Amazzonía, Bolivia. Da Terra Di Nessuno A Terra Di Tutti.

Amazzonía, Bolivia. Da terra di nessuno a terra di tutti.

 

 

di Pablo Cingolani – Quando i ricchi e i potenti deforestano, tolgono il cibo di bocca ai figli dei poveri. Non è difficile capire quindi che il problema della terra, del territorio e della difesa dei boschi è il motivo fondamentale del massacro dell’anno scorso a Pando, in Bolivia. Sono in campo due visioni antagoniste del mondo. Uno Stato, come il nostro, pioniere nel mondo nel riconoscimento dei diritti dei popoli indigeni e delle comunità contadine, deve urgentemente prendere una posizione concreta, creativa ed effettiva sulla questione amazzonica. Non è sufficiente il fatto incontrovertibile di aver fermato la mattanza cominciata un anno fa: bisogna mettere fine al sistema, all’apparato ed alla sovrastruttura che fanno sì che perdere la vita in Amazzonia sia un fatto normale, abituale, prevedibile.


Nora Montero è la vedova di Bernardino Racua, il dirigente indígeno dei contadini di Pando assassinato quel nefasto 11 settembre dello scorso anno a Porvenir in un vergognoso massacro del quale divenne l’emblema.
Bernardino era discendente di Bruno, l’eroe tacana della Guerra del Acre per il caucciù amazzonico, ed un leader agrario rispettato da tutti i suoi. L’11 settembre 2009, la sua immagine era esibita nelle poleras della gente e nei manifesti che caratterizzavano lo scenario dove si sarebbe commemorato il primo anniversario della mattanza.

C’era attesa. Evo sarebbe venuto a presiedere la cerimonia. C’era anche molta paura: si diceva che i sicari dei terratenenti sarebbero tornati a uccidere. C’era anche divisione: il governo – con la sua inerzia nel mettere a giudizio i colpevoli del massacro – non era riuscito a convincere tutti i contadini ad un atto unitario. In quei medesimi momenti, si stava realizzando una concentrazione simile nel municipio di Filadelfia.

Però Nora era lì, accompagnata da alcuni dei suoi figli e familiari, camminando nervosa per le strade polverose di Porvenir. La località si era riempita di militari che avevano armato diversi cordoni di sicurezza che bisognava oltrepassare fino ad arrivare al campo e ai gradoni dove si sarebbe effettuata la cerimonia. In uno scenario laterale, il chaqueño Luis Enrique Jurado ed i musicisti di Negro y Blanco provavano gli accordi delle loro canzoni. Un oratore tentava di convincere la gente – circa trecento persone – ad animarsi, raggrupparsi, gridare alcuni slogan. L’impresa era ardua: la paura impregnava tutto. Si poteva avvertire negli occhi della gente; si toccava, si respirava. Molti degli esecutori della mattanza, molti di quelli che avevano sparato ed assassinato a piene mani, vivevano lì, a Porvenir stesso. E ancor peggio: si facevano vedere, mostravano i loro volti. Un anno dopo, senza giustizia per i massacrati, avrebbero fatto risplendere nuovamente le loro grinfie.

Tra la gente che andava e veniva aspettando Evo, abbiamo visto Nora. Un giornalista della televisione pubblica la stava intervistando. Aspettammo lì vicino fino a vederla in faccia. Era disperata. Abbiamo registrato ciò che ci ha confessato davanti alla videocamera: durante la precedente intervista, qualcuno la stava osservando. Una svida. Una minaccia. Una provocazione. Era l’assassino di suo marito. Era l’assassinmodi Bernardino.

Arrivò Evo e cominciò la cerimonia. Nora era seduta a lato del presidente del primo Stato Plurinazionale del mondo per tutta la durata dell’evento. Chiamata a parlare, non riuscì a farlo. Riuscì solo a dire qualche parola smozzicata, mentre le sue lacrime non smettevano di cadere. Si sarà accorto evo del perché Nora piangeva senza sosta?

Mentre succedeva tutto questo, il prefetto militare messo lì dal governo faceva un discorso per far felice il suo capo, ed Evo ripeteva la storia dell’ingiustizia contro i popoli indigeni e le comunità contadine però non diceva una sola parola sulla situazione di angustia che si continua a vivere a Pando, mentre i musicisti cantavano le loro canzoni che parlavano di patria, di liberazione e di unità; alcune di queste, molto conosciute, sicuramente le stavano intonando anche i massacratori che giravano liberi a pochi metri dal palco del presidente, un uomo, un altro dirigente contadino, andava con un fiscal, casa per casa di Porvenir, per notificare gli accusati di omicidio.  Nessuno era contento di mostrare il volto e, in verità, bisognava avere fegato per farlo.

Da quando si è saputo della candidatura di Leopoldo Fernández Ferreira, la massima autorità politica quando avvenne il massacro, detenuto ora preventivamente a La Paz per la sua responsabilità nello stesso, alla vicepresidenza dello Stato, accanto all’ ex capitano Manfred Reyes, il clima politico dell’unico dipartimento integralmente amazzonico della Bolivia è diventato irrespirabile.

Se c’era un’altra umiliazione che contadini e indigeni di Pando dovevano sopportare, era questa. Molti sono quanti temono il peggio per il prossimo 6 dicembre: che gli assassini dei loro fratelli vincano nelle urne. Alcuni si rassegnano. Altri pensano che si dovrà affrontarli. Tutti sono d’accordo nel segnalare le responsabilità del governo: ad un anno di distanza dal massacro, la situazione a Pando non è cambiata. L’impunità, l’odio, l’intolleranza continuano, regna l’atmosfera di terra di nessuno. Le cause della mattanza, le strutture del potere latifondista ed economico del dipartimento più isolato del paese non sono cambiate.

 


*  *  *

Andiamo al dipartimento di Pando. Fu creato ne l938 sui territori di quello che prima si chiamava Territorio Nazionale delle Colonie, e prima ancora l’Acre quando i Signori del Caucciù si credevano padroni di tutto. Quando cominciarono ad arrivare, alla fine del XIX secolo, cominciò questo disprezzo degli indigeni che continua ai giorni nostri.

Milioni furono massacrati e schiavizzati per lavorare nelle piantagioni di gomma. Settanta anni dopo la fine del boom del caucciù, cominciò ad apparire il latifondo, il nuovo nemico degli indigeni, dei contadini e della selva.

I latifondisti, seguendo il nefasto esempio del loro vicini brasiliani che negli anni ’70 e ’80 del secolo scorso cominciarono azioni allucinanti di deforestazione massiva del bosco negli stati di Acre e Rondônia per dedicarli all’allevamento (e dopo alla soia e all’agrobusiness), radono al suolo senza vergogna la selva per renderla pascolo e mettere a ruminare qualche vacca che giustifichi il possesso di migliaia di ettari.

Questo processo di devastazione del bosco danneggia in maniera persistente e grave le comunità indigene e contadine che dipendono dal bosco per la loro sopravvivenza, essenzialmente basata sulla raccolta di castagne, unico prodotto commerciabile e che sostiene un’economia popolare di bassi redditi però base di un modello alternativo di sviluppo con preservazione ambientale.

Per questo ogni metro quadro che i terratenenti radono al suolo, attraverso incendi incontrollabili (chiamati chaqueos, è un metro quadro che strappano per sempre agli abitanti tradizionali del monte e al loro lavoro estrattivo e di protezione del loro ambiente, dal quale si nutrono. Letteralmente, quando un ricco e potente deforesta, strappa il cibo di bocca ai figli dei poveri e degli umili.

Non è difficile capire il conflitto, non è difficile capire quindi perché il problema della terra, il territorio e la difesa del bosco è il motivo fondamentale del massacro dell’anno scorso. Sono due visioni antagoniste.

Una, quella dei poveri, difende la vita, quella del bosco amazzonico e pertanto la loro stessa però anche di tutti noi, quella del mondo intero. Se la deforestazione continua, il cambiamento climatico si aggraverà e tutti ne patiremo le conseguenze.

L’altra, che si allaccia all’offensiva transnazionale contro l’Amazzonia (che ha i suoi emblemi nelle grandi opere infrastrutturali promosse dal governo brasiliano di Lula come le mega dighe del Rio Madera e la Transoceánica –o le future dighe del Inambary in Perú e della Cachuela Esperanza in Bolivia, promosse anch’esse dal mandante brasiliano) cerca di distruggerlo e vuole la morte di coloro che si oppongono, se necessario. La stessa morte che toccò in Baguá-Perú agli indigeni che si opponevano ai lavori minerari e petroliferi. O la morte recente di un indigeno avvenuta in Ecuador.

Quindi voliamo sulla geografia del dipartimento di Pando: per vedere la dimensione della devastazione. Siamo stati con un piccolo Cessna della Fuerza Aérea Boliviana, accompagnati da un giovane dirigente contadino. Partiti da Cobija, la capitale pandina, seguiamo il corso sinuoso del  Río Acre in direzione Bolpebra; da li torniamo seguendo i meandri del río Tahuamanu, sorvolando il Porvenir della mattanza, e poi continuiamo a sorvolare il cammino verso Puerto Rico e Conquista.

Quel che vediamo è spaventoso e molto, troppo triste. Come vorrei che il lettore vedesse il danno che già è stato fatto alla selva e lo avvertisse stringergli il cuore. Sorvoliamo distretti interi dove il paesaggio è desolato: la terra bruciata, secca, giallognola, ricorda più il deserto del Sahara che una regione che fu disputata perché ospitava la maggior quantità di alberi di caucciù del mondo.

Non solo era evidente la deforestazione, ma anche la desertificazione; vediamo troppi ruscelli che già non esistono più, cicatrici di un cadavere di quello che prima era foresta. Alcune fattorie che sorvoliamo – i cui proprietari sono referenti del potere civico e politico che fermò il massacro dell’anno scorso- ricordano le immagini che si vedono nei film nordamericani: verdi praterie dove pascolano mucche mansuete… se gli piace tanto giocare a fare i cow boy, perché non se ne vanno in Texas?

Torniamo carichi di  impotenza a Cobija, innervositi da tanta illegalità, con dieci o più incendi negli occhi, con immagini che non dimenticheremo mai e una certezza: devono finire i discorsi sulla difesa della Madre Terra nei convegni internazionali se non si passa all’azione. C’è un disastro ambientale evidente a Pando, ed è opera dei terratenenti ed Evo dovrebbe punirli.

Di quali diritti della Madre Terra parliamo quando ogni inverno la si calpesta senza misura, si deforesta illegalmente, si seccano ruscelli, si inquinano fiumi, si uccidono migliaia di animali, si distrugge inesorabilmente la selva? I locali si disperano: non solo li ammazzano a pallottole, li ammazzano poco alla volta ogni volta che si brucia un albero.

Dall’alto, la terra di nessuno, dove impera la legge del più forte e nessun’altra, si vede più chiaramente come è. Un crimine di lesa umanità, come ha detto UNASUR, come fu anche il massacro in cui ammazzarono Bernardino e il resto dei compagni.

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Se quanto narrato fin qui non basta per abbozzare il panorama tragico che si vive a Pando, basti annotare il dramma del saccheggio del legname nelle province più lontane del dipartimento. La definitiva terra di nessuno.

Durante l’auge del neoliberalismo, i governi si affannavano a proclamare che la Bolivia era il paese che possedeva più boschi certificati nel mondo e che Pando era quasi il paradiso: più del 90% della sua superficie era intatta .niente di tutto ciò è evidente quando si va a Federico Román, la provincia più lontana della capitale pandina ,alla quale si arriva solo dalla città di Riberalta, il santuario dei barraqueros, i proprietari delle imprese dedicate alla raccolta di castagne ed allo sfruttamento del legname, situata nella provincia Vaca Diez del dipartimento del Beni.

Un bivio della strada non pavimentata che la unisce alla città di Guayaramerín permette l’ingresso a Cachuela Esperanza, antica sede della Casa Suárez, i cui edifici storici permangono lì per ricordarci l’epoca obbrobriosa degli anni dell’auge della gomma, e che saranno inondati, insieme a tutta la popolazione, ora dedita al turismo (le cachuelas –rapide del fiume – sono spettacolari e le spiagge molto belle) dal concretarsi del progetto idroelettrico di cui sopra.

Qui si incrocia il  río Beni. Se uno ha molta fortuna, lo farà all’altezza del malmesso pontile della prefettura. Altrimenti dovrà pregare che lo attraversi al moderno e rapido pontile dell’impresa di legnami Bolivianas Etienne, Mabet nell’acronimo, che trasporta decine di camion al giorno. Camion che trasportano legna. Senza nessun controllo tranne quello dell’impresa stessa. Attraversando il fiume, entriamo nel dominio dei Signori del Legno, con la loro polizia, le loro dighe, i loro sbarramenti. Un paese nel paese. La concessione forestale si chiama, ironicamente, Los Indios.

In questa concessione forestale – che dovrebbe essere in corso di abolizione, data la nuova Costituzione Politica dello Stato Plurinazionale – che anche sotto le leggi vigenti nello stadio neoliberale consente solo il diritto all’uso del bosco per l’estrazione di legna e nessun tipo di diritto proprietario sulla terra e ancor meno la restrizione del diritto di libero transito e circolazione sul territorio sovrano della Bolivia – ci si comporta come se fosse ancora vivo Nicolás Suárez.

Pochi chilometri dopo essersi lasciati alle spalle Puerto Consuelo – dove sbarca il pontile e si rientra nel dipartimento di Pando-, si trova il portone dell’impresa che chiude completamente la strada. Dentro, una casetta di polizia di sicurezza privata i cui incaricati sono responsabili di registrare tutto quello che entra in quella che secondo loro è “proprietà privata”, inclusa la strada stessa. Da subito, ci neghiamo alla registrazione. Siamo stati ugualmente avvertiti degli orari di ingresso e uscita.

Qui comincia la terra di Mabet nella terra di nessuno. Quattro ore di cammino nell’interno (abbiamo visto i cartelli di altre due concessioni: Río Negro, anch’essa di Mabet, e  San Joaquín) e arriviamo al rio Negro, una arteria fluviale che connette tutto l’oriente del dipartimento e sfocia nelle acque internazionali del Río Abuná, límite sottilissimo tra Bolivia e Brasile.

Se la presenza di guardie private e di sbarramenti nei sentieri già era sufficiente per indignarsi, ciò che vediamo nel rio Negro è inquietante: l’impresa ha costruito una diga di tronchi e terra per far passare i camion, interrompendo il corso normale dell’acqua, della sua vita animale e quella degli abitanti delle rive.

L’acqua stagnante è il rifugio di uno dei titani della selva, che già si era preso la sua prima vittima: un giovane castagnaio, del quale nessuno sapeva il nome visto che sono centinaia coloro che si immergono nel bosco ad ogni stagione di raccolta, divorato da un’anaconda alla fine dell’estate. La notizia di questa morte non è stata pubblicata nei giornali.
 
Quando abbandoniamo la Concessione Los Indios, ci sono ancora motivi per sorprendersi. Andiamo alla casetta di Polizia Nazionale di Puerto Consuelo a lamentarci e denunciare quel che succede nel Paese della Legna dentro il paese chiamato Bolivia.  Uno dei poliziotti comincia a segnalarci a due persone dicendo che si tratta di narcotrafficanti, altro male endemico dell’Amazzonia. Si riporta, più o meno rettelarmente, il seguente dialogo:

– Tu sei qui a far rispettare la legge, giusto?

– Sí, certo.

– E allora, se sono narcotrafficanti conosciuti, perché non li catturi?

– Perchè qui ammazzano. E non è per me che ho paura, ma per la mia famiglia, signore.

Zona Roja: verità che lacerano la coscienza nella terra di nessuno; verità che tutti sanno e poco contano nella terra di nessuno. Verità della terra che dovrebbe smettere di essere di nessuno e tornare ad appartenere a coloro che sempre l’hanno curata, perché fosse la casa di tutti.
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Fin qui questa cronaca urgente basata su un viaggio di un mese per documentare lo stato dei diritti umani, sociali e ambientali nel nord amazzonico boliviano.
 
Ciò che ci aspettavamo terribile si è rivelato temibile, crudo e straziante. La necessità di Stato (al di là del diritto astratto dello Stato che proclama Álvaro García Linera si fa ogni momento più evidente.

Uno Stato, come il nostro, pioniere nel mondo nel riconoscimento dei diritti dei popoli indigeni e delle comunità contadine, deve urgentemente manifestarsi in maniera concreta, creativa ed effettiva nella vastità amazzonica. Non è sufficiente il fatto incontrovertibile di aver fermato la mattanza cominciata un anno fa: bisogna mettere fine al sistema, all’apparato ed alla sovrastruttura che fanno sì che uccidere in Amazzonia sia un fatto normale, abituale, prevedibile.

L’unico modo in cui questa presenza imprescindible di uno Stato a favore della vita sia piena, consiste nel disattivare la persistenza di uno stato di cose dominato dal terrore e dal potere terrateniente e nel favorire la preminenza assoluta dei diritti umani, ascoltando la voce delle vittime, che è la forma più liberatoria della protezione.

Se Evo ascoltasse le organizzazioni sociali di Pando, se concertasse le politiche dipartimentali con loro, comincerebbe un cambiamento in Amazzonia. Il cambiamento che anela tutto il popolo amazzonico.

Altrimenti, torneranno i verdugos e i fiumi della selva torneranno a tingersi di rosso. Altrimenti, la terra di nessuno sarà più lontanta che mai e il destino dei contadini e degli indigeni di Pando sarà solo nelle loro mani. E da loro, e voglio che questo si capisca e si assuma profondamente, non dipende solo il loro destino, ma anche il nostro.

Nella terra di nessuno si gioca il destino della Terra di tutti.

 

www.ecoportal.net

Pablo Cingolani
Río Abajo, 6 ottobre 2009-10-27

 

Traduzione di Alice Pelosi