisciviazione non è l’acqua calda né una sostanza organica bensì il cianuro di sodio: esattamente lo stesso veleno che utilizzavano i Borgia per combattere i nemici e che, ai giorni nostri, viene impiegato dalle multinazionali per le operazioni di lisciviazione dei materiali estratti dalla roccia. Una volta assolta la sua funzione di liquido dissolvente, il cianuro di sodio viene gettato nei fiumi e nei ruscelli, contaminando interi paesaggi e causando danni enormi alle comunità che vivono nelle vicinanze.
Secondo quanto stabilito dall’Insituto dell’Oro (Gold Institute, 1993), la produzione di oro ottenuta mediante lisciviazione è passata da 468,284 once nel 1979 a 9,4 milioni di once nel 1991. Per mantenere i livelli di produzione pari a quelli del 1991, sono stati lavorati con cianuro di sodio circa 683 milioni di tonnellate di materiale. Senza dubbio, nessuna attività industriale risulta essere tanto devastante come quella delle miniere a cielo aperto. Anche perché, oltre alla lisciviazione con cianuro, ci sono tantissimi altri fattori, connessi alle attività di estrazione e lavorazione dei minerali, che provocano disastri umani e ambientali. Vediamo di che cosa si tratta.
 
Paesaggi fantasma

Le miniere a cielo aperto sono quelle in cui i processi estrattivi avvengono in superficie, mediante utilizzo di grandi macchinari che straziano la terra, provocando enormi lacerazioni. Questo modello di attività mineraria è quello prevalente, a differenza delle miniere a cui, forse, siamo abituati a pensare: le miniere della generazione dei nostri nonni, quando gli operai erano costretti a calarsi in angusti tunnel sotterranei muniti di pala e piccone. Ebbene, questo secondo tipo di miniera va lentamente scomparendo, soprattutto per quanto riguarda l’estrazione di oro, argento, stagno, rame, ferro ecc.

A cielo aperto vengono rimosse grandi quantità di terreno anche se, spesso, il minerale è presente in bassa concentrazione rispetto alla terra effettivamente rimossa dalle macchine scavatrici. Per questa ragione i giacimenti sono formati da enormi crateri, che possono arrivare a 150 ettari di estensione e circa 200 metri di profondità. Per farci un’idea della devastazione che questo metodo di lavorazione comporta, possiamo dire che per estrarre appena 0,01 once di oro, le compagnie minerarie devono rimuovere e distruggere una tonnellata di terreno. Non importa che si tratti di boschi, montagne, pendici, conche idrografiche, suoli coltivati oppure abitati da comunità indigene.

Durante le fasi di lavorazione, oltre al cianuro di sodio, vengono utilizzati numerosi altri agenti chimici e tossici che si depositano nelle zone che circondano le aree di scavo, insieme ai detriti di roccia e alla terra sollevata e convertita in melma inquinante. Passano i macchinari e le montagne diventano pianure. Ruscelli di acqua limpida si seccano dopo essere stati indebitamente privati di milioni di ettolitri di acqua, poi riversati in altri corsi d’acqua con l’ “aggiunta” di cianuro e sostanze altamente tossiche. Una volta terminati gli scavi, il cratere diventa un lago artificiale, cambiando completamente la conformazione del paesaggio e le vette delle montagne si convertono in lande desolate. Le economie locali collassano e le popolazioni che vivono in quei luoghi non hanno altra scelta che quella di emigrare.
 
Chi protegge i ghiacciai? 
 

La questione dei ghiacciai è stata dibattuta in parlamento, tanto che lo scorso anno è stata approvata una legge che protegge i ghiacciai dalle devastazioni provocate dall’uomo. La legge, tuttavia, è stata bloccata dall’Esecutivo sulla base di istanze avanzate dalle autorità politiche delle province di San Juan, La Rioja e Catamarca, dove gli interessi delle multinazionali del settore estrattivo dettano legge, comprando volontà e decidendo gli orientamenti da seguire. In Argentina ma non solo, le mazzette delle multinazionali sembrano essere la moneta corrente.  

La quantità di denaro investita dalle grandi compagnie nel settore minerario è impressionante: insieme agli idrocarburi e ai farmaci, si tratta di una delle attività industriali che genera maggiori guadagni. Secondo i dati della Segreteria Nazionale delle Miniere, tra il 2003 e il 2007, il totale degli investimenti è aumentato di circa otto volte, passando da 660 milioni a 5600 milioni di dollari. Tanto per fare un esempio: la multinazionale canadese Barrick Gold, la più grande multinazionale dell’oro che vanta azionisti del calibro di George W. Bush, ha in programma di investire 3600 milioni di dollari, nel corso del 2009, per lo sfruttamento dei giacimenti di Pascua Lama, lungo la frontiera con il Cile, a 5500 metri di altezza. Questi investimenti beneficiano di scandalose agevolazioni fiscali, grazie alla Legge sugli Investimenti  ( Ley Nacional 24.196 )Minerari voluta dal governo di Menem, la quale impedisce allo Stato di sfruttare le risorse minerarie nazionali: solamente i detentori di capitale privato possono farlo. Sembra incredibile ma è la realtà dell’Argentina: si tratta, forse, dell’unica legge che impedisce tassativamente a un governo nazionale di intervenire sugli affari riguardanti le ricchezze del proprio territorio, a esclusivo vantaggio delle multinazionali del settore estrattivo.  

Catamarca è stata la prima provincia a “ospitare” un mega-progetto per l’estrazione dell’oro e del rame: Bajo La Alumbrera, di proprietà delle multinazionali Xstrata Plc (Svizzera), Goldcorp e Yamana Gold (Canada). Le attività sono iniziate nel 1997 e oggi Bajo La Alumbrera è la miniera più grande del paese. Dall’inizio dei lavori, le denunce per contaminazione si sono succedute senza interruzione: altissivi livelli di tossicità delle acque, contaminazione dei suoli, gravi danni alla flora e fauna locali, cambiamenti climatici, distruzione del paesaggio della Cordigliera, fuoriuscita di sostanze velenose dal mineralodotto che attraversa per 316 km il tratto di strada che va da Catamarca a Tucuman ecc.
Oggi la popolazione si guarda allo specchio de La Alumbrera per accertarsi del futuro che li aspetta.
 
NO alle miniere

E’ stato nella cittadina di Esquel, provincia di Chubut, che l’industria mineraria ha subito un primo grande scoglio. La popolazione locale, dopo la creazione di una assemblea multisettoriale, ha indetto una consultazione popolare che, nel marzo 2003, rispose con un chiaro e vigoroso “NO” alle multinazionali minerarie. Tutto questo ha portato alla promulgazione della prima legge, a livello di legislatura provinciale, di divieto dell’attività mineraria a cielo aperto. A partire da allora, si sono moltiplicate assemblee cittadine, mobilitazioni multisettoriali, azioni promosse dalla CTA ( Central de los Trabajadores Argentinos, ndr) e altre forme significative di protesta contro la distruzione ambientale provocata dalle grandi miniere.

Tra il 2003 e il 2008, grazie all’articolazione di proteste a livello regionale, si unirono alla lotta altre sette province minerarie che decretarono, per legge, la proibizione di scavi minerari a cielo aperto. Attualmente esistono 70 assemblee di vecinos autoconvocados e continuano ad aumentare le comunità consapevoli dei rsichi connessi con l’attività mineraria e i mega-progetti estrattivi. Lo scorso 11 maggio più di 1500 persone con bandiere, striscioni, cartelloni e tanta indignazione hanno marciato da Juella a Tilcara, nella provincia di Jujuy, chiedendo la chiusura delle miniere a cielo aperto di uranio e riaffermando la loro ferma volntà di difendere la terra, l’acqua e l’aria di Quebrada de Humahuaca. L’obiettivo era quello di resistere “grazie alla forza che ci viene dalla difesa della nostra terra e delle nostre famiglie, della nostra salute e del futuro dei nostri figli, delle forme di vita che appartengono alla nostra comunità e della cultura del nostro popolo, della Madre Terra”.

La lotta è iniziata. La protesta delle comunità indigene dell’Amazzonia peruviana contro i progetti di sfruttamento delle multinazionali rappresenta un importante momento storico. In Argentina, tuttavia, sono ancora numerosi i progetti in cantiere per l’installazione e la costruzione di impianti: Agua Rica, nella provincia di Catamarca ( un mega-progetto grande tre volte quello di La Alumbrera), Famatina, a La Rioja e Pascua Lama nella provincia di  San Juan. Nel frattempo, dopo la vittoria di Esquel, non sono state più permesse consultazioni popolari. Inoltre i governi provinciali di San Juan e La Rioja stanno esercitando forme gravi di censura per evitare che si conoscano i danni provocati dalle miniere a cielo aperto: un chiaro segnale degli interessi economici che accomunano i funzionari governativi delle due province con le multinazionali. Sotto questo mantello di omertà e complicità vergognosa, lo sfruttamento a cielo aperto continua silienzioso e apparentemente inarrestabile, come una delle espressioni più spietate del capitalismo.
 
La distruzione di Pascua Lama

L’impresa canadese Barrik Gold ha ratificato che presto darà inizio ai lavori nella miniera di Pascua Lama, con l’approvazione dei governi cileno e argentino. Se la popolazione non riesce a bloccare l’avanzamento del progetto, i risultati saranno catastrofici: distruzione di montagne e ghiacciai per permettere l’estrazione di circa 800000 once di oro ogni anno, oltre 35 milioni di once di argento una volta che avviati definitivamente i lavori di scavo. Pascua Lama si trova sulla Cordigliera delle Ande, al confine tra Cile e Argentina: si tratta del primo progetto minerario transfrontaliero. La multinazionale canadese estrarrà argento e oro, Argentina e Cile rimarranno con suoli e acque contaminate, la Cordigliera violentata, senza il ghiacciaio di Pascua Lama e senza le incredibili ricchezze paesaggistiche e naturali della zona.

Secondo quanto si legge nel rapporto consegnato dalla stessa Barrik Gold al governo della provincia di San Juan, lo sfruttamento di Pascua Lama richiederà in 3 anni:
– roccia rimossa con esplosivo : 1806 tonnellate, ossia 4 tonnellate di roccia ogni grammo di oro
– acqua: 135 milioni di m3 (135000 milioni di litri)
– cianuro di sodio: 379.428 tonnellate
– esplosivo: 493.500 tonnellate
– gasolio: 943 milioni di litri
– nafta: 19 milioni di litri
– lubrificanti: 57 milioni di litri
– elettricità: 110 MW in media di potenza a partire dal terzo anno
 

di Arturo M. Lozza
 
Fonte: www.agenciacta.org.ar

Per maggiori informazioni sul megaprogetto minerario della Barrik Gold a Pascua Lama: