20 Anni Di ERA: Verso Il Post Estrattivismo

20 anni di ERA: verso il post estrattivismo

di Lucie Greyl dalla Nigeria per A Sud

Si è tenuta ieri ad Abuja, capitale della Nigeria, la celebrazione per i 20 anni dell’organizzazione sociale nigeriana ERA – Environmental Rights Action.Vent’anni di lotta a fianco delle comunità locali colpite dalla distruzione ambientale e sociale che caratterizza questo Paese, in prima linea nell’accompagnamento delle comunità locali e nel monitoraggio, nelle attività di denuncia e nella diffusione di informazioni, in particolare sulle attività estrattive.

Negli scorsi giorni, A Sud ha avuto il privilegio di essere accolta e accompagnata da ERA in una breve missione sul campo, con l’obiettivo di visitare alcune delle comunità impattate del Delta del Niger, una delle zone più densamente popolate e altamente contaminate del mondo. L’UNEP (United Nations Environment Programme) riporta che negli ultimi 50 anni oltre 13 milioni di barili di petrolio sono stati sversati su questa terra martoriata.

Nel Delta, la speranza di vita è pari a 42 anni, inferiore di 5 anni rispetto ad una media nazionale già molto bassa. Il contesto socio-economico del Paese è drammatico: 100 milioni di abitanti – su 170 milioni in totale – vivono con meno di 1$ al giorno e la distanza tra le fasce più ricche e quelle più povere cresce ogni giorno di più. Il 60% della popolazione vive di agricoltura, a dispetto del fatto che, però, le terre del Delta, un tempo fra più fertili al mondo, sono oggi diventate sterili, come risultato di 50 anni di pesante contaminazione.

Dopo schiavitù e colonialismo sono arrivate le multinazionali del petrolio che, accaparrandosi le ricche terre del Delta, ancora oggi ripetono gli stessi meccanismi di dominio e distruzione. Fra i primi produttori di petrolio al mondo, l’economia nigeriana è schiava dell’industria petrolifera, della corruzione e dell’impunità che caratterizza questo settore. Un sistema malato che vede la maggior parte delle risorse petrolifere esportate, mentre il petrolio consumato in Nigeria viene, di fatto, importato.

Lo spreco è la regola. Nel 2009, ERA riportava che ben 28 miliardi di metri cubi del gas residuale raccolto durante il processo di estrazione petrolifera venivano bruciati, in oltre 257 diversi punti del paese, attraverso il meccanismo del gas flaring, nonostante questo sia stato vietato per legge nel 1984.

Questa ricchezza energetica in nessun modo ha influenzato l’accesso all’energia né ha garantito maggiori entrate economiche o opportunità lavorative per la popolazione. Qui il concetto di democrazia energetica è completamente alieno. I blackout elettrici, per quanto di breve durata, sono frequentissimi e sono dovuti ad una produzione reale ben al di sotto delle necessità del Paese. Di fatto, la Nigeria ha una capacità produttiva installata di quasi 6.000 MW per i suoi 170 milioni di abitanti (proveniente per lo più dalle centrali idroelettriche, a gas e a petrolio), di cui solo 2.000 MW sarebbero realmente utilizzati, a causa di impianti obsoleti e maltenuti, mentre l’Italia ha una capacità produttiva di 122.000 MW per 61 milioni di abitanti, superiore di oltre due volte rispetto alla richiesta nazionale.

Proprio in questi giorni si discute in Nigeria la proposta di legge del governo Goodluck sull’industria petrolifera. Il governo promuove questa proposta come un avanzamento verso una maggiore redistribuzione dei benefici derivanti dalle attività petrolifere. Una delle critiche avanzate su questa futura legge – che si propone di ridisegnare il quadro normativo, fiscale e giuridico dell’industria petrolifera in Nigeria – è legata al fatto che questa sia incentrata su come dividere gli interessi delle attività petrolifere piuttosto che su come queste attività vengono di fatto condotte. ERA mette in discussione la potenziale incidenza della futura legge, sia in termini di protezione dei territori e di controllo delle risorse che di diversificazione dell’economa nigeriana. Di fatto, con questa legge si manterrebbe lo status quo delle grandi multinazionali straniere quali Shell, Chevron-Texaco, Exxon-Mobil, Total-Elf ed Eni. Ancora più rischiosa è la proposta, promossa dal governo, di attribuire il 10% dei profitti alle comunità locali: il governo non ha raccontato ai giornalisti come questa stessa legge preveda anche di attribuire anche i costi di riparazione per gli eventuali sabotaggi alle comunità locali, nonostante i cosiddetti “sabotaggi” vengano storicamente usati dalle multinazionali stesse come scusa per non riconoscere le proprie responsabilità.

In questo contesto, il lavoro di ERA e di tante altre organizzazioni e comunità mobilitate per la difesa dei diritti e del territorio, diventa la base fondamentale dalla quale ripartire per fare fronte a questo quadro catastrofico. “Siamo andati avanti in questi anni perché ogni caso di distruzione ambientale per mano dell’uomo è una scena del crimine” ci ricordava ieri Nnimmo Bassey, “Oggi il re è nudo e gridiamo forte: leave the oil in the soil”.

Come pre-annunciato dall’ultima Strategia Energetica Nazionale disegnata dal governo Monti, la frontiera petrolifera si sta avvicinando alle nostre coste, minacciate ora da uno sfruttamento petrolifero sregolato. Ben più di uno slogan, anche da noi, in Italia, la visione post estrattivista portata avanti dai movimenti dei Sud del mondo prende oggi un grande significato.