United colors of Patagonia 19 gennaio, 2018 | Redazione A Sud

6696560079_2f463b871d_b[di Mauro Bomba su L'Indro] ‘Aparicion con vida, aparicion con vida!’ 3 Settembre 2017. 250mila persone si radunano in Plaza de Mayo a Buenos Aires, luogo simbolo della storia recente argentina, proprio di fronte alla Casa Rosada, sede degli uffici del Presidente Mauricio Macrì. Chiedono la ‘Aparicion con vida’, il ritorno alla vita di Santiago Maldonado, giovane attivista scomparso ai primi di Agosto mentre manifestava al fianco del popolo indigeno dei Mapuche. Secondo i manifestanti, Maldonado sarebbe stato vittima della repressione della gendarmeria argentina. Malmenato, catturato, seviziato e poi fatto sparire, con la complicità del governo Macrì.

 

L’immagine è di quelle che evocano immediatamente ombre di un passato oscuro. Quello in cui dalla stessa Piazza si chiedeva la ‘Aparicion con vida’ degli oltre 30mila Desaparecidos fatti sparire dal governo militare, nato dal golpe del sanguinario Jorge Rafael Videla, a cavallo tra il 1976 e il 1983. A quarant’anni di distanza alla stessa richiesta seguirà la stessa amara constatazione dei fatti. Non ci sarà alcun ritorno alla vita per Santiago Maldonado. Il cadavere dell’attivista verrà ritrovato il 18 Ottobre, poco più di un mese dopo l’oceanica manifestazione di Plaza de Mayo, sul fondo del fiume Chubut, in Patagonia.

 

Il clamore mediatico a seguito della sparizione e del ritrovamento del corpo senza vita dell’attivista ha presto scavalcato i confini nazionali, contribuendo, per riflesso, ad accendere i riflettori internazionali su un’altra vicenda, che in parte tocca e riguarda da vicino anche il nostro Paese. Quella della comunità indigena Mapuche, impegnata da anni in una lotta senza quartiere con il governo argentino per il controllo della regione Patagonia. Lotta alla quale il giovane Maldonado si era unito proprio negli ultimi mesi.

 

Ma chi sono i Mapuche? Cosa c’è in ballo in Patagonia? E cosa c’entra l’Italia con questa storia dell’altro capo del mondo?

 

Per rispondere a queste domande occorre riavvolgere il nastro fino al 1991, anno in cui dal Fondo Monetario Internazionale arriva una richiesta diretta al governo argentino, allora presieduto dal liberista Carlos Saúl Menen. Per salvare il Paese dalla profonda fase di recessione in cui versava ormai da anni, occorre avviare una profonda fase di privatizzazione e svendita del patrimonio pubblico. Aziende, servizi, immobili, ma soprattutto terreni e concessioni.

 

All’asta per la svendita dell’Argentina partecipa anche la famiglia Benetton, che per 50 milioni di dollari si aggiudica 900mila ettari di terreni nella regione della Patagonia. Va detto che la Patagonia è stata da subito tra le regioni argentine più colpite dalla manovra di Menen. Un fazzoletto di terra all’estremità meridionale del Sud America che si estende tra l’Argentina e il Cile, abbraccia la Terra del Fuoco e congiunge l’Oceano Atlantico con quello Pacifico. Una terra ricca di petrolio, miniere, coltivazioni e pascoli. Proprio questi ultimi interessano alla Benetton. Che negli anni successivi porterà 100mila capi di bestiame nelle terre argentine dai quali ricaverà oltre il 10% della lana necessaria alla produzione dell’azienda trevigiana.

 

Quegli stessi terreni però sono storicamente abitati dalla popolazione autoctona dei Mapuche. I quali come ogni popolazione indigena traggono dalla terra che abitano la maggior parte delle proprie risorse, vivendo con questa in un rapporto di sinergia e complementarietà materiale, ma anche spiriturale. Lo stesso nome Mapuche, significa letteralmente ‘Popolo della Terra’. Non deve sorprendere allora l’attaccamento morboso a quelle terre storicamente dimostrato dalla popolazione indigena. Attaccamento che in breve tempo si è trasformato in una tenace resistenza agli espropri portati avanti da Benetton e dal governo argentino.

 

Tentativi di appropriazione e resistenze, destinati presto a precipitare : “L’acquisizione di titoli di proprietà su 900 mila ettari di terre in Patagonia, la maggior parte delle quali corrispondono al territorio ancestrale dei Mapuche argentini, da parte della Benetton, ha dato avvio ad una nuova e cruenta stagione di persecuzione e sfollamenti ai danni della comunità indigena.” ci racconta Francesco Lozzi attivista dell’associazione ‘A SUD’, da anni impegnata nello studio e nella sensibilizzazione alle cause delle popolazioni autoctone e indigene.

 

I Mapuche vengono lentamente confinati in territori sempre più piccoli, resi meno produttivi dal massiccio utilizzo di risorse necessario agli allevamenti Benetton. Gli indigeni però non restano a guardare, e alle persecuzioni e agli sfollamenti risponderanno intensificando le pratiche di resistenza.

 

Dai primi anni del 2000 in poi infatti, comunità sempre più numerose di Mapuche sono tornate ad insediarsi nei propri terreni ancestrali, occupandoli. Hanno costruito case, coltivato campi, messo su allevamenti. Negli ultimi quindici anni sono arrivati a recuperare dalle multinazionali insediate in Patagonia – tra le quali la Benetton è una delle più colpite – oltre 250mila ettari di terra. Un azione giustificata, secondo i Mapuche, non solo dalla storia e dalla necessità, ma anche dalla stessa legislazione argentina: “La popolazione Mapuche chiede a gran voce la restituzione delle terre natali.” spiega Lozzi“e accusa il Governo Argentino del mancato rispetto della Costituzionale Nazionale, che nell’Articolo 75 prevede e tutela la diversità etnica e culturale, la preesistenza dei popoli indigeni, il diritto delle popolazioni originarie al possesso dei terreni tradizionalmente occupati e riconosce alle comunità personalità giuridica e diritto a partecipare direttamente alla gestione delle risorse naturali.”

 

Poi però, con l’elezione, nel 2015, alla Presidenza della Repubblica argentina di Mauricio Macrì, anche la risposta dello Stato è andata inasprendosi: “Questi ultimi anni sono stati particolarmente duri per il popolo Mapuche. Ripetute violenze, militarizzazione delle comunità indigene, torture ed abusi, violazioni grave e reiterate dei diritti umani fondamentali” racconta Francesco Lozzi.

 

Il pugno di ferro di Macrì dà i risultati sperati, i Mapuche iniziano ad indietreggiare e a subire gravi colpi: “È questo il quadro in cui si innesta il condannabile arresto, nel Giugno del 2016, del leader del gruppo ‘Resistencia Ancestral Mapuche’, Facundo Jones Duala” prosegue ancora Lozzi “Accusato di terrorismo sia dal Cile, che ne chiede l’estradizione, sia dall’Argentina, che rifiuta di estradarlo. Tutto fa pensare che il governo Macrì non abbia alcuna intenzione di cambiare strada e, anzi, possa scegliere di reprimere con violenza ancora maggiore le rivendicazioni dei Mapuche”.

 

La strategia di Macrì è quella di indebolire i Mapuche privandoli della loro guida politica e screditarli agli occhi dell’opinione pubblica argentina con le accuse di terrorismo e sovversione. In breve tempo però il meccanismo di Macrì si inceppa. L’opinione pubblica argentina, guidata dalle ONG, da buona parte della stampa e dall’opposizione politica al Presidente, si schiera dalla parte dei Mapuche, e scende in piazza per chiedere la liberazione di Facundo Jones Duala.

 

Ed è proprio durante un azione di protesta per la scarcerazione di Facundo Jones che Santiago Maldonado viene visto per l’ultima volta. Il 31 Agosto 2017 lungo la Ruta 40, strada che costeggia proprio il Fiume Chubut, dove gli attivisti Mapuche in picchetto sono stati sgomberati e dispersi, con lacrimogeni e proiettili di gomma, dalle forze dell’ordine argentine. I compagni di protesta raccontano di averlo visto per l’ultima volta proprio vicino alle rive del Fiume, circondato da uomini della gendarmeria.

 

La sparizione di Santiago Maldonado ha reso l’aria già satura, irrespirabile. Moti di protesta si sono scatenati in tutto il Paese, centinaia di Piazze in tutto il mondo manifestano per la ‘Aparicion con vida’ di Santiago Maldonado e per la libertà di Facundo Jones. Ma a queste richieste il Governo Macrì risponde incrementando il ricorso alla violenza e alla repressione: “Dopo la sparizione di Maldonado, la conta degli assassinii politici non si è fermata” racconta ancora Francesco Lozzi, “Pochi media ne hanno parlato, ma il 25 novembre scorso,  il giorno dopo la presentazione del dossier sulla morte di Santiago Maldonado, è stato ucciso un altro ragazzo, Rafael Nahuel, appartenente al popolo Mapuche, e contestualmente le operazioni di polizia hanno portato al ferimento di altre persone e all’arresto di altri due attivisti”.

 

Né azioni, né dichiarazioni ci sono state invece da parte della Benetton, neppure dopo il ritrovamento del cadavere di Maldonado, e neppure dopo il ritorno al timone del patron Luciano Benetton, icona del capitalismo illuminato degli spot carichi di denuncia sociale. L’azienda italiana in questa vicenda si è spesso limitata a girare la palla alle istituzioni:  “La famiglia Benetton si è sempre dichiarata ufficialmente parte lesa del conflitto e non ha perso occasione per ribadire che il contenzioso è tra il popolo Mapuche ed il governo argentino” spiega Lozzi.

 

Va detto che però in un primo momento un tentativo di mediazione da parte dell’Azienda nei confronti dei Mapuche c’è stato. Nel 2006 per difendersi dalle accuse di sfruttamento propone agli indigeni la restituzione di 7500 ettari di terra. La richiesta è stata però presto rispedita al mittente. “Il compromesso proposto da Benetton non ha soddisfatto le rivendicazioni del popolo Mapuche.” sostiene Francesco Lozzi di ‘A Sud’ “Anzitutto riguardava sostanzialmente la donazione di territori lontani dalle terre natìe, mentre la richiesta delle comunità indigene ha sempre riguardato, univocamente, la restituzione di quel territorio, che considerano ancestrale e inviolabile.”

 

Una scelta avvalorata anche da considerazioni di tipo materiale“Neppure le autorità pubbliche locali hanno mai approvato le proposte di Benetton: uno studio effettuato dagli ingegneri agronomi dell’INTA (Istituto Nazionale di Tecnologia Agricola) valutò il territorio individuato per la “donazione”  del tutto inadatto tanto alla produzione agricola quanto all’allevamento.”

 

7500 ettari di terra che evidentemente non servivano a molto neanche a Benetton:Tanto è bastato a lavarsi le mani della violazione dei diritti fondamentali di un intero popolo e, diciamolo, anche del sangue che sta scorrendo a fiumi” conclude Lozzi.

 

Il risultato di questi fattori è una situazione di stallo che non porta vantaggi a nessuno. Né ai Mapuche confinati in piccole comunità isolate e bersagliati dalla repressione violenta del Governo; né alla Benetton che oltre a perdere i terreni occupati dagli indigeni, rischia di subire un grave danno all’immagine, sapientemente costruita negli anni, di azienda attenta alle cause della società civile.

 

Qual è allora la strada da seguire per sbloccare questa situazione? Come risolvere questo conflitto prima che la conta delle violenze e dei soprusi salga ancora? “Oggi, a differenza del passato, esistono decine di leggi e convenzioni specifiche che tutelano i popoli indigeni.” ci spiega Francesca Casella, Direttrice per l’Italia di Survival – Movimento per i Popoli Indigeni:Tra tutti questi diritti, certamente quello che stenta più di ogni altro ad essere messo in pratica è quello al Consenso Libero, Previo e Informato (CLPI) su qualsiasi progetto possa avere un impatto sui loro diritti umani e territoriali, sulle loro terre e le loro risorse.”  che prosegue “Il diritto al consenso è stato elaborato dal CERD (Comitato per l’Eliminazione della Discriminazione Razziale) alla fine degli anni ’90 e oggi è stato inglobato o riconosciuto da quasi tutte le istituzioni internazionali, dalla Convenzione 169 dell’ILO nel lontano 1989 alla Commissione europea per i diritti umani e alla Commissione africana sui diritti dell’uomo e dei popoli, passando attraverso la Dichiarazione dei diritti dei popoli indigeni delle Nazioni Unite del 2007.”

 

Un obbligo evidentemente disatteso non solo dallo stato argentino, ma anche dalla stessa Benetton: “l’obbligo di ottenere il CPLI non riguarda solo gli Stati. Gli stati hanno il dovere di proteggere e tutelare i diritti umani così come le imprese sono tenute a rispettare i diritti umani indipendentemente dagli obblighi assunti dagli stati o dalla loro volontà o capacità effettiva di rispettarli.” prosegue ancora Francesca Casella, che conclude:“Il furto di terra è certamente uno dei problemi più gravi che i popoli indigeni devono affrontare nel mondo. L’esperienza ha dimostrato che soprattutto nei paesi in via di sviluppo i governi hanno spesso poca o nessuna preoccupazione per il benessere delle comunità isolate, perché non hanno peso politico o perché credono veramente che i benefici dei progetti di sviluppo fluiranno fino a loro”



A quanto pare le basi per rispondere alle domande che ci siamo posti esistono già. Serve però che le istituzioni prendano una posizione. Compito assai arduo oggigiorno, specie in contesti difficili e nebbiosi come il Sud America. Ma se lo stato argentino è in aperta battaglia con i Mapuche, il compito di tutelare e far rispettare i diritti degli indigeni dovrebbe passare in mano alla Comunità Internazionale, unico attore – teoricamente – capace di mettere la parola fine a questo conflitto.

 

I mezzi ci sono, tutto sta nel trovare la volontà di intervenire in maniera decisa e risolutoria. Perchè non ci siano più i Maldonado, i Nahuel o i Facundo Jones. Perchè stavolta, finalmente, si possa dire davvero ‘Nunca Mas’.

 

(Pubblicato l’11/01/18)

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