Accordo UE-Usa: Per Il Sole 24 Ore Un Regalo Ai Cittadini, In Realtà Alle Lobby

Accordo UE-Usa: per il Sole 24 ore un regalo ai cittadini, in realtà alle lobby

di Simona Maltese per A Sud

Eppure di proclami ne abbiamo sentiti tanti negli ultimi vent’anni di politica italiana. C’è chi ha promesso di togliere l’ICI, chi di diminuire le tasse per i redditi medio-bassi, c’è poi chi giura di mandare a casa la classe politica attuale a suon di anatemi. Nonostante sia stata provata la scarsa consistenza di molte di queste promesse, continuiamo a fidarci ingenuamente di chi offre ai nostri occhi un futuro migliore di quello attuale, come se la crisi sociale e poi economica fosse una calamità che si è abbattuta sul nostro Paese, e su gran parte dell’Europa, senza responsabilità diretta e indiretta degli stessi soggetti che propongono oggi cure mirabolanti. Lo scotto da pagare per questi proclami inconsistenti è alto, ma i suoi destinatari sembrano non percepirne la reale entità, nutrendo una certa solidarietà nei confronti dei responsabili del dissesto a cui stiamo assistendo. Come fosse una sindrome di Stoccolma collettiva, in molti, nonostante la compressione dei propri diritti determinata dalla crisi, nutrono un sentimento positivo quasi di devozione nei confronti degli aguzzini. Avrà puntato su questo Il Sole 24 Ore quando ha titolato sul TTIP definendolo un “regalo” per gli italiani. Parliamo dell’accordo tra Unione Europea e gli Stati Uniti, denominato Transatlantic Trade and Investment Partnership (TTIP) o nella versione abbreviata Transatlantic Free Trade Area (TAFTA). Il Commissario al Commercio Ue, Karel De Gucht, una delle poche personalità a conoscenza di quanto stia avvenendo tra questi due colossi mondiali dato che i negoziati sono segreti, ha dichiarato che il Trattato offrirà all’Europa due milioni di posti di lavoro in più, 119 miliardi di euro di Pil, equivalenti a 545 euro in più all’anno per ogni famiglia. In barba al proverbio “non si guarda in bocca al caval donato”, proviamo a comprendere quali sono le reali opportunità e i rischi (non pochi) che si celano dietro ciò che viene presentato come una vera e propria manna per l’economia italiana e europea.

Un taglio secco delle spese burocratiche ma anche dei diritti: i negoziatori promettono che la liberalizzazione degli scambi tra Usa e Ue determinerà un incremento del 28 per cento delle vendite di prodotti europei nel mercato statunitense e dell’1 per cento del Pil. La prodigiosa liberalizzazione degli scambi che creerà la più grande area di libero scambio del pianeta, con circa 800 milioni di consumatori, quasi la metà del PIL mondiale, sarà resa possibile con l’abbattimento delle barriere non tariffarie (quelle doganali sono già piuttosto basse), che nella realtà non coincidono con delle semplici spese burocratiche. Queste barriere definite dagli stessi negoziatori come “trade irritants” (letteralmente “irritanti commerciali”) rappresentano in realtà dei regimi di tutela a beneficio dei consumatori, sostanziandosi nel divieto di importazione di prodotti che possono mettere a rischio la salute e l’ambiente. Per far ciò, queste normative, direttive e regolamenti, pongono alti standard qualitativi e stabiliscono delle imposte specifiche per evitare che il mercato, soprattutto quello europeo in cui la normativa ambientale e sulla salute è più severa di quella americana, sia invaso da prodotti pericolosi come la carne agli ormoni, il pollo lavato con il cloro, gli ftalati nei giocattoli, i residui dei pesticidi nel cibo, gli Ogm. Rendere “compatibili” le differenti normative tra Usa e Ue serve a superare tali limiti così da aumentare la possibilità per le grandi lobby (che si nascondono dietro gli accordi) di esportare capitali e merci senza particolari vincoli e in barba a quell’insieme di regole che nel corso degli anni si è data l’Europa per tutelare i diritti dei propri cittadini. L’elemento di “ostacolo” per le imprese statunitensi, ma anche per tante corporation dell’Unione europea, sono soprattutto gli standard dei prodotti alimentari che invece di essere considerati uno strumento di tutela per i diritti dei consumatori vengono tacciati come minacce per il libero commercio e gli interessi delle imprese. Sull’agroalimentare si abbatte anche la produzione dei biocarburanti su cui stanno puntando i negoziatori, nonostante l’incidenza negativa sui prezzi agricoli e le conseguenze per le popolazioni più povere. I bio-combustibili, a causa dell’alto rendimento economico, hanno determinato la conversione di molti terreni passati dall’agroalimentare all’agrobusiness diventando immense distese spesso a monocoltura di mais, colza, soia e palma. Inoltre se si considerano i fertilizzanti e i pesticidi utilizzati per le coltivazioni, l’energia elettrica necessaria per estrarre le componenti naturali e il metanolo necessario per la reazione chimica l’impatto ambientale risulta distante da qualsiasi logica “green”.

Dai meeting istituzionali per il TTIP trapela l’indiscrezione secondo cui i negoziatori si stanno orientando verso l’eliminazione di standard obbligatori per la produzione dei bio-carburanti con l’obiettivo di permettere alle grandi corporation di scegliere discrezionalmente i criteri che permettono di individuare liberamente l’opzione tecnica che meglio soddisfa i bisogni dell’industria energetica. Le tutele contro questi orientamenti che presto potranno assumere la forma di decisioni vincolanti, sembrano non essere assicurate dal sistema di garanzia previsto dal TTIP. Si tratta di un arbitrato internazionale definito “Investor-State Dispute Settlement” che permetterebbe agli investitori di citare dinanzi ad un tribunale ad hoc un paese firmatario per chiedere riparazioni contro i “danni” provocati dall’adozione di leggi e politiche contrarie ai loro interessi.

Due esempi legati ad accordi di libero scambio già conclusi semplificano la comprensione di tale meccanismo: la Philip Morris ha denunciato e ottenuto un risarcimento a dodici cifre dall’Uruguay per aver adottato decisioni volte a contenere gli effetti dannosi del tabacco sulla salute attraverso l’aumento degli avvertimenti per i consumatori sui pacchetti di sigarette; ma c’è anche la Lone Pine Resources che ha citato il Canada perché lo stato del Quebec ha istituito una moratoria sullo shale gas. Se il TTIP fosse adottato, gli effetti anche nel nostro paese sarebbero allarmanti rispetto agli avanzamenti che in questi anni hanno permesso la conclusione di accordi e la definizione di normative di alto profilo giuridico in materia di tutela dei diritti umani. Un esempio tra tutti è il referendum sull’acqua: se il governo italiano, dopo la conclusione del TTIP da parte dell’Ue, dovesse approvare la legge d’iniziativa popolare del Forum italiano dei movimenti per l’acqua, riconoscendo finalmente l’esito referendario del 2011, potrebbe essere denunciato dinanzi ad un giudice arbitrale per aver danneggiato gli interessi delle lobby favorendo la ripubblicizzazione del servizio idrico. Non può non allarmare la presenza di un sistema di tutela così ben rodato per gli interessi delle lobby e spaventa l’assenza di adeguate garanzie per coloro che dovrebbero avere un ruolo determinante nei negoziati e la cui voce è invece messa in sordina: i cittadini europei. Secondo quanto assicurato dalla Commissione, nel capitolo dedicato allo sviluppo sostenibile verrà creato un meccanismo di monitoraggio specifico a cui parteciperanno sia i sindacati che le organizzazioni della società civile europee e americane. Purtroppo però tale meccanismo di garanzia ha già dimostrato la sua inefficacia come nel caso dell’accordo tra Unione europea e Corea, in cui i diritti umani sembrano sopperire alle sete di profitto delle loyalty.

Quali opportunità quindi per l’Italia e per il commercio mondiale?

Secondo quanto dichiarato dai protagonisti dell’accordo, gli Usa riconoscerebbero gli oltre 750 marchi di indicazione geografica in cui il nostro Paese è leader.  Per quanto sia possibile apprendere però in questa fase dei negoziati vi è una forte polemica legata al mancato riconoscimento delle indicazioni di origine (IIGG) che costituiscono un aspetto fondamentale per la concorrenza dei prodotti made in Italy. In più dal rapporto realizzato da Prometeia spa commissionato dal Ministero per lo sviluppo economico per misurare l’impatto del TTIP sull’Italia emerge che i primi benefici delle liberalizzazioni si manifesterebbero non prima di 3 anni dall’entrata in vigore dell’accordo nella misura di un timido 0,5% di Pil. Oltre ad essere modesti, i profitti derivanti dal TTIP rischiano di beneficiare solo una fetta limitata di destinatari e cioè quelle imprese italiane che riescono ad esportare all’estero, molto spesso delocalizzando parte degli impianti. Esternalizzazione e delocalizzazione non hanno però avuto un effetto determinante sul Pil italiano: se da una parte infatti il nostro paese è riuscito a contenere i prezzi, dall’altra non sono stati generati né un aumento dei consumi interni né maggiore occupazione interna. Ciò perché la presenza delle nostre imprese nel mercato internazionale si è sostanziata in una maggiore delocalizzazione che ha sì abbattuto i costi di manodopera e delle tecnologie, ma ha perso in termini di crescita economica diffusa in Italia.

Se il TTIP promette quindi un maggiore export, non sembra così automatico però il beneficio per la produzione e l’occupazione nel nostro Paese. E per il commercio mondiale? I Tratados de Libre Comercio (Tlc) tra Colombia e USA siglati nel 2012 mostrano dei dati poco rassicuranti e soprattutto poco coerenti con quanto proclamato all’avvio dei negoziati: l’export verso gli USA continua a diminuire dell’8% mentre le importazioni in Colombia sono aumentati del 14% secondo quanto monitorato dal Census Bureau ad oggi. La crescita dei profitti si registra soprattutto per le industrie estrattive con dei costi sociali e ambientali altissimi. I gruppi armati illegali hanno infatti sostituito il narcotraffico con le miniere illegali. Guardando sia al di qua del Pacifico che al di là dell’Atlantico gli effetti del TTIP potrebbero essere ancora più dirompenti, visto che la posta in gioco per gli USA è alta. Si tratta del controllo della più grande economia del mondo, quella comunitaria con i suoi cinquecento milioni di abitanti che dispongono di un reddito medio annuo pro capite di circa 25.000 euro. La conclusione del TTIP sarebbe un’azione decisiva nello scacchiere della finanza mondiale, permettendo agli USA di controbilanciare l’ascesa inarrestabile di Cina e BRICS (Brasile, Russia, India, Sud Africa). Tra il 2000 ed il 2008, mentre le esportazioni cinesi sono aumentate del 474% e del 403% le sue importazioni, gli Stati Uniti hanno iniziato a sentir scricchiolare la propria leadership nel commercio mondiale rischiando di perdere il proprio ruolo di principale partner commerciale con centinaia di paesi nel mondo.

L’accordo non è ancora concluso: c’è speranza per la democrazia mondiale

Ciò che più stupisce gli osservatori internazionali è la natura segreta degli accordi: né un documento interno, né una minuta, né un verbale dei negoziati è emerso. La posizione ufficiale adottata consiste infatti nel mantenere secretati gli accordi, lontani dagli occhi e dalle coscienze di milioni di cittadini. L’intenzione sembra quella di voler evitare quanto accaduto nel 1998 con il MAI (Accordo Multilaterale sugli Investimenti). In quell’occasione le notizie furono diffuse provocando una significativa sollevazione popolare che indusse la Francia per prima a ritirare la sua partecipazione agli accordi per l’opposizione di decine di comitati contro l’estrazione dello shale gas. Poiché i due trattati non differiscono in termini di tutele e garanzie per i cittadini, il “rischio” di una nuova mobilitazione contro gli interessi delle lobby è alle porte. Anche il TTIP infatti come il MAI minaccerebbe il principio di precauzione sancito a livello europeo secondo il quale ove vi siano il rischio di danni seri o irreversibili per l’ambiente e la salute umana, l’assenza di certezze scientifiche non deve essere usata come ragione per impedire che si adottino misure di prevenzione. Questo principio sembra destinato a sopperire dinanzi al desiderio degli USA di tutelare e intensificare le esportazioni di gas naturale in UE che è il più grande importatore al mondo di shale gas. La conseguente ondata di esportazioni di gas naturale potrebbe aumentare i prezzi dell’energia per i consumatori americani e incentivare la pratica del fracking, facilitando un uso improprio delle risorse naturali insieme a danni ambientali di immani proporzioni. Il processo di armonizzazione degli standard sociali e ambientali che il TTIP intende determinare, causerebbe infatti il proliferare della pratica di fratturazione idraulica per l’estrazione del gas e del petrolio di scisto, detta “fracking”.

In un solo anno negli USA sono stati scavati circa 11.000 nuovi pozzi contro la dozzina presente in Europa. Ma questi sviluppi del gas di scisto o shale gas non sono privi di catastrofiche conseguenze ambientali. Il processo di fracking consuma enormi risorse idriche, circa 9-29 mila metri cubi di acqua all’anno per ogni singolo pozzo con un impatto devastante sulla sostenibilità idrica. All’acqua sono poi aggiunti altri fluidi insieme a sostanze chimiche che penetrando nel terreno attraverso la fatturazione idraulica consentono la migrazione di contaminanti nel sottosuolo. In più, parte dei fluidi che contengono metalli pesanti, idrocarburi, sostanze radioattive naturali e concentrazioni saline insieme a una quota di gas metano, ritornano in superficie come acqua di reflusso rischiando di causare scosse sismiche e pericolose esplosioni. I costi anche nel settore ambientale sembrano decisamente e catastroficamente maggiori dei profitti in termini di tutela dei diritti. In virtù di tutto ciò sarebbe un segnale di riconoscimento del principio di trasparenza e di coerenza rispetto ai trattati internazionali adottati dall’UE in materia di diritti umani se ai cittadini europei fosse consentito l’accesso ai documenti oggetto dei negoziati. Ciò permettere ai cittadini di andare oltre gli iniziali proclami ed esercitare il diritto a verificare se questo regalo tanto millantato non sia in realtà uno dei soliti pacchi che siamo così tanto abituati a ricevere. Se già in fase negoziale il TTIP viola diritti essenziali, come quello all’espressione e quindi all’informazione riconosciuto dall’art. 10 della Convenzione Europea dei Diritti dell’Uomo (CEDU), le premesse non sono di certo rassicuranti almeno per coloro che non siedono al tavolo dei negoziati nonostante siano i suoi principali destinatari.