Al Crocevia Della Crisi Globale

Al crocevia della crisi globale

crisialimentiNel terzo trimestre del 2008 la crisi immobiliare che ha cominciato a manifestarsi negli Stati Uniti nei primi mesi del 2007, si è  trasformata in una grande crisi finanziaria, con effetti sistemici. A tutt’oggi, nonostante le enormi perdite nei mercati finanziari e l’ elevato costo dei riscatti e delle iniezioni di liquidità effettuate dalle banche centrali e dai governi, l’instabilità finanziaria è ben lungi dall’essere conclusa. Inoltre, nel secondo trimestre del 2008, è iniziata una recessione globale.La crisi economica e finanziaria è solo uno dei quattro processi di crisi con i quali si scontra il mondo attuale. Accanto ad essa si intrecciano altri processi di pari o superiore importanza  come la crisi ecologica (che mette in evidenza i problemi del riscaldamento globale), la crisi energetica che indica i limiti di un paradigma e un consumo di energia basato sull’uso e l’abuso di combustibili fossili, e la crisi alimentare. Si tratta quindi di un unica e multiforme crisi. Vi è, in molti modi, la crisi di quello che Braudel chiama “civiltà occidentale”.

Quando durante l’ultimo trimestre del 2007 la crisi finanziaria si è fortemente manifestata negli ­Stati Uniti, in alcuni ambienti vi era  l’errata convinzione, il mito che alcuni paesi potessero “scollegarsi” dagli effetti della stessa. Si diffuse l’idea che anche nel caso di una recessione degli Stati Uniti, il ciclo di crescita economica mondiale sarebbe stato  mantenuto da Unione Europea, Asia, così come i paesi emergenti sarebbero potuti continuare a crescere.

Ben presto divenne evidente che tale opzione non esisteva, tanto meno nell’economia globalizzata di oggi. In un precedente studio (Guillén, 2009) sostenni che la crisi si sarebbe stat a globalizzata per due motivi: in primo luogo, perché la bolla immobiliare non è stato un fenomeno statunitense, ma  ha riguardato molti paesi e, in secondo luogo, perché il coinvolgimento nell’orgia delle cartolarizzazioni  e derivati ha incluso anche le banche e gli intermediari finanziari in Europa e in Asia. Inoltre, è difficile scindere in un mondo più integrato che mai, dagli scambi e dai flussi finanziari. Né è possibile prevedere il disaccoppiamento nel contesto di una “architettura” della finanziaria globale in cui gli Stati Uniti hanno agito come “acquirente di ultima istanza” per finanziare i loro deficit (di bilancio e della bilancia dei pagamenti), attraverso il risparmio esterno. In altre parole, non è possibile aspettarsi che i vagoni continuino ad andare, quando il motore si ferma.

È possibile che alcuni grandi economie come la Cina o l’India, resistano meglio alle devastazioni della  crisi e gestiscano meglio la loro crescita. Tuttavia, l’aumento dei loro prodotti interni avverrà ad un tasso molto più lento,  sempre se saranno  in grado di riorientare le loro strategie di sviluppo nei confronti dei loro mercati interni.

La maggior parte dei paesi sono entrati in recessione, o lo faranno nei prossimi mesi. Questo è un fenomeno diffuso e profondo e certamente la più grande contrazione dopo la guerra. Essa riguarda gli Stati Uniti, l’Unione Europea, il Giappone, i paesi dell’Asia orientale e una serie di cosiddetti paesi emergenti della periferia. L’America Latina non fa eccezione.

La crisi mondiale colpì l’America Latina, quando la regione stava emergendo da un periodo di forte espansione economica degli ultimi decenni. Secondo l’ECLAC, il PIL della regione è cresciuto ad un tasso medio del 5 per cento all’anno tra il 2003 e il 2008, il che significa un aumento medio superiore al 3 per cento nella produzione pro capite, un risultato non raggiunto, dal tempo del modello di sostituzione delle importazioni (l’ECLAC, 2008: 13). Alcuni paesi come il Venezuela e l’Argentina hanno avuto un percorso migliore, con tassi di crescita superiore all’8 per cento per diversi anni consecutivi.

I risultati economici dell’America Latina sono dovuti in certa misura al sostanziale miglioramento in termini di scambi commerciali, alla crescita del volume delle esportazioni ed all’aumento dei prezzi dei prodotti primari durante il periodo di riferimento, ma anche per molti paesi , come quelli sopra citati e altri, all’abbandono delle prescrizioni del Washington Consensus, alla ricerca di strategie alternative di sviluppo e all’attuazione di una  politica monetaria, fiscale e salariale attiva.

La recessione è iniziata in America Latina nel corso del quarto trimestre del 2008. Nonostante questo ancora nel dicembre 2008, l’ECLAC prevedeva per il 2009 una crescita del PIL del 1,9 per cento. Tuttavia, nel mese di aprile 2009 la stessa agenzia stimò una contrazione del 0,3 per cento (ECLAC, 2009a), ed in giugno la modificò ad una maggiore del  -1,7% (El Financiero, 2009). l’FMI e la Banca mondiale concordano sul fatto che la regione entrerà in recessione e questo avrà ripercussioni su economie importanti come quelle di Brasile, Messico, Argentina, Cile e Colombia. Nel corso del quarto trimestre del 2008, in Messico, Brasile, Argentina e Cile si sono  registrate diminuzioni del PIL annuale rispettivamente  del 10,3 per cento, 13,6 per cento, 8,3 per cento e 1,2 per cento. Nel primo trimestre del 2004, le cadute si sono mitigate in Brasile, Cile e Argentina, ma acutizzate in Messico per registrare un calo annuale senza precedenti del 21,5%.

Contrariamente a quanto hanno affermato diversi portavoce, la crisi in America Latina non proviene dall’esterno. Sin dalla crisi del debito estero degli anni ottanta, i nostri paesi sono stati inclusi passivamente nella globalizzazione neoliberale, e  tale inclusione è la causa principale della stagnazione economica sperimentata nel corso degli ultimi decenni. Ora che la crisi globale sottolinea i limiti della globalizzazione, è evidente l’impossibilità di mantenere un modello di accumulazione dominato dalle esportazioni e  sostenuto dalla restrittive politiche monetarie e fiscali. La migliore conferma del fallimento del modello neoliberale è caratterizzata dal fatto che i paesi che sono riusciti a superare la stagnazione nel precedente periodo di espansione, sono stati quelli che hanno lasciato il Washington Consensus  e testato strategie alternative di sviluppo. Un’altra cosa è che, a causa della sua profondità la crisi  sta colpendo tutti i paesi della regione, indipendentemente dal tipo di sviluppo adottato.

Secondo ll’ECLAC (2008), i principali meccanismi di trasmissione della crisi sono stati il deterioramento dei termini di commercio, il calo delle rimesse e il massiccio ritiro di flussi di capitali privati nei mercati finanziari. L’agenzia multilaterale (2008: 22) ritiene che i termini del commercio per la regione si ridurranno del 15 per cento per il 2009. I prezzi delle principali materie prime con la crisi è crollato. Nel febbraio 2009, i prezzi erano scesi rispetto al picco di espansione, come segue: del 51 per cento il petrolio, del 18 per cento i prodotti alimentari, del 50,6 per cento il riso, del 47,9 per cento il  mais e frumento, del 41,9 per cento i metalli del 49 per cento e 37,9 per cento il  rame. In caso di calo delle rimesse dei migranti, la maggior parte dei paesi colpiti sarebbero  Messico, Bolivia, Ecuador e la maggior parte dell’America centrale e dei Caraibi.

Tuttavia, il fattore che probabilmente ha più  colpito le economie latino-americane, in particolare quelle più legate ai canali finanziari internazionali,  è stato l’improvviso ritiro di flussi di capitali esterni. L’Istituto della finanza internazionale,  controllato dall’FMI prevede che i ricavi di private equity nei mercati emergenti diminuirà a 165,000 milioni di dollari nel 2009, un forte ribasso di contro  ai  466,000 milioni del 2008 ed al record storico di 929,000 miliardi di euro nel 2007. Il deflusso di risorse dai mercati monetari e dei capitali dagli strumenti più sicuri, come buoni del Tesoro Statunitensi, hanno colpito non solo le scorte  e gli altri indici finanziari variabili nella regione, ma  ha provocato forti svalutazioni monetarie e la notevole svalutazione della moneta, nel caso del Messico e Brasile, le due maggiori economie della regione. Dal luglio 2008 al febbraio 2009, la svalutazione del real brasiliano e del peso messicano verso il dollaro è stata del 30,5 per cento in entrambi i casi. Mentre in Cile e in Argentina si attesta rispettivamente fra il 15,2 e 14,9 per cento. Poi, sia in Brasile e il Messico si è registrato un recupero sulle loro valute . Nel caso del Messico il recupero è vincolato all’uso della linea di credito che la Federal Reserve statunitense ha esteso al Bando del Messico ed alla contrattazione di una  linea di credito di  47 miliardi di dollari con il FMI.

La crisi a livello mondiale ha una lunga strada da percorrere. Il processo di svalutazione del capitale non è ancora stato completato. Finora i paesi sviluppati hanno persino limitato il limite dei tassi di interesse e hanno attuato programmi  fiscali aggressivi di salvataggio per stabilizzare i loro mercati finanziari, spezzare la restrizione del credito e contenere la recessione, senza essere riusciti a modificare sostanzialmente il quadro di incertezza nel quale si muove  l’economia globale. Al contrario, le prospettive sono offuscate dall’avanzamento della deflazione, a causa della  sua sovrapposizione con la recessione. Questa volta non vi è alcuna via d’uscita nell’esportazione per nessun paese, il che costringerà ad una ristrutturazione dei sistemi di produzione ed alla ricerca  di una via  l’uscita nel mercato interno ed in  aree regionali di integrazione.

La situazione in America Latina è indubbiamente complessa, con  gravi difficoltà per affrontare il  futuro immediato. Il cammino di Messico, Colombia e dei paesi più vicini al Consenso di Washington sembra definito: integrarsi di più con gli Stati Uniti, subordinarsi alle  agenzie multilaterali ed  attendere che passi la tempesta per  rilanciare il modello neo-liberale. Per alcuni può essere uno scenario attraente, ma i costi sociali sono enormi. Indubbiamente si acuiranno l’eterogeneità strutturale, la disuguaglianza sociale e la povertà. Inoltre, il percorso di governi autodefiniti  come progressisti, che sono la maggior parte della regione è difficile. I governi dovrebbero perseverare in un  contesto mondiale convulso, nel suo complesso; nell’acuirsi dei suoi processi interni di trasformazione economica e politica nella ricerca di strategie e alternative politiche; nell’ampliamento  dei loro rapporti con le potenze emergenti (Cina, Russia, India, Iran, ecc.) e nella realizzazione e  potenziamento di sistemi di integrazione Sud-Sud.Al crocevia della crisi globale
Arturo R. Guillen

L’attuale crisi finanziaria è la più grave  sperimentata dal capitalismo dai tempi della grande crisi degli anni trenta avvenuta nel secolo passato. Si tratta di una crisi del debito-deflazione  di nuovo tipo, che segna i  limiti del sistema di accumulazione  combinato con la dominazione finanziaria in vigore dagli anni Ottanta,caratterizzata, tra l’altro, dalla cartolarizzazione, vale a dire da un sistema di finanziamento basato sull’emissione di  obbligazioni e derivati.

 
Nel terzo trimestre del 2008 la crisi immobiliare che ha cominciato a manifestarsi negli Stati Uniti nei primi mesi del 2007, si è  trasformata in una grande crisi finanziaria, con effetti sistemici. A tutt’oggi, nonostante le enormi perdite nei mercati finanziari e l’ elevato costo dei riscatti e delle iniezioni di liquidità effettuate dalle banche centrali e dai governi, l’instabilità finanziaria è ben lungi dall’essere conclusa. Inoltre, nel secondo trimestre del 2008, è iniziata una recessione globale.

La crisi economica e finanziaria è solo uno dei quattro processi di crisi con i quali si scontra il mondo attuale. Accanto ad essa si intrecciano altri processi di pari o superiore importanza  come la crisi ecologica (che mette in evidenza i problemi del riscaldamento globale), la crisi energetica che indica i limiti di un paradigma e un consumo di energia basato sull’uso e l’abuso di combustibili fossili, e la crisi alimentare. Si tratta quindi di un unica e multiforme crisi. Vi è, in molti modi, la crisi di quello che Braudel chiama “civiltà occidentale”.

Quando durante l’ultimo trimestre del 2007 la crisi finanziaria si è fortemente manifestata negli ­Stati Uniti, in alcuni ambienti vi era  l’errata convinzione, il mito che alcuni paesi potessero “scollegarsi” (disaccoppiarsi) dagli effetti della stessa. Si diffuse l’idea che anche nel caso di una recessione degli Stati Uniti, il ciclo di crescita economica mondiale sarebbe stato  mantenuto da Unione Europea, Asia, così come i paesi emergenti sarebbero potuti continuare a crescere.

Ben presto divenne evidente che tale “disaccoppiamento” non esisteva, tanto meno nell’economia globalizzata di oggi. In un precedente studio (Guillén, 2009) sostenni che la crisi si sarebbe stat a globalizzata per due motivi: in primo luogo, perché la bolla immobiliare non è stato un fenomeno statunitense, ma  ha riguardato molti paesi e, in secondo luogo, perché il coinvolgimento nell’orgia delle cartolarizzazioni  e derivati ha incluso anche le banche e gli intermediari finanziari in Europa e in Asia. Inoltre, è difficile scindere in un mondo più integrato che mai, dagli scambi e dai flussi finanziari. Né è possibile prevedere il disaccoppiamento nel contesto di una “architettura” della finanziaria globale in cui gli Stati Uniti hanno agito come “acquirente di ultima istanza” per finanziare i loro deficit (di bilancio e della bilancia dei pagamenti), attraverso il risparmio esterno. In altre parole, non è possibile aspettarsi che i vagoni continuino ad andare, quando il motore si ferma.

È possibile che alcuni grandi economie come la Cina o l’India, resistano meglio alle devastazioni della  crisi e gestiscano meglio la loro crescita. Tuttavia, l’aumento dei loro prodotti interni avverrà ad un tasso molto più lento,  sempre se saranno  in grado di riorientare le loro strategie di sviluppo nei confronti dei loro mercati interni.

La maggior parte dei paesi sono entrati in recessione, o lo faranno nei prossimi mesi. Questo è un fenomeno diffuso e profondo e certamente la più grande contrazione dopo la guerra. Essa riguarda gli Stati Uniti, l’Unione Europea, il Giappone, i paesi dell’Asia orientale e una serie di cosiddetti paesi emergenti della periferia. L’America Latina non fa eccezione.

La crisi mondiale colpì l’America Latina, quando la regione stava emergendo da un periodo di forte espansione economica degli ultimi decenni. Secondo l’ECLAC, il PIL della regione è cresciuto ad un tasso medio del 5 per cento all’anno tra il 2003 e il 2008, il che significa un aumento medio superiore al 3 per cento nella produzione pro capite, un risultato non raggiunto, dal tempo del modello di sostituzione delle importazioni (l’ECLAC, 2008: 13). Alcuni paesi come il Venezuela e l’Argentina hanno avuto un percorso migliore, con tassi di crescita superiore all’8 per cento per diversi anni consecutivi.

I risultati economici dell’America Latina sono dovuti in certa misura al sostanziale miglioramento in termini di scambi commerciali, alla crescita del volume delle esportazioni ed all’aumento dei prezzi dei prodotti primari durante il periodo di riferimento, ma anche per molti paesi , come quelli sopra citati e altri, all’abbandono delle prescrizioni del Washington Consensus, alla ricerca di strategie alternative di sviluppo e all’attuazione di una  politica monetaria, fiscale e salariale attiva.

La recessione è iniziata in America Latina nel corso del quarto trimestre del 2008. Nonostante questo ancora nel dicembre 2008, l’ECLAC prevedeva per il 2009 una crescita del PIL del 1,9 per cento. Tuttavia, nel mese di aprile 2009 la stessa agenzia stimò una contrazione del 0,3 per cento (ECLAC, 2009a), ed in giugno la modificò ad una maggiore del  -1,7% (El Financiero, 2009). l’FMI e la Banca mondiale concordano sul fatto che la regione entrerà in recessione e questo avrà ripercussioni su economie importanti come quelle di Brasile, Messico, Argentina, Cile e Colombia. Nel corso del quarto trimestre del 2008, in Messico, Brasile, Argentina e Cile si sono  registrate diminuzioni del PIL annuale rispettivamente  del 10,3 per cento, 13,6 per cento, 8,3 per cento e 1,2 per cento. Nel primo trimestre del 2004, le cadute si sono mitigate in Brasile, Cile e Argentina, ma acutizzate in Messico per registrare un calo annuale senza precedenti del 21,5%.

Contrariamente a quanto hanno affermato diversi portavoce, la crisi in America Latina non proviene dall’esterno. Sin dalla crisi del debito estero degli anni ottanta, i nostri paesi sono stati inclusi passivamente nella globalizzazione neoliberale, e  tale inclusione è la causa principale della stagnazione economica sperimentata nel corso degli ultimi decenni. Ora che la crisi globale sottolinea i limiti della globalizzazione, è evidente l’impossibilità di mantenere un modello di accumulazione dominato dalle esportazioni e  sostenuto dalla restrittive politiche monetarie e fiscali. La migliore conferma del fallimento del modello neoliberale è caratterizzata dal fatto che i paesi che sono riusciti a superare la stagnazione nel precedente periodo di espansione, sono stati quelli che hanno lasciato il Washington Consensus  e testato strategie alternative di sviluppo. Un’altra cosa è che, a causa della sua profondità la crisi  sta colpendo tutti i paesi della regione, indipendentemente dal tipo di sviluppo adottato.

Secondo ll’ECLAC (2008), i principali meccanismi di trasmissione della crisi sono stati il deterioramento dei termini di commercio, il calo delle rimesse e il massiccio ritiro di flussi di capitali privati nei mercati finanziari. L’agenzia multilaterale (2008: 22) ritiene che i termini del commercio per la regione si ridurranno del 15 per cento per il 2009. I prezzi delle principali materie prime con la crisi è crollato. Nel febbraio 2009, i prezzi erano scesi rispetto al picco di espansione, come segue: del 51 per cento il petrolio, del 18 per cento i prodotti alimentari, del 50,6 per cento il riso, del 47,9 per cento il  mais e frumento, del 41,9 per cento i metalli del 49 per cento e 37,9 per cento il  rame. In caso di calo delle rimesse dei migranti, la maggior parte dei paesi colpiti sarebbero  Messico, Bolivia, Ecuador e la maggior parte dell’America centrale e dei Caraibi.

Tuttavia, il fattore che probabilmente ha più  colpito le economie latino-americane, in particolare quelle più legate ai canali finanziari internazionali,  è stato l’improvviso ritiro di flussi di capitali esterni. L’Istituto della finanza internazionale,  controllato dall’FMI prevede che i ricavi di private equity nei mercati emergenti diminuirà a 165,000 milioni di dollari nel 2009, un forte ribasso di contro  ai  466,000 milioni del 2008 ed al record storico di 929,000 miliardi di euro nel 2007. Il deflusso di risorse dai mercati monetari e dei capitali dagli strumenti più sicuri, come buoni del Tesoro Statunitensi, hanno colpito non solo le scorte  e gli altri indici finanziari variabili nella regione, ma  ha provocato forti svalutazioni monetarie e la notevole svalutazione della moneta, nel caso del Messico e Brasile, le due maggiori economie della regione. Dal luglio 2008 al febbraio 2009, la svalutazione del real brasiliano e del peso messicano verso il dollaro è stata del 30,5 per cento in entrambi i casi. Mentre in Cile e in Argentina si attesta rispettivamente fra il 15,2 e 14,9 per cento. Poi, sia in Brasile e il Messico si è registrato un recupero sulle loro valute . Nel caso del Messico il recupero è vincolato all’uso della linea di credito che la Federal Reserve statunitense ha esteso al Bando del Messico ed alla contrattazione di una  linea di credito di  47 miliardi di dollari con il FMI.

La crisi a livello mondiale ha una lunga strada da percorrere. Il processo di svalutazione del capitale non è ancora stato completato. Finora i paesi sviluppati hanno persino limitato il limite dei tassi di interesse e hanno attuato programmi  fiscali aggressivi di salvataggio per stabilizzare i loro mercati finanziari, spezzare la restrizione del credito e contenere la recessione, senza essere riusciti a modificare sostanzialmente il quadro di incertezza nel quale si muove  l’economia globale. Al contrario, le prospettive sono offuscate dall’avanzamento della deflazione, a causa della  sua sovrapposizione con la recessione. Questa volta non vi è alcuna via d’uscita nell’esportazione per nessun paese, il che costringerà ad una ristrutturazione dei sistemi di produzione ed alla ricerca  di una via  l’uscita nel mercato interno ed in  aree regionali di integrazione.

La situazione in America Latina è indubbiamente complessa, con  gravi difficoltà per affrontare il  futuro immediato. Il cammino di Messico, Colombia e dei paesi più vicini al Consenso di Washington sembra definito: integrarsi di più con gli Stati Uniti, subordinarsi alle  agenzie multilaterali ed  attendere che passi la tempesta per  rilanciare il modello neo-liberale. Per alcuni può essere uno scenario attraente, ma i costi sociali sono enormi. Indubbiamente si acuiranno l’eterogeneità strutturale, la disuguaglianza sociale e la povertà. Inoltre, il percorso di governi autodefiniti  come progressisti, che sono la maggior parte della regione è difficile. I governi dovrebbero perseverare in un  contesto mondiale convulso, nel suo complesso; nell’acuirsi dei suoi processi interni di trasformazione economica e politica nella ricerca di strategie e alternative politiche; nell’ampliamento  dei loro rapporti con le potenze emergenti (Cina, Russia, India, Iran, ecc.) e nella realizzazione e  potenziamento di sistemi di integrazione Sud-Sud.

 

 

di Arturo R. Guillen

Traduzione di Marisa Foraci