Val D’Agri, terra di velENI. Molti interrogativi, poche risposte. 18 aprile, 2018 | Redazione A Sud

[di Maria Golisciano per A Sud] In Val D’Agri l’odore di zolfo si sente nell’aria. In una delle valli più belle e caratteristiche dell’Italia meridionale, ricca di storia e bellezze naturali, si nasconde il più grande giacimento di idrocarburi dell’Europa continentale. Nel Centro Oli di Viggiano, il COVA, si effettua il trattamento del petrolio estratto dai pozzi della Concessione “Val d’Agri”. Il petrolio viene poi inviato alla Raffineria ENI di Taranto tramite un oleodotto di 136 km, il gas viene immesso nella rete Snam e l’acqua residua (acque industriali / acque di strato) viene iniettata nel pozzo di reiniezione “Costa Molina 2”. Ad oggi le attività estrattive di ENI – secondo i dati forniti dall’Unmig- interessano 37 pozzi di cui 24 in produzione e 13 produttivi non eroganti.

 

Cosa sta succedendo oggi in Val D’agri dopo oltre 20 anni dall’avvio delle attività estrattive?

 

Raccontarlo in poche righe non è possibile. Partiamo dunque da una data importante: il 22 settembre 2017. Quel giorno, a Viggiano, oltre 500 persone hanno assistito alla presentazione del primo studio epidemiologico sull’area circostante il COVA, realizzato dal gruppo di studio coordinato dal Prof. Fabrizio Bianchi del IFC-CNR di Pisa.

 

La VIS – Valutazione di Impatto Sanitario sulle popolazioni di Viggiano e Grumento Nova – i due paesi maggiormente esposti ai fumi del Centro Olio Val D’Agri – ha analizzato i dati di mortalità e ricoveri nel periodo 2000-2014. Lo studio ha dimostrato un peggioramento della qualità della vita dei residenti a causa di molestie olfattive e di malesseri, ma soprattutto, un’importante compromissione dello stato di salute della popolazione, con un aumento dei ricoveri per malattie respiratorie e cardiovascolari e con un aumento del rischio di morte. I risultati della valutazione rendono inequivocabile la pericolosità, tanto per la tutela ambientale quanto per la salute umana, delle emissioni del COVA, confermando la fondatezza delle preoccupazioni dei cittadini lucani, che da anni chiedono spiegazioni e soluzioni alle istituzioni locali.

 

Dal momento della pubblicazione della VIS, la compagnia petrolifera ha profuso particolare impegno nel confutarne i risultati. Nei giorni subito successivi alla pubblicazione, l’Eni si è affrettata a contestare le conclusioni dell’indagine, definendole parziali ed incomplete.  Il team di esperti messo insieme ad hoc all’Eni ha dunque risposto prontamente alle conclusioni dello studio rassicurando la cittadinanza e negando l’esistenza di evidenze epidemiologiche rilevanti. “In perfetta buona fede – ha affermato durante la conferenza stampa convocata a Potenza il professor Tarsitani, docente di Sanità Pubblica dell’Università La Sapienza, tra i quattro esperti chiamati dall’impresa – possiamo dire che in Val D’Agri non vi è alcun impatto sanitario”. Tentativo questo perfettamente in linea con il modus operandi del cane a sei zampe.

 

Come più volte denunciato dall’Osservatorio popolare della Val D’agri, rete di cittadini e associazioni da anni in prima linea per la difesa del territorio dalla contaminazione, tutto ciò si situa in perfetta continuità con gli avvenimenti degli ultimi due anni, costellati di eventi significativi per definire le condotte della compagnia “poco accorte” nei confronti della popolazione residente. Tra essi spiccano:

 

  • l’inchiesta in corso da parte della Procura di Potenza che ha contestato a Eni il reato di disastro ambientale per la falsificazione dei codici CER e la manomissione degli sforamenti delle emissioni del COVA;
  • l’incidente dello scorso anno, con lo sversamento di 400 tonnellate di greggio in falda, prima negato poi ammesso da Eni, che ha contaminato terreno e acque sotterranee in prossimità dell’invaso del Pertusillo. Se da una parte ENI dichiarava che la perdita sarebbe avvenuta da agosto a novembre 2016, l’ex responsabile ENI del COVA, Gianluca Griffa, ufficialmente “suicidatosi” nel 2013 in una lettera testamento analizzata dai Carabinieri di Viggiano e dagli ispettori di Polizia Mineraria, dichiarava che i vertici ENI sapevano delle perdite di greggio sin dal 2012, ma che “per ordini superiori” sarebbero state nascoste per non fermare la produzione. Dirigenti locali, inoltre, gli avrebbero impedito di portare allo scoperto la situazione. La morte sospetta di Griffa è stata archiviata come suicidio ma ha lasciato non pochi dubbi, acuiti dalle circostanze documentate attorno alla data del decesso.
  • le due sentenze di condanna per violazione delle norme ambientali per i due pozzi Pergola 1 e Sant’Elia-Cerro Falcone.

 

Nonostante i risultati allarmanti per la salute dei cittadini della Val D’agri, la VIS è una importante vittoria dei comitati locali, che da anni chiedono monitoraggi ambientali e sanitari continui e affidabili sulle conseguenze delle attività estrattive del cane a sei zampe.

 

I controlli, nell’ambito dell’azione di monitoraggio ambientale, sono stati infatti sempre affidati alle stesse compagnie petrolifere e all’Agenzia Regionale di Protezione Ambientale della Basilicata – ARPAB, priva di laboratori accreditati, con personale tecnico insufficiente e non dotato delle competenze necessarie per la complessità della materia. A causa di tutto ciò i cittadini lucani hanno perso fiducia nelle istituzioni locali e sono nate associazioni ambientaliste volte a raccogliere i fondi necessari per la realizzazione di analisi ambientali autonome.

 

Grazie a un recente studio, realizzato da Antonello Russo, laureato in Economia Aziendale alla Bocconi di Milano, e condotto su proposta di una di queste associazioni ambientaliste – “Cova Contro”- in Basilicata, nel periodo 2012-15, sarebbero in aumento i decessi per tumori maligni del fegato e dei dotti intraepatici (+11,2%) e della laringe (+50,6%) per i maschi, mentre nelle femmine quelli per tumori dello stomaco (+18,8%) e leucemie (+23,9%). Uno studio importante, dato che, come afferma lo stesso Giorgio Santoriello dell’associazione Cova Contro, l’osservatorio Epidemiologico della regione Basilicata non fornisce dati precisi ed aggiornati – per esempio – proprio sulla mortalità (non è dato sapere l’anno di pubblicazione dell’ultimo bollettino regionale).

 

Nel frattempo, dopo un mese dalla presentazione della VIS e ben due anni prima dalla scadenza prevista a ottobre 2019, l’Eni ha richiesto al Ministero dello Sviluppo Economico il rinnovo decennale della concessione petrolifera Val d’Agri, nonché una modifica del Programma di lavori di ricerca e sviluppo, confermando la perforazione di sette nuovi pozzi per i quali “l’iter autorizzativo è in corso o in fase di attivazione” e la richiesta per l’ottavo “Alli5”.

 

Perché l’Eni ha fatto la richiesta di rinnovo tanto tempo prima? Cosa c’è dietro a questa fretta?

 

La storia del petrolio in Basilicata ha insegnato ai cittadini lucani che è sempre bene non fidarsi del cane a sei zampe, un concorrente sleale che gioca sulle informazioni incomplete per difendere la propria reputazione aziendale. Lo sanno bene i piccoli imprenditori titolari di attività produttive e agricole del rione ancora oggi chiamato “Vigne rosse” di Viggiano. Nonostante gli innumerevoli solleciti di accordi e pagamento di acquisto dei terreni limitrofi al Centro Oli, ci sono contenziosi che durano da decenni e sono la prova che l’Eni non mantiene gli impegni di risarcimento. Per il cane a sei zampe è fondamentale evitare conflitti con il territorio o comunque attenuarli il più possibile, cercando di convincere l’opinione pubblica che “va sempre tutto bene”. Ma la VIS, come gli ultimi fatti di cronaca che coinvolgono l’Eni dimostrano l’esatto opposto.

 

Il caso lucano ci dimostra che lì dove si è investito per costruire uno dei più grandi giacimenti petroliferi d’Europa più che rilanciare una regione del Sud la si è condannata ad un destino di subalternità, distruggendo le vocazioni economiche di una terra ricca per le sue bellezze e i prodotti di eccellenza eno-gastronomica.

 

Il petrolio ha avvelenato non solo i corpi delle persone, ma anche il tessuto sociale di una comunità che si sente sacrificata agli interessi dell’industria petrolifera.

 

La conclusione, chiara a chi da anni lavora sul fronte della difesa ambientale del territorio, è che per cambiare davvero lo “status quo” occorre una maggiore partecipazione popolare dei cittadini alle decisioni sulle politiche ambientali da attuare e sulle azioni di monitoraggio ambientale delle attività estrattive, perché in gioco c’è il futuro di un intero territorio e la salute dei cittadini lucani.

 

L’augurio è che la VIS sia un punto di partenza, e non di arrivo.

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