USA e cambiamenti climatici, cosa c’è sotto 8 novembre, 2017 | Redazione A Sud

trump[di Massimiliano Giglia per A Sud] Le motivazioni per cui Trump ha fatto un passo indietro nei confronti degli accordi di Parigi sul clima appaiono tutto sommato “coerenti” con la sua anacronistica idea di politica e appaiono l’esito quasi scontato di un percorso che ha accompagnato l’intero mandato del Presidente USA.

 

Procedendo con ordine, lo scorso febbraio Trump si era mosso verso la nomina di Scott Pruitt alla Presidenza dell’Environmental Protection Agency (EPA). Questa scelta aveva destato non poche critiche visto che Pruitt ha più volte tentato di destabilizzare l’operato della stessa l’agenzia governativa sull’ambiente cui oggi è a capo. Il New York Times, lo scorso anno, aveva pubblicato una lettera in cui Pruitt scriveva al Department of Justice and the Wyoming State Environmental Regulator evidenziando una sovrastima relativa al tasso di inquinamento atmosferico prodotto dalle società di perforazione. Quella lettera fu scritta palesemente dagli avvocati della Devon Energy, tra le più importanti società petrolifere e di gas di Oklahoma.

 

Il documento pubblicato dal Times rappresenta a tutti gli effetti la prova, poco opinabile, dei rapporti tra Pruitt e le società petrolifere; il suo negazionismo circa i cambiamenti climatici si palesò per la prima volta spinto da un movente preciso, quello economico. Proprio in quei giorni Pruitt cercò di spostare l’attenzione mediatica altrove sostenendo l’idea che il legame tra attività umana e cambiamenti climatici fosse tutta un’invenzione cinese per rallentare le economie dei paesi industrializzati come gli USA, per altro è stata opinione condivisa anche da Trump durante la sua campagna presidenziale.

 

Trump e Pruitt insomma stanno virando da tempo verso la negazione della responsabilità antropica dei cambiamenti climatici, entrambi verso la deregolamentazione del Clean Power Plan di Obama, in altre parole mirano a tutelare gli interessi economici personali a discapito della salute del nostro pianeta.

 

È notizia di questi giorni che Trump ha inaugurato la miniera di carbone in Pennsylvania ad Acosta da parte della società Corsa Coal Company, con molto entusiasmo è stato proprio il presidente USA a descrivere i numeri dell’operazione: circa 400mila tonnellate di carbone all’anno per 15 anni, generando tra 70 e i 100 posti di lavoro.

 

Si potrebbe sintetizzare perché gli USA hanno deciso di non far più parte degli Accordi di Parigi con le parole di Pruitt:“Lo sviluppo a tutti i costi ha la priorità e le uniche regole che valgono sono quelle che convengono agli stati americani”.

 

Se tutto ciò non fosse abbastanza, Trump ha rincarato la dose con la scelta, lo scorso settembre, del repubblicano Jim Bridenstine alla direzione della NASA, a differenza delle passate amministrazioni per la prima volta a capo dell’agenzia spaziale americana non risiede un uomo di scienza. Dagli USA arrivano seri avvertimenti che le politiche climatico-ambientali siano, piuttosto, un affare di palazzo. I retroscena speculativi, ma ancor di più la ripresa della produzione di carbone, di certo creeranno un ambiente ostile durante la Cop23 di Bonn nei confronti degli Stati Uniti.

 

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