“Vendere Il TTIP All’opinione Pubblica Europea Prima Che Sia Troppo Tardi”

“Vendere il TTIP all’opinione pubblica europea prima che sia troppo tardi”

di Simona Maltese per A Sud / Campagna Stop-TTIP-Italia

 

Vendere, eliminare e concludere sono le parole che hanno animato la conferenza tenutasi lo scorso mercoledì 18 giugno presso l’aula dei gruppi parlamentari a pochi passi dalla Camera dei deputati. Autorevoli esponenti italiani e americani appartenenti al mondo della diplomazia, della finanza e del commercio, nonché politici italiani, si sono incontrati per discutere di un trattato che potrebbe creare la più grande area di libero scambio al mondo con circa 800 milioni di consumatori, metà del prodotto interno lordo mondiale e un terzo del commercio globale. Si tratta del Transatlantic Trade and Investiment Partnership (TTIP) e di ciò che è stato definito dall’associazione Ego, organizzatrice dell’evento, “il potenziale royal model” per le relazioni commerciali tra Stati Uniti e Unione Europea.

Inaugura l’evento il Sottosegretario allo Sviluppo Economico Carlo Calenda che avvia il suo intervento cercando di dirimere ogni possibile dubbio rispetto ai vantaggi derivanti dal TTIP e ripetendo più e più volte che i benefici maggiori riguarderebbero le piccole e medie imprese italiane come avrebbero – a suo dire – dimostrato gli studi di impatto ad oggi realizzati: tutti i settori produttivi beneficerebbero di effetti positivi per via della sigla del trattato che darebbero respiro alla sofferente e piccola impresa italiana. Troppo piccola però – verrebbe da dire – è la nostra impresa made in italy rispetto ai colossi finanziari che si ergono all’orizzonte dei negoziati per rendere credibile questa previsione. Secondo il rapporto realizzato da Prometeia spa per il Ministero per lo sviluppo economico i primi timidi segnali di crescita pari a circa lo 0.5% del Pil si manifesterebbero non prima di 3 anni dall’entrata in vigore dell’accordo. A ciò si aggiunge la circostanza che solo il 10% delle imprese italiane è realmente nelle condizioni economico-finanziarie di esportare a livello internazionale ed europeo. La stessa Kathleen Doherty, vice capo Missione dell’Ambasciata Usa in Italia, dichiara che nelle top ten delle industrie mondiali IT (information technology) che esportano in tutto il mondo non figura alcuna realtà europea. In Italia in particolare l’esternalizzazione verso altri mercati in molti casi non ha prodotto effetti significativi sull’economia come dimostrano gli ultimi dati ISTAT, ciò perché la presenza delle nostre imprese nel mercato internazionale si è sostanziata in una maggiore delocalizzazione che ha ridotto i costi di manodopera e delle tecnologie impiegate, ma non ha comportato un ritorno di capitali tali da rilanciare la crescita e redistribuzione della ricchezza. Se il TTIP promette quindi un maggiore export, non sembrerebbe così automatico il beneficio per la crescita del nostro Paese e delle piccole-medie imprese.

Il sottosegretario Calenda invece non ha dubbi: è una “partita win to win” tra gli americani e gli europei, lanciandosi in una digressione sul passaggio dall’economia di produzione ad un’economia di consumo. Cita la globalizzazione ricordando gli straordinari obiettivi raggiunti tra cui 1.000.000 di persone nel mondo uscite dalla povertà e paesi risorti da una crisi dilagante come il Mozambico ritratto come uno dei paesi più sviluppati dell’Africa. Tutto ciò a suo dire potrebbe essere migliorato e potenziato dal TTIP. Calenda ricorda inoltre i gravi insuccessi del WTO dal 2001 a oggi durante i negoziati per il Doha Round, non considerando però l’accordo raggiunto in Indonesia lo scorso dicembre con il Bali Package che prevede una grande conquista per i negoziatori dopo 10 anni di contrattazioni: la riduzione delle tariffe per l’importazione di prodotti agricoli provenienti dai paesi in via di sviluppo e significative multe laddove i limiti fossero superati.

Ciò non sembra bastare, bisogna fare di più e presto anche secondo K.Doherty, che più volte sottolinea che l’accordo è tra due partner eguali in termini di potere negoziale. La fatidica corsa al ribasso rispetto agli standard nel settore dell’ambiente, la salute, i dati sensibili e i servizi pubblici sembra essere temuta anche negli USA dove gli standard europei sembrano inferiori a quelli d’oltre oceano. I punti di vista di certo cambiano a seconda della prospettiva in base a cui sono formulati, ma l’evidenza a livello europeo è che la normativa vigente rispetto alla tutela dell’ambiente ha permesso che in Italia ad esempio la pratica del fracking sia ancora fortemente limitata a causa degli impatti devastanti sull’ecosistema e sulla salute umana. Rispetto all’implementazione della fratturazione idraulica, in Italia si contano una dozzina di pozzi, a fronte degli 11.000 sorti negli USA e che nel corso degli anni hanno provocato inquinamento delle falde acquifere, cedimenti del sottosuolo, esplosioni e terremoti dovuti al sistema di estrazione detto “fracking” attraverso cui il gas shale (o gas di scisto) viene estratto dalle rocce presenti nel sottosuolo con massicce immissioni di acqua ad alta pressione. A fronte di un’impronta ecologica così consistente, K.Doherty misura il successo del gas di scisto attraverso il livello di indipendenza energetica raggiunto dagli USA nel corso di questi anni e che gli americani sarebbero disposti a condividere con l’UE se solo si decidesse a concludere prima possibile il TTIP. Nessuno spazio per una valutazione degli effetti sull’ambiente e la salute. La questione in campo è la crescita economica in sé.

Calenda ha inoltre denunciato che, assecondando quelli che ha definito “capricci di alcuni stati come la Germania o la Francia“, grazie a cui, in verità, si è riusciti ad esempio alla fine a impedire il pericoloso e contestato inserimento dell’audiovisivo tra i settori da inserire nel processo di liberalizzazione (nonostante tutti gli altri paesi dell’UE, Italia in testa, fossero d’accordo ad includerla) c’è il rischio concreto di far “perdere dei pezzi” importanti al trattato e soprattutto di lasciare che l’opposizione (accusata di criticare il TTIP in virtù di un’imperante ideologia anti-americana) continui a dilagare. “I negoziati commerciali non devono aspettare nessuno”, tuona il sottosegretario, bisogna piuttosto perseverare con l’idea di eliminare qualsiasi barriera che possa impedire il libero scambio tra USA e Italia. Il rischio è che come per la direttiva Bolkestein e il Multilateral Agreement on Investment (MAI) il malcontento dell’opinione pubblica rispetto ai possibili rischi economici, sociali e ambientali si diffonda ulteriormente compromettendo la conclusione dell’accordo. Il sottosegretario rivela quindi con il bene placet di Enzo Amendola, Capogruppo della Commissioni Esteri del PD, che il governo italiano si sta impegnando per fare in modo che l’accordo venga raggiunto entro dodici mesi. In virtù di ciò il nostro paese intende presentare una strategia di conclusione dei negoziati che modifichi i tradizionali criteri del single undertaking secondo cui il TTIP va adottato in un’unica soluzione. Poiché è verosimile che non si raggiungerà facilmente un accordo su certi temi, l’opzione percorribile sarebbe concludere prima possibile su quell’insieme di questioni su cui le parti convengono e che a detta del sottosegretario Calenda rappresenterebbe un buon 70%, così da rinviare ai mesi successivi le dispute più problematiche.

La fretta di concludere il negoziato nasce dalla paura dilagante di creare frizioni nell’opinione pubblica. Da più parti è caldeggiata l’idea di intensificare il dibattito e di divulgare notizie sul TTIP. Denis Redonnet, capo della divisione strategica della direzione generale del commercio della Commissione Europea, ripete un dato più volte emerso durante il seminario: solo l’1% delle imprese italiane sono a conoscenza del TTIP e l’opportunità di aumentare questo bacino non può essere mancata. Un cordiale e timido senatore della Repubblica italiana presente in sala coglie al volo l’occasione di chiarire i propri dubbi e formula una domanda rispetto al controverso sistema dell’arbitrato internazionale (Investor-State Dispute Settlement-ISDS) e il temuto ingresso degli OGM nel mercato italiano. Purtroppo però il suo quesito rimane senza risposta, nonostante la presenza di autorevoli relatori a conoscenza – al contrario – di ogni singolo beneficio derivante dal TTIP. Franco Frattini, presidente del Sioi, cita la fiducia, la speranza, la crescita, la libertà delle banche e l’occupazione tra gli aspetti che rendono questo trattato “il rinascimento degli accordi transatlantici”. Dopo una veloce analisi dei benefici nel settore economico, il sottosegretario incoraggia una maggiore informazione della cittadinanza sull’argomento e invita i presenti a impegnarsi per riuscire nell’intento di “vendere il TTIP all’opinione pubblica europea”.

Solitamente un consumatore responsabile valuta i pro e i contro di un eventuale acquisto considerando i costi, la qualità e i benefici derivanti da un determinato prodotto o servizio. Valutare gli effetti sulla propria salute e quella dei propri cari un diritto da tutelare, nonché la possibilità di avere informazioni certe sulle caratteristiche principali di un servizio o di un bene come la sua provenienza, è una condizione irrinunciabile per una scelta consapevole, che potrebbe portare l’acquirente a declinare l’offerta, soprattutto se non appaiono chiari i benefici a fronte di un costo non indifferente. Nel caso di un negoziato come il TTIP dovrebbe essere inoltre una prerogativa imprescindibile la possibilità di conoscerne i contenuti, dato che non si tratta di un accordo tra privati i cui beneficiari diretti sono le loro stesse aziende, ma è bensì un accordo commerciale tra Stati sull’uso delle risorse economiche, naturali e sociali appartenenti alla collettività. A ciò si aggiunge che le formule contro l’austerity adottate fino ad oggi sono state concepite senza una reale partecipazione dei cittadini, comportando gravissime conseguenze per numerosi Stati tra cui l’Italia.

Ci si confronta ogni giorno con una disoccupazione imperante, l’aumento delle diseguaglianze sociali, l’assottigliamento del ceto medio, un inquinamento ambientale diffuso, una riduzione della qualità della vita e un limitato accesso ai servizi di base, primo tra tutti quello sanitario. La cartina di tornasole per comprendere la reale portata di questo negoziato e dei suoi effetti sarebbe quindi un’attenta valutazione dei benefici e della loro reale disponibilità da parte di tutta la popolazione data, nonché un’analisi adeguata dei possibili costi che tale negoziato avrebbe.

Al termine del convegno oltre agli interrogativi sull’ISDS e gli OGM rimasti inevasi, resta anche qualche dubbio rispetto al modo in cui le due parti si sono fronteggiate, l’una rappresentandosi come americana e l’altra come italiana, molto poco europea nel senso politico del termine. Forse è anche in questa debolezza identitaria e di rappresentanza dell’unione comunitaria che è insito il piccolo germe di un’eventuale minaccia per i negoziati. Accanto infatti a quella parte dell’UE favorevole al negoziato, si stanno profilando posizioni contrarie che oltre all’aspetto economico/finanziario, considerano la dimensione sociale e ambientale del negoziato. Peccato però che sia la disgregazione politica dei paesi europei (e non la loro compattezza su quegli stessi principi collettivamente formulati all’interno dei trattati, tra tutti quello di precauzione), a impedire che scelte neo-liberiste continuino a diffondersi mettendo a rischio quell’insieme di prerogative che promuovono una società umana fondata sulla libertà, la giustizia e l’equità e che prendono il nome di diritti umani fondamentali.

C’è chi sostiene che la moralità in economia conviva con il rispetto del diritto altrui. Quando però l’economia non abbraccia l’etica derivante da tale condotta rischia di diventare diseconomia, acquistando opulenza, vendendo diseguaglianze sociali e negando floride prospettive alle generazioni future. Le attività economico-finanziarie, nonché politico-commerciali non possono prescindere da un’attenta analisi sulla distribuzione della ricchezza prodotta e dei diritti degli stakeholder coinvolti. In virtù di ciò il mandato dei negoziatori per il TTIP dovrebbe considerare non solo i margini di crescita possibili, ma anche l’opportunità di poterne beneficiare da parte di tutti gli attori coinvolti nonché il suo impatto sociale e ambientale per evitare che la conclusione di un potenziale accordo si sostanzi nella vendita dei diritti e delle prerogative fondamentali di milioni di cittadini.

 

 

Campagna Stop-TTIP-Italia

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I negoziati per la sigla del TTIP e i rischi in essi insiti saranno oggetto del dibattito pubblico

TRATTATI COMMERCIALI E DEMOCRAZIA

Perchè fermare il TTIP

 

26 giugno | ore 18.00

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