Addio Taranto, Non Voglio Più Polvere Sulla Mia Vita

Addio Taranto, non voglio più polvere sulla mia vita

addio-tarantofoto[di Lucia Francesca Trisolini su paralleloquarantuno.com] Cerca di andare avanti Francesca Summa, 29 anni, ed è per questo che ha voglia di raccontare. Lei lo fa. Sceglie di superarlo quel silenzio che ha permesso a tutti, e specialmente alle istituzioni, di celarsi dietro a quegli ‘oh’ di meraviglia. Come se loro non potessero saperlo, come se loro non potessero immaginarlo, come se non potessero prevenirlo.

 

La vita di Francesca aveva un nome. Si chiamava Siria. Vivevano nel quartiere Tamburi. Taranto. Li Francesca si è sposata, lì ha condotto la sua splendida gravidanza, lì ha giocato con Siria nei suoi primi e unici quattro anni di vita. Quattro anni trascorsi tra ricoveri e degenze in vari ospedali a Taranto, a Bari e a Genova, per curare quella che i medici avevano definito: “Un po’ di aria nella pancia”, poi “gastroenterite”, fino a che il terno a lotto ha rivelato un neuroblastoma, un tumore alle cellule del sistema nervoso. Che il fegato della bambina si fosse ingrossato lo aveva notato anche il sindaco di Taranto, nonché pediatra, Ippazio Stefano, nel corso di un ricovero urgente in ospedale. Francesca cercava le cause della malattia di sua figlia, chiedeva informazioni ai medici ma “signora cosa vuol capire?”, le rispondevano.

 

Non ha una laurea, Francesca ma conosce l’idioma del suo essere madre ed è con quello che ancora oggi continua a cercare spiegazioni, grazie anche al supporto degli avvocati del “Movimento Taranto respira” e di altre associazioni. Tutte risposte che lei è certa di poter trovare in quel nauseante odore di gas proveniente dall’Ilva. Varie indagini glielo confermano: a Taranto, le alte emissioni di benzopirene, provenienti dall’industria siderurgica, provocano tumori e un tasso di mortalità dei bambini superiori al 20% rispetto al resto della Puglia.
Francesca, come molte altre mamme del quartiere Tamburi, conosceva il dato ma “mai a pensare che quell’aria potesse stroncare la vita di mia figlia”.

 

Siria si è ammalata a un anno mezzo. Da allora per Francesca la cosa più difficile è stata vederla crescere e cambiare, assistere la sua malattia, ma soprattutto rispondere alle sue domande. Finché era ricoverata all’ospedale Gaslini di Genova, insieme ad altri bambini, Siria era come loro. Ma d’estate quando scendeva a Taranto a trovare i nonni al mare, Siria osservava i capelli delle altre bambine e chiedeva: “Mamma perché tutti hanno i capelli e io no? Uffa anche io li voglio”. “Siria non preoccuparti, rispondeva Francesca, hai avuto un problema ma i capelli ricresceranno. E poi è estate, fa caldo, non le vedi le altre bambine come sudano con tutti quei capelli?

 

Quelle estati andavano così, con Siria che rispondeva sempre: “Hai ragione mamma per quest’estate mi conviene, sto più fresca!”. Da grande Siria voleva diventare una dottoressa. D’altra parte in quegli anni vedeva e conosceva solo medici e infermieri. Come spiegarle le cause di quel pancino sempre gonfio? Quei dolori che la indebolivano? Come convincerla a subire tutte quelle cure a Genova?. “La vedi quella signora incinta? Vogliamo andare a vedere come sta questo tuo bambino? Dai, prima ci sbrighiamo e prima la mamma ti porta ai gonfiabili”, le ripeteva Francesca. E si sentiva già grande la piccola Siria quando arrotolando un pezzo di Scottex fingeva di fumare una sigaretta insieme a sua madre.
È il maggio 2009 e Siria presenta un rigonfiamento alla parte destra del collo, un occhietto le si era abbassato e il tono di voce era più flebile. Siria era in recidiva di malattia. E a luglio 2009, mentre l’azienda di proprietà dei Riva discuteva con la Regione Puglia sull’ipotesi di ridurre le emissioni di diossina a 2.5 nanogrammi per metro cubo, Siria veniva sepolta al Cimitero di San Brunone, ai piedi dell’industria.

 

Oggi Francesca ha lasciato Taranto. “Mi ha frantumato la vita. Non potevo restare qui, portare fiori sulla bara di mia figlia, voltarmi alle spalle e vedere il mostro che me l’ha portata via”. Lei oggi vive a Genova dove lavora anche nelle festività, pur di non tornare in quella città che non sente più sua. Ha superato l’anoressia, ha vinto ogni paura, sa che ogni dolore oggi sarà infinitamente inferiore di tutto ciò che ha già provato. E non la spegne la televisione quando mandano i servizi sull’Ilva. Lei non vuole polvere nella sua vita e sa che le polveri più pericolose sono quelle gettate da coloro che fingono di non vedere, che continuano a trascurare storie come la sua.