Underground: Viaggio fotografico nell’Italia avvalenata 7 luglio, 2014 | Redazione A Sud

Logo Underground ridDal 2012 la Scuola di Fotogiornalismo dell’ISFCI e l’associazione A Sud hanno stabilito una collaborazione per narrare e documentare un’emergenza nazionale, quella ambientale, che vede nelle lotte popolari esplose nel 2013 in Campania, contro quello che viene definito un “Biocidio” – ovvero la violazione del diritto alla salute e alla vita causata del livello di contaminazione ambientale – il suo esempio più emblematico e drammatico.

 

Da Brescia a Taranto passando per il Lazio (Corcolle, Riano, Malagrotta, Colleferro), la Sardegna e Crotone, le prime sei inchieste hanno dato forma al progetto UNDERGROUND, che racconta le zone del nostro paese con il maggior grado di criticità ambientale e di rischio sanitario per i residenti, accogliendo la sfida di cercare con la fotografia linguaggi e registri innovativi per permettere a pubblici diversi di entrare in contatto con questa drammatica quanto nascosta emergenza che, nel silenzio dei media e nell’indifferenza della politica, devasta territori continuando ad avvelenare le comunità che lo abitano.

 

La collaborazione, tutt’ora in corso e che continuerà anche per gli anni a venire, intende comporre un Atlante Fotografico dell’Italia dei Veleni, che racconti attraverso la fotografia una emergenza che riguarda, da nord a sud, tutto il paese.

 

 

“Underground. Viaggio fotografico nell’Italia avvelenata” è un progetto curato da Dario Coletti e Manuela Fugenzi per la Scuola di Fotogiornalismo – ISFCI, in collaborazione con A Sud e il CDCA – Centro di Documentazione sui Conflitti Ambientali

 

Underground. Viaggio nell’Italia avvelenata è un progetto corale d’inchiesta fotogiornalistica, oggi diventato un sito internet che accoglie le immagini e i progetti multimediali realizzati dal 2012 dagli allievi della Scuola di Fotogiornalismo dell’ISFCI in collaborazione con l’associazione A Sud e il Centro Documentazione Conflitti Ambientali (CDCA).

 

Sotto osservazione sono le zone del nostro paese ad alto grado di criticità ambientale e rischio sanitario per le comunità residenti, dal nord (Brescia, Marghera-VE, Trieste. Orbetello-GR) al sud del nostro paese (Taranto, Brindisi, Bari, Crotone, Val Basento-MT, Tito-PZ, Borgo Montello-LT), passando per il Lazio (Corcolle, Riano, Malagrotta, Colleferro, Civitavecchia), l’Abruzzo (Bussi sul Tirino) e la Sardegna (Quirrra, Porto Torres, Portoveseme).

 

Sono 57 i SIN (Siti di Interesse Nazionale, sottoposti a tutela e bonifica, così come vengono definiti dal Ministero dell’Ambiente) che il progetto UNDERGROUND intende indagare, per portare alla luce e alla coscienza collettiva questa drammatica quanto nascosta emergenza, restituendone i dati allarmanti così come la vita quotidiana, i paesaggi, le testimonianze, gli esiti delle politiche di recupero.

 

Visita il portale del progetto underground

 

Bagnoli

Il silenzio di Bagnoli (Campania)

© Adriano Zizza 2014

 

La vita a Bagnoli, quartiere occidentale di Napoli, era scandita dal suono della sirena delle turnazioni dell’Italsider. A più di vent’anni dall’ultima sirena oggi c’è solo un gran silenzio e camminare per l’ex area industriale significa trovarsi al centro di una zona dismessa, circondati da muri di cinta e inferriate arrugginite, altiforni e ciminiere. Le reali proporzioni di questo disastro ambientale appaiono chiare guardando dall’alto della collina di Posillipo, dove una vastissima area desolata parte dal mare si addentra verso l’interno per alcuni chilometri rendendo di fatto questo territorio simile a ciò che resta dopo il passaggio di uno tsunami.

 

Dinanzi alla spiaggia di Coroglio si distingue il complesso della Cementir, ancora intatto e abbandonato all’erosione del vento; si riconoscono i resti dell’Italsider e la sua acciaieria rossa, chiusa nel 1992; la spianata dell’Eternit, vera fabbrica di morte chiusa nel 1985 dopo 48 anni di attività e polveri di amianto sparse per il rione di Cavalleggeri d’Aosta. Polveri che hanno ucciso centinaia di operai, familiari e persone che mai ci avevano messo piede, e che secondo le statistiche continueranno a farlo anche nei prossimi anni.

 

Alla dismissione degli impianti non è mai seguita una bonifica razionale, completa e autentica dei suoli, mentre quella dei fondali marini non è mai iniziata, come evidenziano le numerose inchieste della magistratura e i continui sequestri delle aree coinvolte (Guarda il reportage)

 

 

Borgo montello

La bonifica d’oro. Borgo Montello (Lazio)

© Marco Leonardi 2015

 

Montello è un piccolo colle del trevigiano che nella prima guerra mondiale vide l’esercito italiano fermare l’avanzata austro-ungarica e gettare le basi per la gloriosa battaglia di Vittorio Veneto. Da queste terre provengono gli uomini che, tra la fine degli anni Venti e l’inizio degli anni Trenta, bonificarono l’Agro Pontino, trasformando la malaria in prodotti agricoli d’eccellenza, una palude immensa nella “Valle d’Oro”.
Oggi in queste terre si parla ancora di bonifica. Ma si tratta, di quella degli invasi della discarica di Borgo Montello. Nata nei primi anni Settanta come punto di raccolta comunale in prossimità del fiume Astura, la discarica vede subito crescere le proprie dimensioni sino a diventare, con i suoi nove invasi, la quarta in Italia e la seconda nel Lazio, dopo Malagrotta. La negligenza delle società di gestione succedutesi negli anni e la connivenza degli enti pubblici rendono dunque necessaria l’attuazione di un processo di bonifica e il relativo adeguamento della discarica alle norme vigenti. Alla fine degli anni Novanta il sito versa ancora in condizioni disastrose, con laghi di percolato a contatto con il terreno e invasi esposti alle piogge e al vento. Le indagini svolte accertano la presenza di metalli e inquinanti organici nella falda acquifera adiacente.

 

Le infiltrazioni mafiose hanno aggravato ancora di più la situazione. Alla mala gestione delle procedure ordinarie si affiancano i dubbi sullo sversamento di rifiuti tossici e fanghi nucleari, sollevati dalla testimonianza di Carmine Schiavone, pentito di mafia ed ex cassiere dei Casalesi, e mai adeguatamente verificati. Schiavone identifica la zona come una seconda terra dei fuochi e asserisce che negli anni Novanta “Latina faceva provincia di Casale” (di Principe n.d.r), spiegando come la camorra fosse presente sul territorio e coinvolta nelle attività economiche della provincia. Nel marzo del 1995 l’omicidio (mai risolto) di Don Cesare Boschin, anziano parroco in prima linea nella denuncia degli illeciti commessi in discarica, fu un monito efficace: mise a tacere i tentativi di rivolta della comunità locale e da allora nessun vero comitato attivo è stato più in grado di lottare per il territorio.

A pochi chilometri dalla discarica sorge la centrale elettronucleare Latina, la prima d’Italia a entrare in funzione nel 1964. La centrale è ora in dismissione, ma i rilevamenti effettuati nel 2014 dalla stessa società proprietaria (Sogin) hanno evidenziato la contaminazione della falda acquifera sottostante da cloruro di vinile, sostanza tossica e cancerogena, con livelli pari a venti volte il limite consentito.

 

Sia la centrale nucleare chela discarica sono lambite da campi coltivati.

Poche e sporadiche le verifiche da parte degli enti preposti e forte la negligenza nell’attuazione di piani di recupero per le falde acquifere. Di tumori e malattie si parla solo tra la gente del posto.

Tutto tace e la terra promessa all’inizio del secolo scorso è di nuovo un miraggio (Guarda il reportage)

 

 

bresciaIl male invisibile di Brescia

© Francesca Volpi 2013

 

A Brescia, tra il centro storico e la zona sud della città, da oltre dodici anni un’ordinanza comunale proibisce ai cittadini ogni contatto con il terreno. È vietato toccare il suolo a scopi ricreativi; sono vietati il consumo alimentare umano dei vegetali spontanei e dei prodotti degli orti, il pascolo di animali e l’allevamento destinato all’alimentazione; è vietato il consumo di alimenti di origine animale prodotti in zona; è vietata l’asportazione di terreno.  Indicativo è il caso della scuola elementare “Grazia Deledda”, dove i bambini non possono giocare nel giardino interno a contatto diretto con l’erba e sono costretti su una piattaforma di cemento. Questa ordinanza interessa 25.000 bresciani ed è l’emblema di uno dei casi di inquinamento da PCB e diossine più disastrosi che si siano verificati all’interno di una città europea. Brescia per oltre mezzo secolo è riuscita a nasconderlo perfettamente, fino all’agosto 2001 quando un’inchiesta giornalistica ha fatto esplodere a livello mediatico la grave contaminazione da PCB prodotta dalla Caffaro, un’industria chimica operante da circa un secolo all’interno della città di Brescia, l’unica azienda chimica italiana a produrre per oltre quarant’anni (fino al 1984) PCB, parenti stretti delle diossine. Nella stessa zona per decenni una ventina di aziende agricole hanno prodotto latte e carne per il macello comunale e per la centrale del latte.

 

Oggi i PCB sono presenti in livelli centinaia di volte superiori ai limiti di legge, e più alti, ad esempio, di quelli riscontrati nella zona A di Seveso, che ai tempi venne evacuata. É noto che la diffusione della contaminazione da PCB e diossine avviene prevalentemente attraverso la catena alimentare: i bresciani hanno livelli di diossine nel sangue mediamente fuori norma, particolarmente elevati nel caso dei consumatori di prodotti alimentari provenienti dai dintorni della Caffaro. Il Sito inquinato di interesse nazionale Brescia – Caffaro è uno dei 44 siti oggetto del progetto SENTIERI – Studio Epidemiologico Nazionale dei Territori e degli Insediamenti Esposti a Rischio da Inquinamento, condotto e finanziato nell’Ambito del Programma Strategico Ambiente e Salute. Da questo studio sono emersi dati allarmanti riguardo l’incidenza rischio dei tumori. Tumore maligno alla tiroide +49%, linfoma non hodgkin +20% , tumore al fegato + 58% , tumore del seno +26%. Tuttavia l’Asl locale ritiene che non ci siano prove a sufficienza per instaurare un rapporto di causa ed effetto tra inquinamento ambientale e determinate patologie. Un recente studio dell’IARC (l’Agenzia Internazionale per le Ricerche sul Cancro) ha portato i PCB dal gruppo 2a (probabilmente cancerogeni per l’uomo) al gruppo 1 (sicuramente cancerogeni per l’uomo) (Guarda il reportage)

 

 

brindisi

Brindisi (Puglia) 

© Luigi Pastoressa 2014

 

La zona industriale di Brindisi ha un’estensione quattro volte superiore alla città stessa e poco più di un chilometro la separa dal centro. Nel 2000 il Ministero dell’Ambiente ha dichiarato Brindisi sito di interesse nazionale, un’area di 145 kmq che vede sia mare che terra contaminati da metalli pesanti, come l’arsenico, il piombo e il mercurio. Da anni casi di tumori, leucemie e linfomi sono in aumento, sopratutto nei bambini, soggetti a malformazioni cardiache e malattie respiratorie.

Al suo interno vi sono il polo petrolchimico della Montecatini, le centrali a carbone Enipower ela Federico II, lo zuccherificio a biomasse, la casa farmaceutica Sanofia Aventis, depositi di propano e l’area di Micorosa, una discarica di 44 ettari sotterrata in un’area protetta.

 

Gran parte dei terreni attorno alla zona industriale sono oggi abbandonati, poiché non era più possibile coltivare nelle sue vicinanze. Ciò nonostante alcuni agricoltori continuano a coltivare e a vivere in queste zone adiacenti alle fabbriche.

La consapevolezza del rischio ambientale e sanitario di Brindisi spinge le mamme del Passeggino Rosso a dedicarsi con impegno alla sensibilizzare una cittadina dove poca informazione e omertà diffusa vanno spesso a braccetto (Guarda il reportage)

 

 

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Veleno in paradiso. Bussi sul Tirino (Abruzzo)

© Stefano Gallon 2014

 

Nel paradiso dei parchi nazionali d’Abruzzo (Gran Sasso e Majella), a pochi chilometri da Pescara, tra boschi, riserve naturali e fiumi rigogliosi si nasconde quella che è considerata unatra le discariche più grandi d’Europa. E’ legata alla storia del polo chimico di Bussi sul Tirino e chiama in causa gli enti regionali di gestione dell’acqua e un gigante dell’industria chimica come Montedison.

 

L’origine del polo è traumatica: nel 1898 la società franco-svizzera Elettrochimica Volta inizia i lavori per la derivazione del fiume Tirino e nel giro di poche settimane contadini e artigiani diventano operai e impiegati nel primo impianto italiano di elettrolisi del cloruro di sodio e Bussi la prima città operaia abruzzese. Nel 1921 la svolta definitiva, quando la Società Elettrochimica Novarese, controllata dal Gruppo Montecatini, genera la totale industrializzazione dell’alta Val Pescara e lavoro per 18.000 operai, tanto che nel 1926 viene anche costruito un vero e proprio villaggio operaio. Dagli anni Sessanta al 2000 subentrerà nella proprietà la Montedison.

 

Gli onori di questa storia industriale si incrinano nella primavera del 2007 quando, nella valle del fiume Pescara, viene scoperta appunto una discarica abusiva della superficie pari a venti campi di calcio, per un totale di 500 mila tonnellate di rifiuti tossici. Il conseguente processo vede imputate diciannove persone tra ex vertici della Montedison (accusati di disastro doloso e avvelenamento delle acque) e otto dirigenti delle società dell’acqua in Abruzzo Ato e Aca (accusati di commercio di sostanze contraffatte e di turbata libertà degli incanti), questi ultimi già usciti dal processo perché «il fatto non sussiste». Eppure l’acqua contaminata potrebbe essere uscita dai rubinetti delle province di Pescara e Chieti, anche se non ci sono certezze sul caso e tutta la vicenda presenta molti punti da chiarire. Restano comunque sotto accusa i vertici della Montedison, per reati che prevedono la reclusione da tre a dieci anni.

 

A oggi i rifiuti permangono nella valle, c’è un telone che ricopre le zone contaminate e si aspettando i fondi per la loro bonifica, che al momento non ci sono. Servono circa 150 milioni di euro, ma intanto l’acqua piovana e il fiume scorrono sul terreno avvelenato contribuendo a far girare le sostanze tossiche. C’è da chiedersi in quanti altri paradisi d’Italia le ruspe dovrebbero cominciare a scavare (Guarda il reportage)

 

 

civitavecchia

La vita all’ombra di un disastro ambientale. Civitavecchia (Lazio)

© Giulia Morelli, Patrizia Pace, David Pagliani 2014

Non solo mare, turismo e storia. A Civitavecchia c’è qualcos’altro che cambia la vita dei cittadini e incide fortemente sulla loro salute. Gli insediamenti industriali delle centrali Torrevaldaliga Nord a carbone di Enel e Torrevaldaliga Sud a ciclo combinato a olio combustibile della Tirreno Power, la presenza del più importante porto crocieristico del Mediterraneo, delle costruzioni in cemento ed eternit della Italcementi e dello stabilimento per lo smaltimento di sostanze chimiche nel Centro tecnico logistico interforze del comprensorio militare di Santa Lucia hanno devastato il territorio, trasformando Civitavecchia in un luogo dove è facile ammalarsi gravemente e morire.

L’ultimo rapporto epidemiologico ha rilevato un incremento del 10% della mortalità per cause oncologiche rispetto alla media regionale, già superiore alla media nazionale. Alle patologie oncologiche si aggiungono quelle respiratorie e cardiovascolari. Secondo i comitati cittadini No Coke e Nessun Dorma, nati in difesa del territorio, il 70% delle famiglie conta almeno un morto o un malato per cause legate all’inquinamento. Il ricatto occupazionale creato dall’indotto si è sgretolato di fronte all’evidente problema ambientale e sanitario. Adamsite, iprite, fosgene, fosforo e arsenico sono solo alcune delle sostanze smaltite nello stabilimento gestito dall’esercito. I cittadini che vivono nella zona portuale sono costretti a fare i conti con biossidi di zolfo, ossidi di azoto, particolati sottili e altri elementi dannosi contenuti nei fumi emessi dalle grandi navi che sostano nel porto con i motori accesi per dare corrente ai servizi di bordo, emettendo più di 6000 tonnellate l’anno di COV (composti organici volatili).

Una nave di grosso tonnellaggio inquina come 14mila autovetture e le centrali energetiche, nonostante vantino un sistema di filtraggio considerato tra i migliori al mondo, riescono a filtrare soltanto i particolati più pesanti, mentre i più sottili e i più nocivi per la salute restano nell’aria.

La grandezza economica del polo energetico e l’intenso traffico portuale di Civitavecchia sono destinati a passare in secondo piano nella vita dei suoi residenti, perché a prendere il sopravvento sono le leucemie, i linfomi, le allergie, le asme, le malattie respiratorie, cardiovascolari e neoplastiche. I più giovani però si stanno ribellano e pretendono una, seppur difficile, riconversione economica che punti sul turismo e sulla storia millenaria di una città che si adagia sul mare (Guarda il reportage)

 

colleferroIn Labore Virtus: Colleferro (Roma)
© Laura Aggio Caldon 2013

 

Colleferro, cittadina a sud della capitale, rappresenta un caso emblematico dell’emergenza ambientale in Italia. Il suo territorio ospita oggigiorno due termovalorizzatori al centro di un aspro conflitto sociale. Come spesso accade, le cause del disastro ambientale che interessa la zona, è che ha portato alla drammatica contaminazione del secondo bacino idrico del Lazio, il Fiume Sacco, sono da ricercare tra le pieghe della sua storia. Fin dal 1912 in zona si produceva polvere da sparo ed esplosivi e lo stabilimento della Bombrini Parodi Delfino (BPD) determinò un significativo flusso migratorio dalle campagne e dai paesi limitrofi, contribuendo allo sviluppo del centro urbano attorno alla fabbrica. L’azienda, dopo la prima guerra mondiale, diversificò la sua produzione passando dai cementi alla meccanica, alle fibre tessili, alla chimica, fino alla produzione di amianto.

 

Negli anni Settanta entra a far parte della Montedison con il nome SNIA-BPD, divenendo infine negli anni Ottanta FIAT. Nel 2005 l’esplosione del caso, a causa della morte improvvisa di decine di capi di bestiame e al rinvenimento, nel latte degli allevamenti della valle del Sacco, di una sostanza altamente tossica (la beta-HCH ossia beta-esoclocicloesano) proveniente dallo scarto della lavorazione di un pesticida per uso agricolo, il lindano. Alla base di tale avvelenamento, che ha portato al conseguente abbattimento di 6000 capi di bestiame, la circostanza per cui la SNIA-BPD, come denunciato da ex-operai dello stabilimento, aveva sotterrato per decenni, indiscriminatamente, fusti di scarti industriali nei terreni. L’ARPA rinviene in queste discariche abusive amianto, metalli pesanti e decine di altre sostanze chimiche, oltre al lindano e al beta-esaclorocicloesano.  Una prima indagine, effettuata su un campione di circa 500 abitanti, rivela che in oltre il 50% è presente beta-HCH, la stessa sostanza rinvenuta del bestiame abbattuto.

 

I cittadini di Colleferro, riuniti in vari comitati, chiedono da tempo di estendere l’indagine a tutta la popolazione, ma l’ASL si è sempre opposta, nonostante sia stata riscontrata nella zona una rara forma tumorale, il mesotelioma maligno, riconducibile all’esposizione all’amianto. Secondo il registro nazionale dei mesoteliomi, questo tipo di tumore ha un’incidenza massima di due casi per milione di abitanti. A Colleferro, su una popolazione di 22.000 cittadini, otto sono i casi accertati finora (Guarda il reportage)

 

 

corcolle

Monnezza Blues nel comune di Roma. Corcolle-Malagrotta (Lazio)
© Manuel Altadonna, Piero Donadeo 2012

 

Malagrotta è una frazione della città di Roma, tra Fiumicino, Ponte Galeria e Piana del Sole. Deve la sua fama per aver ospitato la più grande discarica in Europa. Attiva dal 1977, prima della sua chiusura, avvenuta il 30 settembre 2013 dopo 17 anni di proroghe, raccoglieva circa 5000 tonnellate di rifiuti indifferenziati al giorno, fino a generare una collina comunemente detta “l’ottavo colle di Roma”.  Manlio Cerroni, “Re della Monnezza”, proprietario della discarica di Malagrotta ha fatto della gestione dei rifiuti un enorme business con la complicità delle istituzioni, che in mancanza di soluzioni adeguate hanno preferito la proposta pronta di Cerroni all’implementazione di un ciclo virtuoso e sostenibile che avesse come prospettiva la salvaguardia dell’ambiente. All’inizio del 2014 le indagini hanno portato all’arresto di Cerroni e altre sei persone, alcune di esse con incarichi istituzionali.

 

Giustizia fatta? Purtroppo no: anche se i sette indagati risultassero colpevoli la discarica di 240 ettari rimarrebbe lì, continuando ad avvelenare terreni, coltivazioni, falde acquifere e la vita dei residenti delle zone limitrofe.  Il danno è gravissimo e bisognerebbe agire tempestivamente per bonificare il bonificabile, limitando al massimo le conseguenze sul territorio e le comunità.  Oltre alla discarica, la situazione è aggravata dalla presenza di diversi impianti ad alto impatto ambientale, concentrati in un’area complessiva di 400 ettari nella Valle Galeria che comprende la discarica “Testa di Cane”, il gassificatore, la Raffineria di Roma, depositi di olii minerali, cave, un bitumificio, un cementificio e l’inceneritore di rifiuti ospedalieri.  Con l’avvicinarsi della chiusura della discarica di Malagrotta e l’incontrollabile situazione di emergenza, la Regione Lazio individuò sette possibili luoghi adatti a ospitare la discarica provvisoria. Tra questi Riano e Corcolle, sempre nella provincia di Roma.  Per Riano si fecero due ipotesi: Quadro Alto e Pian dell’Olmo. La prima venne abbandonata perché non rispettava gli standard normativi sulle distanze dalle abitazioni e metteva a rischio la falda acquifera a soli 3 metri di profondità. La seconda ipotesi fu ritenuta maggiormente percorribile, pur presentando le stesse problematiche. L’analisi preliminare effettuata dalla Regione risultò perfettamente in linea con quella presentata qualche anno prima dalla Co.La.Ri, proprietà dell’avvocato Cerroni. Una coincidenza sorprendente ed esasperante, tanto da scatenare I’opposizione dei cittadini, che organizzati in diversi comitati hanno difeso con determinazione il proprio territorio.

 

Riano oggi, con il proprio impegno, ha raggiunto il 60% di raccolta differenziata. Ancor meno ragionevole è stata l’individuazione di Corcolle: oltre a non rispettare, anche in questo caso, la distanza dalle abitazioni, il suo territorio ospita Villa Adriana, costruita nella prima metà del II secolo quale residenza reale dell’imperatore Adriano e riconosciuta patrimonio dell’UNESCO nel 1999.  Entrambi i siti di Riano e Corcolle sono poi stati accantonati, mentre attorno ai nuovi siti individuati, prima Falcognana e poi Cupinori, sono sorti forti conflitti.  Al momento la “risoluzione” dell’emergenza rifiuti nel Lazio avviene attraverso l’invio fuori regione dei rifiuti prodotti da Roma (Guarda il reportage)

 

 

 

crotoneCrotone: le Scorie di Pitagora
© Agostino Amato 2013

 

Quel che resta a Crotone del proprio sviluppo industriale sono una grande nostalgia del benessere perduto e un territorio devastato dall’inquinamento. Le dimensioni del polo industriale di Crotone, Montedison e Pertusola Sud, attivo fino alla metà degli anni Novanta, sono impressionanti: circa 530 ettari di terraferma e 1.452 ettari a mare, dei quali 132 di area portuale. Ma nel periodo di attività, e soprattutto durante la chiusura, sono state generate e smaltite, spesso abusivamente, enormi quantità di rifiuti tossici. Il velo viene sollevato nel 2008, quando la Procura della Repubblica apre l’inchiesta Black Mountains, dimostrando che per riempire i piazzali di due scuole elementari, di un istituto tecnico commerciale, della questura, della banchina di riva del porto e anche delle aree delle case popolari così come delle villette private e finanche le strade sono state utilizzate circa 350.000 tonnellate di scorie tossiche. Al sequestro preventivo di diciotto aree (ben sedici nel comune di Crotone) se ne aggiungono nel tempo altre sei.

 

Il sequestro però decade per maggior parte dei siti, così che i 45 indagati vengono prosciolti dalle due accuse più gravi, disastro ambientale e avvelenamento delle acque, perché il fatto non sussiste, e smaltimento illegale di rifiuti pericolosi, per non aver commesso il fatto o per intervenuta prescrizione del reato. Un’ulteriore inchiesta, iniziata nel 2011, porterà al sequestro di un’area di circa 15.000 metri quadrati, coinvolgendo 35 dirigenti dell’Eni per lo smaltimento illecito di quelle che vengono definite “pietre del diavolo”, perché sprigionano fiammate dovute alla fosforite che brucia a contatto con l’aria. Si tratta di minerali riconducibili al ciclo produttivo della Montedison finiti abusivamente in una vasta area adibita a discarica nella zona di Farina Trappeto. Dal 2001 al 2009 il progetto di bonifica sul Sito di interesse Nazionale passa di mano in mano fino alla Syndial, società dell’Eni subentrata ad Enichem. Oggi il Ministero dell’Ambiente le chiede 1.920 milioni di euro a fronte delle pesanti inadempienze riscontrate, a cui si aggiungono 800 milioni di euro della Regione Calabria.

 

La Syndial ha risposto impegnandosi per interventi di bonifica del sito (costo stimato intorno ai 300 milioni di euro), ma rifiuta di pagare i danni ambientali e sanitari, sulla base del limitato periodo di gestione dell’attività e rilancia la colpa sul commissario delegato per non aver garantito tempi rapidi per le attività di bonifica. In questo modo si continuano a rimandare responsabilità e piani d’intervento, con risultati nulli. Nel frattempo gli abitanti di Crotone vivono, passeggiano, lavorano, vanno a scuola su un territorio ancora pericolosamente contaminato (Guarda il reportage)

 

 

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Maremma impestata. Nascita e morte di un impianto chimico – Obetello, Toscana

© Francesca Landini 2015

 

“Quando vedevi fumare tutto quel giallo che si abbassava col vento, arrivava la fine del mondo e bruciavano gli occhi, la gola, era roba gialla.” (Paolo Ferrini – ex dipendente SI.TO.CO.).

 

La laguna di Orbetello è uno straordinario paesaggio naturale che collega la costa maremmana allo spettacolare promontorio del Monte Argentario. Le sue acque accolgono migliaia di uccelli migratori tra cui i fenicotteri rosa e pregiati allevamenti ittici. Sui tre istmi, divisi da tomboli, vi sono le spiagge della Feniglia e della Giannella, pinete e macchia mediterranea, l’oasi del WWF, la cittadina di Orbetello e ciò che resta di un antico impianto di chimica industriale, costruito all’inizio del Novecento dalla Società Prodotti Chimici Colle e Concimi, poi passato di mano alla Montecatini – Montedison e nel 1975 alla Federconsorzi, divenendo la Società Interconsorziale Toscana Concimi (S.I.TO.CO.).

 

Colla, superfosfato d’ossa, acido solforico, superfosfato minerale e granulato, allume potassico, fluoruro d’alluminio. La mistura di questi elementi chimici, in differenziate quantità, formava i fertilizzanti destinati alle vigne del viterbese e del reatino ed alle risaie del Nord Italia.

Negli anni Sessanta e Settanta due nuovi reparti, per la produzione della criolite (altamente tossico) impiegato dalle concerie di Prato per la lavorazione delle pelli e del solfato d’alluminio, utilizzato per la depurazione delle acque ed assorbito quasi totalmente dall’ACEA di Roma. Ma il 30 agosto 1993 Federconsorzi ha un crack finanziario e tutte le società di sua proprietà, tra cui la S.I.TO.CO. chiudono i battenti.

 

“Quando sono entrato io, ero il numero 356 di matricola, eravamo oltre 400 persone che si lavorava lì…” dice Paolo Ferrini, “sono morti, sai in quanti?…”

La necessità di una bonifica ambientale è una conseguenza immediata che però rappresenta, da decenni, una criticità per le istituzioni, per la società attualmente proprietaria dello stabilimento (Laguna Azzurra) e per i cittadini.

Lo stabilimento chimico ex Sitoco è stato inserito nelle liste dei Siti di Interesse Nazionale per le bonifiche (S.I.N.) del Ministero dell’Ambiente con Legge179/2002. La superficie perimetrata, riconosciuta come zona su cui è necessario un intervento, comprende un’area a terra di circa 64 ettari ed un’area lagunare di circa 272 ettari.

 

Il progetto “SENTIERI – Studio Epidemiologico Nazionale dei Territori e degli Insediamenti Esposti a Rischio da inquinamento”, dell’Istituto Superiore di Sanità in collaborazione con l’Università La Sapienza di Roma e con l’Istituto di Fisiologia Clinica del CNR e finanziato dal Ministero della Salute ha analizzato la mortalità delle popolazioni residenti in prossimità di grandi centri industriali, attivi o dismessi, nel periodo 1995-2002 ed ha evidenziato per il SIN di Orbetello “eccessi di mortalità in entrambi i generi, per tutte le cause e per la totalità dei tumori. Negli uomini sono stati riportati eccessi per il tumore del polmone e per le malattie genitourinarie. Nelle donne sono stati evidenziati eccessi per il tumore della vescica, per le malattie dell’apparato respiratorio e per il diabete. Per il tumore al polmone è ben documentato l’effetto cancerogeno, sia dell’arsenico, sia del cadmio, elementi che sono tra i metalli presenti in modo rilevante nel SIN di Orbetello.”

A tutt’oggi l’inquinamento ambientale nell’area di Orbetello continua ad avere forti impatti in termini sanitari e di qualità della vita, a causa del deterioramento della copertura in amianto della fabbrica (circa 28.000 mq); della contaminazione del terreno, causata dall’interramento di notevoli quantità di biacca, residuo di lavorazione dell’acido solforico e dallo strato di circa 50 cm di cenere di pirite sul suolo; della contaminazione delle acque della laguna, dovute agli sversamenti dei residui di lavorazione della produzione di fertilizzanti (Guarda il reportage)

 

 

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La fiaba di Porto Marghera – 80 anni d’industria petrolchimica. Marghera (Veneto)

© Francesco Bonomo 2014

Un giorno la storia di Porto Marghera verrà raccontata come una fiaba”, scrivevano i giornali italiani nel 1925, quando il sogno della creazione dal nulla di una città industriale nella laguna di Venezia stava per cominciare. E per un secolo Marghera è stata sinonimo d’industria chimica e petrolchimica, fino al lento declino cominciato alla metà degli anni Settanta, e alla dolorosa consapevolezza dell’enorme emergenza ambientale, sanitaria, e sociale che a oggi sono ancora vive e presenti.

Del polo chimico e petrolchimico oggi rimane solo lo scheletro, gli edifici abbandonati e fatiscenti a memoria di un periodo in cui 40.000 persone vi lavoravano e più del doppio dipendevano da essa, e in cui molti furono uccisi da tumori causati dalle sostanze cancerogene che vi si lavoravano.

L’eredità del petrolchimico è la contaminazione di milioni di metri cubi di terre e acque, con alte concentrazioni nel terreno e nelle acque di falda di arsenico, cadmio, selenio, piombo, rame, zinco, BTEX, PCB, PCDD, IPA, idrocarburi leggeri e pesanti, composti alifatici clorurati, ferro, alluminio, manganese,1,1, dicloroetilene, 1,2 dicloropropano, tricloroetilene, 1,2,3 tricloropropano, tetracloroetilene, clorurati, tribromometano, dibromoclorometano, idrocarburi leggeri e pesanti, BTEX, PCB, IPA, e con una maggiore incidenza di tumori al colon-retto e ai polmoni.

Nonostante l’inserimento di Marghera nella lista dei SIN risalga al 1998, le bonifiche dei 5800 ettari dell’area identificata proseguono a rilento, con solo il 10% effettivamente messo in sicurezza.

Il costo per la messa in sicurezza del SIN è stimato intorno ai 1500 milioni di euro (Guarda il reportage)

 

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La chimica verde di Porto Torres (Sardegna)

© Alessandra Cerioni 2014

 

Porto Torres, in Sardegna, ha ospitato per decenni un immenso polo petrolchimico che ha determinato la devastazione ambientale delle acque, dei terreni e dell’aria.

Lo sguardo sullo splendido golfo dell’Asinara contrasta con i dati sull’inquinamento che nasconde.

Porto Torres, polo dismesso e ora riconvertito in chimica verde con il progetto Matrica, siglato tra Versalis (ENI)e Novamont, prevede la costruzione di una centrale da 43,5 megawatt alimentata a biomasse.

 

Dal 2007 la zona è stata dichiarata SIN: il benzene supera di 139.000 volte il limite consentito e il cloruro di etilene 28 milioni di volte, ma le bonifiche non sono ancora partite e dal dicembre 2014 è vietato il consumo di acqua della rete idrica su tutto il territorio comunale.

I comitati e le associazioni di Porto Torres, di Sassari e della Nurra lavorano per sensibilizzare e informare i cittadini.

Nell’udienza preliminare dell’inchiesta sulla “darsena dei veleni” di Porto Torres il PM ha accusato 8 dirigenti Syndial ed ex-Polimeri di disastro ambientale colposo e deturpamento delle bellezze naturali.

 

Il 15 aprile 2015 il procuratore capo Roberto Saieva ha illustrato le accuse mosse ai dirigenti E.On e all’amministratore della società incaricata degli esami ambientali.

”Di comune accordo e con un unico fine” i cinque manager avrebbero omesso di segnalare i continui sversamenti di olio combustibile di cui erano a conoscenza da almeno due anni.

Sapevano del grave inquinamento e lo nascosero. Per questo motivo sono stati arrestati il direttore ed il vicedirettore di E.On di Fiumesanto (Guarda il reportage)

 

 

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Puerto Escluso. Portovesme (Sardegna)

© Federica Mameli 2014

 

Portoscuso – il suo antico nome spagnolo Puerto Escuso significa porto nascosto, a quel tempo da alte dune di sabbia – era un piccolo borgo di baracche abitate da tonnarotti durante le stagioni di pesca.

Il polo industriale di Portovesme nasce alla fine degli anni Sessanta, con l’obiettivo di supplire alla crisi delle miniere sarde che avevano dato lavoro alla zona sud-occidentale dell’isola. Così questo angolo di Sulcis – terra di miniere, vigneti, pastori e pescatori – cambia pelle e accoglie otto chilometri quadrati di fabbriche, ciminiere e discariche affacciati sul mare. Sono in molti a pensare che la deturpazione ambientale di oggi sia il risultato di un accordo tra la classe politica e gli industriali, ossia promesse di benessere e lavoro in cambio di un uso spregiudicato del territorio. L’isolamento geografico, l’inadeguatezza delle amministrazioni locali e le solite abitudini corruttive, accompagnate dalla mancanza di controlli, hanno permesso che tutto accadesse.

 

Dai primi anni Novanta la raccolta dell’uva e la produzione del vino sono proibite a causa della contaminazione da piombo. Negli ultimi mesi si sono alternate ordinanze che vietano agli allevatori locali la commercializzazione del latte, delle carni ovine, caprine e bovine. E ancora più recentemente nuovi provvedimenti vietano la raccolta di molluschi e granchi e limitano il consumo di prodotti ortofrutticoli.
Sorvegliato speciale è il bacino di fanghi rossi, una discarica sul mare a poche centinaia di metri dai centri abitati, in cui per vent’anni sono stati stipati venti milioni di metri cubi di residui per la produzione dell’allumina. Una bomba ecologica lasciata in balia delle intemperie che ha il colore rosso della bauxite e che dall’alto, con un’estensione di 185 ettari, fa paura.
A poche centinaia di metri una distesa di 10 tende accoglie il presidio permanente dei lavoratori, diretti e indiretti, dell’Alcoa, multinazionale americana che ha abbandonato Portovesme lasciando i suoi operai senza lavoro, con la cassa integrazione scaduta.

Quarant’anni dopo l’arrivo dell’industria pesante – che nell’ultimo decennio ha imboccato la sua fase di graduale abbandono del polo – la catena alimentare dell’area e delle zone limitrofe appare compromessa, con un serio incremento nella popolazione di patologie tumorali e asbesto-correlate.

 

Questo reportage vuole raccontare il silenzioso conflitto umano e ambientale in atto nel Sulcis e il bisogno disperato di bonifiche e riconversione industriale di quella che viene definita la provincia più povera d’Italia (Guarda il reportage)

 

 

quirraP.I.S.Q. Cronaca di un conflitto ambientale nel poligono di Quirra (Sardegna)
© Manuela Meloni 2013

 

Quirra rappresenta un caso esemplare per comprendere in profondità le problematiche ambientali dovute alla presenza di installazioni militari (nella fattispecie un poligono) esasperate in questo caso dalla natura sperimentale delle attività svolte al suo interno. Quirra è una frazione di Villaputzu, tra la costa sud-orientale della Sardegna e l’Ogliastra. Una zona in origine agro-pastorale, divenuta fino alla fine degli anni Sessanta un sito minerario importante per l’estrazione di arsenico, piombo, argento e altri metalli pesanti, ospita dall’inizio degli anni Cinquanta la più grande base militare sperimentale d’Europa (e la terza nel mondo), conosciuta come P.I.S.Q. (Poligono Interforze del Salto di Quirra). Le sue attività coinvolgono sia terra che mare di questa area dell’isola e viene utilizzata dalla NATO, dalle Forze Armate italiane e da eserciti di altri paesi (ad esempio l’Iraq e la Libia) come sito di addestramento.

 

Il poligono di Quirra è una ferita nel territorio di circa duecento chilometri quadrati, uno spazio geografico all’interno del quale sono presenti una decina di comuni della provincia di Cagliari e di Nuoro, nel tempo sottoposti all’esproprio di terreni e case anche se il permesso concesso ai residenti di continuare a svolgere le proprie attività all’interno dell’area ha generato un equilibrio fragile tra attività umane ed esigenze militari.  La comunità locale convive con l’ingombrante presenza di attività che hanno lasciato un profondo segno nel territorio: residuati bellici abbandonati, munizioni ed armi lasciati incustodite sul terreno contraddistinguono un paesaggio compromesso. La vastità delle conseguenze ambientali delle attività militari è notevole, come gravi ed allarmanti sono le conseguenze registrate nei decenni sulla salute degli abitanti e degli animali (Guarda il reportage)

 

 

Burlesque on the Beach_Rosignano Solvay -Vada_agosto 2015

Burlesque on the Beach. Rosignano Solvay (Toscana)

© Lisistrata Simone 2015

 

Oltre al candore delle spiagge caraibiche, Rosignano Solvay prende anche l suo nome dallo storico stabilimento chimico che dall’inizio del secolo scorso produce soda. La scena è surreale: nonostante il divieto di balneazione, sulle spiagge di Vada e Rosignano, mentre l’imponente fabbrica svetta sullo sfondo, si continua a giocare, prendere il sole, fare il bagno. La gente di qui è riconoscente alla Solvay che nel primo Novecento ha portato lavoro e costruito un intero villaggio tra i pini per i lavoratori, secondo principi all’avanguardia per l’epoca. L’imprenditore belga Ernest Solvay si prendeva cura dei suoi operai, sia nell’ambiente di lavoro che nella vita quotidiana. Ecco allora le case degli impiegati, quelle più grandi per i dirigenti. Ognuna con il proprio orto, il giardino. E poi le scuole, il teatro, lo stadio, persino l’ospedale e un circolo canottieri.

 

Lo stabilimento Solvay, costruito nel 1913, già nel 1925 soddisfaceva la richiesta di soda nazionale. Dal 1979 il pontile a Vada (detto il Solvada e lungo 1720 metri) permise l’attracco delle navi etileniere per scaricare l’etilene liquido, prodotto necessario per la fabbricazione del polietilene. Nell’impianto di Rosignano a tutt’oggi si produce quasi tutto il carbonato di sodio necessario all’industria italiana, oltre al bicarbonato di sodio, al cloruro di calcio e varie materie plastiche.

 

Il problema dell’inquinamento delle acque e dei terreni, evidente nello splendido ma innaturale colore delle sabbie costiere, è noto da tempo. Secondo le stime del 2009 del CNR di Pisa, la Solvay nel corso degli anni ha scaricato in mare 337 tonnellate di mercurio e altri inquinanti (arsenico, cadmio, nickelpiombo, zinco, dicloroetano). A livello sanitario, le intossicazioni acute da mercurio possono provocare lesioni polmonari e nefriti, nelle donne in gravidanza possono generare alterazioni del feto e malformazioni genetiche, mentre quelle croniche possono portare ad alterazioni della personalità, irritabilità, insonnia, tremore.

 

Ciò nonostante abitanti e turisti continuano a frequentare le spiagge bianche, forse rassicurati dalle bandiere blu presenti a pochi chilometri di distanza sullo stesso litorale. Nè sembra aver destato eccessiva preoccupazione l’indagine della procura, scattata nel 2013 e finita con un patteggiamento, che ha coinvolto la direttrice dell’impianto Michèle Huart e quattro ingegneri, dopo la scoperta di quattro scarichi industriali abusivi. Come in un racconto burlesque del Settecento, quando si affrontavano temi sociali e politici deridendone le contraddizioni. Solo che questa volta il burlesque è in Italia e siamo ai nostri giorni (Guarda il reportage)

 

 

taranto

Taranto, una città normale
© Federico Roscioli 2013

 

Taranto è l’emblema di uno sviluppo industriale sregolato che produce conseguenze ambientali e sanitarie drammatiche per il territorio e chi lo abita. Ma Taranto è anche una città diversa da quella raccontata dai media nazionali se si presta attenzione a coloro che non si arrendono all’inquinamento e al ricatto occupazionale, ma lottano per cambiare e migliorare la propria città. È così che nascono Ammazza Che Piazza, un gruppo di ragazzi che riqualifica parchi e piazze della città da due anni; il Comitato dei Cittadini e Lavoratori Liberi e Pensanti che conduce un’attività di denuncia e sensibilizzazione ai temi ambientali; o iniziative come “la settimana europea per la mobilità alternativa”, nate grazie all’impegno delle associazioni The Howlers e Cirano, e con il patrocinio del Comune di Taranto. La normalità di Taranto è particolare, forse unica.

 

L’accostamento dei record che riguardano questa città ricca di storia, tesori d’arte e degrado ha del paradossale: ospita il più grande centro siderurgico d’Europa, la più grande base navale militare d’Italia e uno dei più grandi porti commerciali del Mar Mediterraneo; negli anni Settanta è stata la città del meridione con il reddito pro-capite più alto; nel 2012 si è classificata ultima tra le 107 province italiane per qualità della vita; il Comune ha subito il più grande dissesto finanziario in Italia nel 2006; la pesca e la caratteristica coltura di ostriche e cozze dovuta alla particolarità dei suoi due mari sono state annientate dall’inquinamento industriale; qui si produce il 92% della diossina italiana e l’8,8% di quella europea; rispetto al resto della provincia, a Taranto si riscontra un aumento delle malattie tumorali del 30% per gli uomini e del 20% per le donne. Risale al 26 luglio 2012 il primo provvedimento cautelare a carico della dirigenza Ilva per disastro ambientale. Il 20 dicembre 2012 il Parlamento approva il primo decreto legge “Salva Ilva” che attribuisce a Taranto lo stato di “area in situazione di crisi industriale complessa” e ne proroga i tempi di bonifica per permettere al sito industriale – classificato economicamente di “interesse nazionale” – di continuare la sua attività. A oggi ogni provvedimento giudiziario, dovuto al mancato rispetto dei tempi di bonifica e conversione della fabbrica, è stato puntualmente contrastato da un decreto legislativo o da un interessamento del governo. Perché? Com’è possibile? Chi continua a permettere che ciò avvenga? (Guarda il reportage)

 

 

SdF2015_Zoccoli_Discarica+“Novambiente”-Giugliano(NA)_07Toxic (H)Illness. Campania

© Filippo Zoccoli 2015

 

Veniamo al mondo con una promessa di vita, una promessa di vita che qui – dove tutto è tossico e nocivo – ci ha traditi.

L’espressione Terra dei fuochi è poco gradita al popolo campano. Il gergo giornalistico non riesce quasi mai a esprimere appieno l’entità dello scempio. Per gli abitanti del napoletano e del casertano il tradimento della propria esistenza non ha bisogno di metafore amare, basta presentare la realtà per quella che è: terra di rifiuti tossici e nocivi. Così viene definita da Ferdinando Palmers, attivista della Oceanus Onlus, che nell’anno 2009 si è occupata di svolgere un lavoro statistico e di ricerca nel quartiere napoletano di Pianura, producendo infine polemici Souvenir da Pianura, Napoli – Tenere lontano dalla portata di chiunque!, ossia vasetti così etichettati contenenti terreno inquinato da rifiuti tossici prelevato in zona.

 

La Campania è il ricettacolo di scarti altrui, del Nord Italia come d’Oltreoceano. E’ una terra ormai satura, che non ama più i suoi frutti, esito di un lavoro lento e sistematico nella sua distruttività, silenzioso sino a diventare assordante.

Questo è testimoniato dalla Relazione Balestri: trecento pagine, un elenco martellante di analisi territoriali effettuate tra il 2008 e il 2010 e successivamente consegnate alla Direzione Distrettuale Antimafia del Tribunale di Napoli. Emerge che tra il 2000 e il 2003 il disastro ambientale avrebbe potuto essere arginato se “le analisi Arpac (Agenzia Regionale Protezione Ambientale Campania, ndr) non fossero state non corrispondenti alla realtà [...] e ‘indirizzate’ verso valori favorevoli”.

L’amara verità diventa agghiacciante se si pensa che oggi in Campania al business dei rifiuti si affianca quello della chemioterapia (Guarda il reportage)

 

 

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 Sotto la Valle Dorata. Zona Industriale di Tito (Potenza, Basilicata)

© Gianfranco Vaglio 2015

 

Tito, in provincia di Potenza, è un paese di circa 8.500 abitanti. Dal 2001 la sua zona industriale, che ospitava la Liquichimica Meriodianale, è un S.I.N (Sito di Interesse Nazionale) del “Programma nazionale di bonifica e ripristino ambientale” per un’area di 59.000 mq., paragonabile ad otto campi di calcio.

 

Già negli anni Settanta la fabbrica produceva concimi complessi, di per sé altamente inquinanti, sotterrando gli scarti di lavorazione nell’area dello stabilimento. Le vasche di contenimento, a 5 metri di profondità, occupavano una superficie pari alla metà dell’intera area industriale, ma si rivelarono inadeguate a custodire le circa 200 mila tonnellate di fosfogessi radioattivi non sottoposti a inertizzazione, (processo di stabilizzazione delle sostanze tossiche), alle quali si aggiunsero nel tempo altri rifiuti, per un totale di circa 300 mila tonnellate di fanghi industriali.

 

Nel 2001, a seguito del crollo di un silos, si verificò una fuoriuscita di veleni chimici industriali direttamente nel torrente Tora, che raggiunsero di conseguenza anche il fiume Basento. Le analisi effettuate all’epoca rivelarono una forte contaminazione dell’acqua da tricloroetilene, bromodicloroetilene, ferro, nichel e alluminio, nonché radioattività da fosfogessi.

 

Le più recenti misurazioni dimostrano che non è solo l’area fosfogessi a mantenere un livello di radioattività oltre il limite previsto dalla legge. Anche le zone circostanti risultano positive per la presenza di sostanze ritenute ad alto rischio di impatto ambientale e sanitario. Rischi ai quali è esposta la popolazione di Tito, che vive e lavora a ridosso di questa zona, dove si concentra l’attività industriale e commerciale del paese.

 

Consapevoli dei livelli di contaminazione cui sono esposti, i cittadini di Tito vivono nel paradosso di un malsano equilibrio tra ciò che c’è sottoterra e la vita di superficie. In attesa d’interventi di effettiva riparazione ambientale, l’acqua continua ad essere contaminata, le aziende e gli operai continuano il loro lavoro e i contadini della zona coltivano i propri terreni in quella che veniva chiamata la Valle Dorata, per le sue immense distese di grano (Guarda il reportage)

 

 

OLYMPUS DIGITAL CAMERAMala tergeste. Trieste (Friuli Venezia Giulia)

© Carolina Munzi 2015

 

A Trieste, c’è un emergenza ambientale che pone in drammatica contrapposizione lavoro e difesa della salute.

Dal 1896 lo storico rione di Servola, ospita la cosìdetta Ferriera, un impianto siderurgico da molti considerata“l’Ilva del nord” per i livelli di inquinamento che sono paragonabili a quelli del quartiere Tamburi di Taranto. Gli abitanti dell’area considerata a rischio sono 211mila.

 

La Siderurgica Triestina (società proprietaria) oggi gestita dal Gruppo Arvedi, occupa circa 500 lavoratori, più un consistente indotto.Tra i lavoratori degli impianti l’incidenza dei tumori risulta superiore del 50 per cento rispetto alla media del resto della città.

Secondo i dati rilevati dalle centralie Arpa di Via San Lorenzo in Selva, dall’inizio del 2015 il benzopirene ha sforato ogni mese la soglia massima di un nanogrammo per metro cubo d’aria. Dati contestati dall’azienda perchè i rilevatori sarebbero troppo vicini agli impianti. La centralina però si trova a a 220 metri dalla cokeria, più di quanto distano le abitazioni più vicine all’impianto, situate a 160 metri.

Il progetto S.E.N.T.I.E.R.I., finanziato dal Ministero della Salute, ha analizzato la mortalità delle popolazioni residenti nei pressi dei Siti di Interesse Nazionale per le bonifiche, e tra gli altri quelli di Taranto e Trieste.

 

Il periodo esaminato va dal 1995 al 2002, anni in cui la situazione non aveva ancora raggiunto gli attuali livelli di gravità. Confrontando i dati delle due città, a parità di popolazione, prendendo in considerazione le morti connesse all’inquinamento degli impianti siderurgici, il numero registrato a Trieste (1959 decessi) è doppio rispetto a quello di Taranto (1072).

Fra giugno e luglio 2015 è stata condotta una nuova ricerca, sostenuta da uno dei massimi esperti mondiali di patologie collegate alle nanoparticelle la professoressa Antonietta Gatti, del laboratorio Nanodiagnostics, i cui risultati hanno rivelato che le sostanze (benzene,benzo(a)pirene,diossine,furani) rinvenute nei pressi della Ferriera, nel quartiere di Servola quindi, sono compatibili con gli elementi chimici trattati dall’impianto e hanno pesanti ripercussioni sulla salute di chi le inala.

 

Gli effetti dell’inalazione delle polveri, a livello patologico, sono molteplici: si parla di tromboembolia polmonare, infarto, ictus, cancro, fino a coinvolgere i feti causando aborti, malformazioni e in alcuni casi la presenza di tumori già alla nascita.

Al momento gli sforamenti di pm10 registrati dall’inizio del 2015 sono 89, più del doppio dei 35 consentiti per l’intero anno (Guarda il reportage)

 

 

L’AMARA LUCANIA 
VAL BASENTO (Matera, Basilicata), 2015L’amara Lucania. Val Basento (Basilicata)

© Vincenzo Montefinese 2015

 

La Basilicata è la più grande riserva di idrocarburi d’Italia. Ben prima dell’implementazione dei noti giacimenti in Val D’Agri, in Val Basento, zona in provincia di Matera che prende il nome dal fiume che la attraversa e che sfocia nel mar Ionio, a cavallo fra gli anni Cinquanta e Sessanta viene scoperto un esteso giacimento metanifero. Il 31 luglio 1961 Enrico Mattei (presidente dell’ENI), Emilio Colombo (Ministro dell’Industria) e Amintore Fanfani (Presidente del Consiglio), posano la prima pietra per la costruzione del complesso petrolchimico dell’ANIC (Azienda Nazionale Idrogenazione Combustibili) di Pisticci. Quel giorno cambierà la storia di questo territorio, da sempre a vocazione agricola, mutandone profondamente il modello di sviluppo socio-economico.

 

In pochi anni, in una delle aree più povere del Mezzogiorno viene raggiunto un picco occupazionale di 7.000 lavoratori a fronte della trasformazione della Val Basento in una delle aree industriali più estese del Sud Italia.

Lo sviluppo dell’area si arresta alla fine degli anni ’70 con la crisi della chimica di base. Da allora si susseguono tentativi di de-industrializzazionee re-industrializzazione che lasciano sul terreno gravi impatti in termini sociali, economici ed ambientali.

 

Tra fine anni Novanta e gli inizi del Duemila il principale business dell’area è rappresentato dall’attività della Tecnoparco, società controllata dall’ENI con sede a Pisticci, che si occupa dello smaltimento dei reflui petroliferi, definita “il terminale del tubo digerente petrolifero”. Come conseguenza di tali attività, le indagini dell’ARPA Basilicata evidenziano lo stato critico del fiume Basento, dove sostanze nocive e cancerogene sono presenti nelle acque superficiali e in falda. I livelli di contaminazione costringono i sindaci di Ferrandina e Pisticci a emettere nel dicembre 2013 un’ordinanza di divieto di attingimento delle acque per uso umano e zootecnico.

 

Secondo uno studio effettuato dall’Istituto Superiore della Sanità in collaborazione con l’Istituto Tumori di Milano, dal 1970 la percentuale di tumori maligni in Basilicata è vertiginosamente in crescita e si prevede che questo dato verrà confermato nel prossimo futuro. Per questo dal 2002 l’area Val Basento è inserita tra i S.I.N. (Sito di Interesse Nazionale) del “Programma nazionale di bonifica e ripristino ambientale” ma ad oggi le operazioni non sono ancora iniziate. La gente del posto riconosce le cause dell’inquinamento nelle scelte politiche scellerate che sono andate incontro agli interessi delle grosse imprese, come l’ENI, lasciate libere di agire indisturbate nel territorio.

D’altro canto, gli ultimi rapporti Istat hanno evidenziato che tra il 2003 e il 2014 la Basilicata è fra le tre regioni più povere d’Italia, dato confermato dalle statistiche sull’emigrazione giovanile verso l’Italia del Nord o altri paesi d’Europa, in costante aumento (Guarda il reportage)

 

Civitavecchia

“Epicentro Civitavecchia” – Civitavecchia (Lazio)

 

Civitavecchia è una realtà sacrificata che negli anni si è vista dare le centrali, il porto, il cemento e le armi chimiche in cambio di quello che è ormai il classico ricatto occupazionale.
La principale criticità ambientale è rappresentata dalla centrale di Torrevaldaliga nord, una centrale a carbone di proprietà dell’Enel. Prospicienti al polo industriale aggravano la situazione i depositi petroliferi costieri, il porto crocieristico e ,nell’entroterra, il centro di smaltimento di armi chimiche. Le analisi epidemiologiche hanno registrato un tasso di mortalità per malattie oncologiche del 10% superiore alla media regionale, a sua volta tra le più alte di’Italia.
Costruire una città e costringere la cittadinanza a vivere una vita all’ombra del disastro ambientale. Contro questo piano si è mossa A SUD che ha coinvolto le associazioni già attive sul territorio. Questo reportage vuole essere in primo luogo una testimonianza della vita che si agita attorno al polo industriale, dalla quotidianità alla morte, fino alla protesta.

 

Civitavecchia

“La Fiaba di Porto Marghera” – Marghera (Veneto)

 

“Un giorno la storia di Porto Marghera verrà raccontata come una fiaba”, scrivevano i giornali italiani nel 1925, quando il sogno della creazione dal nulla di una città industriale nella laguna di Venezia stava per cominciare. E per un secolo Marghera è stata sinonimo d’industria chimica e petrolchimica, fino al lento declino cominciato alla metà degli anni Settanta, e alla dolorosa consapevolezza dell’enorme emergenza ambientale, sanitaria, e sociale che a oggi sono ancora vive e presenti.

Del polo chimico e petrolchimico oggi rimane solo lo scheletro, gli edifici abbandonati e fatiscenti a memoria di un periodo in cui 40.000 persone vi lavoravano e più del doppio dipendevano da essa, e in cui molti furono uccisi da tumori causati dalle sostanze cancerogene che vi si lavoravano.

L’eredità del petrolchimico è la contaminazione di milioni di metri cubi di terre e acque, con alte concentrazioni nel terreno e nelle acque di falda di arsenico, cadmio, selenio, piombo, rame, zinco, BTEX, PCB, PCDD, IPA, idrocarburi leggeri e pesanti, composti alifatici clorurati, ferro, alluminio, manganese,1,1, dicloroetilene, 1,2 dicloropropano, tricloroetilene, 1,2,3 tricloropropano, tetracloroetilene, clorurati, tribromometano, dibromoclorometano, idrocarburi leggeri e pesanti, BTEX, PCB, IPA, e con una maggiore incidenza di tumori al colon-retto e ai polmoni.

Nonostante l’inserimento di Marghera nella lista dei SIN risalga al 1998, le bonifiche dei 5800 ettari dell’area identificata proseguono a rilento, con solo il 10% effettivamente messo in sicurezza. Il costo per la messa in sicurezza del SIN è stimato intorno ai 1500 milioni di euro.

 

 

Immagine“Puerto Escuso” – Portovesme (Sardegna)

 

Portoscuso – il suo antico nome spagnolo Puerto Escuso significa porto nascosto, a quel tempo da alte dune di sabbia – era un piccolo borgo di baracche abitate da tonnarotti durante la stagione di pesca.
Il polo industriale di Portovesme – frazione di Portoscuso – nasce alla fine degli anni Sessanta con l’obiettivo di supplire alla crisi delle miniere sarde.
Così, questo angolo di Sulcis cambia pelle.
Sono in molti a pensare che la deturpazione ambientale di oggi sia il risultato di un accordo tra la classe politica e gli industriali: promesse di benessere e lavoro in cambio di un uso spregiudicato del territorio. L’isolamento geografico e l’inadeguatezza delle amministrazioni locali hanno permesso che tutto accadesse.

 

Dai primi anni Novanta la raccolta dell’uva e la produzione del vino sono proibite a causa della contaminazione da piombo. Negli ultimi mesi si sono alternate ordinanze che vietano agli allevatori locali la commercializzazione del latte, delle carni ovine, caprine e bovine. E ancora più recentemente nuovi provvedimenti vietano la raccolta di molluschi e granchi e limitano il consumo di prodotti ortofrutticoli.
Sorvegliato speciale è il bacino di fanghi rossi, una discarica sul mare a poche centinaia di metri dai centri abitati, in cui per vent’anni sono stati stipati venti milioni di metri cubi di residui per la produzione dell’allumina. Una bomba ecologica lasciata in balia delle intemperie che ha il colore rosso della bauxite e che dall’alto, con un’estensione di 185 ettari, fa paura.
A poche centinaia di metri una distesa di 10 tende accoglie il presidio permanente dei lavoratori, diretti e indiretti, dell’Alcoa, multinazionale americana che ha abbandonato Portovesme lasciando i suoi operai senza lavoro.
Quarant’anni dopo l’arrivo dell’industria pesante – che nell’ultimo decennio ha imboccato la sua fase di graduale abbandono del polo – la catena alimentare di quest’area appare compromessa, con un serio incremento nella popolazione di patologie tumorali e asbesto-correlate.
Questo reportage vuole raccontare il silenzioso conflitto umano e ambientale in atto nel Sulcis, la provincia più povera d’Italia.

 

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“L’isola del sole nero” – Sulcis-Iglesiente (Sardegna)

 

Il triste primato in Italia per superficie di territorio contaminato spetta a una delle isole più belle del Mediterraneo, la Sardegna. Nell’isola, che ha chiuso il bilancio del 2014 con un 10% in più di presenza turistica (Sired), circa 445.000 ettari di territorio risultano inquinati.

Dagli anni Sessanta, la terza regione più grande della penisola ha assistito allo sviluppo di un modello d’industrializzazione di forte impatto sull’ambiente e la vita delle comunità locali, importato con il consenso e l’entusiasmo della classe politica regionale. Qui, come altrove in Italia, questo sistema produttivo ha visto il proprio declino con la fine delle politiche d’investimento pubblico, nel segno di una crisi industriale tangibile in tutto il Paese.

 

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 “La Bonifica d’Oro” – borgo Montello (Lazio)

 

Montello è un piccolo colle del trevigiano che nella prima guerra mondiale vide l’esercito italiano fermare l’avanzata austro-ungarica e gettare le basi per la gloriosa battaglia di Vittorio Veneto. Da queste terre provengono gli uomini che, tra la fine degli anni Venti e l’inizio degli anni Trenta, bonificarono l’Agro Pontino, trasformando la malaria in prodotti agricoli d’eccellenza, una palude immensa nella “Valle d’Oro”.
La bonifica dei giorni nostri riguarda invece la discarica di Borgo Montello, ed è un’opera indispensabile per porre rimedio a un disastro ambientale di proporzioni spaventose. Nata nei primi anni Settanta come punto di raccolta comunale in prossimità del fiume Astura, la discarica aumenta presto le sue dimensioni sino a diventare, con i suoi nove invasi, la quarta in Italia e la seconda nel Lazio, dopo Malagrotta. Alla fine degli anni Novanta il sito versava in condizioni disastrose, con laghi di percolato a contatto con il terreno e rifiuti esposti alle piogge e al vento. Le indagini ambientali hanno accertato la presenza di metalli e inquinanti organici nella falda acquifera adiacente. La discarica è circondata da campi coltivati.
Alla mala gestione delle società che si sono succedute nel tempo, si affiancano i timori per lo sversamento di rifiuti tossici e fanghi nucleari da parte delle ecomafie, sollevati dal pentito Carmine Schiavone, ex cassiere del clan Casalesi, e mai adeguatamente verificati. Schiavone identifica la zona come una seconda terra dei fuochi e asserisce che negli anni Novanta “Latina faceva provincia di Casale” (di Principe n.d.r), spiegando come la camorra fosse presente sul territorio e coinvolta nelle attività economiche della provincia.

 

Nel marzo del 1995 l’omicidio di Don Cesare Boschin, anziano parroco in prima linea nella denuncia degli illeciti commessi in discarica, fu un duro colpo per la comunità locale che chiedeva di far luce sulle vicende legate allo smaltimento illecito di rifiuti; da allora nessun comitato è stato in grado di raggiungere lo stesso grado di mobilitazione.
A pochi chilometri dalla discarica sorge la centrale elettronucleare Latina, la prima d’Italia a entrare in funzione nel 1964. La centrale è ora in dismissione, ma i rilevamenti effettuati nel 2014 dalla stessa società proprietaria (Sogin) hanno evidenziato la contaminazione della falda acquifera sottostante da cloruro di vinile, sostanza tossica e cancerogena, con livelli pari a venti volte il limite consentito.
Sia la centrale nucleare che la discarica sono lambite da campi coltivati.
Poche e sporadiche le verifiche da parte degli enti preposti e ingente il ritardo accumulato nell’attuazione dei piani di bonifica. L’impatto sulla salute è notizia solo tra la gente del posto.
Tutto tace e la terra promessa all’inizio del secolo scorso è di nuovo un miraggio.

 

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 “Sotto la Valle Dorata” – Tito (Basilicata)

 

 

Tito, in provincia di Potenza, è un paese di circa 8.500 abitanti. Dal 2001 la sua zona industriale, che ospitava la Liquichimica Meriodianale, è un S.I.N (Sito di Interesse Nazionale) del “Programma nazionale di bonifica e ripristino ambientale” per un’area di 59.000 mq., paragonabile ad otto campi di calcio.

Già negli anni Settanta la fabbrica produceva concimi complessi, di per sé altamente inquinanti, sotterrando gli scarti di lavorazione nell’area dello stabilimento. Le vasche di contenimento, a 5 metri di profondità, occupavano una superficie pari alla metà dell’intera area industriale, ma si rivelarono inadeguate a custodire le circa 200 mila tonnellate di fosfogessi radioattivi non sottoposti a inertizzazione, (processo di stabilizzazione delle sostanze tossiche), alle quali si aggiunsero nel tempo altri rifiuti, per un totale di circa 300 mila tonnellate di fanghi industriali.

Nel 2001, a seguito del crollo di un silos, si verificò una fuoriuscita di veleni chimici industriali direttamente nel torrente Tora, che raggiunsero di conseguenza anche il fiume Basento. Le analisi effettuate all’epoca rivelarono una forte contaminazione dell’acqua da tricloroetilene, bromodicloroetilene, ferro, nichel e alluminio, nonché radioattività da fosfogessi.

 

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“L’Amara Lucania” – Val Basento (Basilicata)

 

La Basilicata è la più grande riserva di idrocarburi d’Italia. Ben prima dell’implementazione dei noti giacimenti in Val D’Agri, in Val Basento, zona in provincia di Matera che prende il nome dal fiume che la attraversa e che sfocia nel mar Ionio, a cavallo fra gli anni Cinquanta e Sessanta viene scoperto un esteso giacimento metanifero. Il 31 luglio 1961 Enrico Mattei (presidente dell’ENI), Emilio Colombo (Ministro dell’Industria) e Amintore Fanfani (Presidente del Consiglio), posano la prima pietra per la costruzione del complesso petrolchimico dell’ANIC (Azienda Nazionale Idrogenazione Combustibili) di Pisticci. Quel giorno cambierà la storia di questo territorio, da sempre a vocazione agricola, mutandone profondamente il modello di sviluppo socio-economico.
In pochi anni, in una delle aree più povere del Mezzogiorno viene raggiunto un picco occupazionale di 7.000 lavoratori a fronte della trasformazione della Val Basento in una delle aree industriali più estese del Sud Italia.

 

Lo sviluppo dell’area si arresta alla fine degli anni ’70 con la crisi della chimica di base. Da allora si susseguono tentativi di de-industrializzazione e re-industrializzazione che lasciano sul terreno gravi impatti in termini sociali, economici ed ambientali.
Tra fine anni Novanta e gli inizi del Duemila il principale business dell’area è rappresentato dall’attività della Tecnoparco, società controllata dall’ENI con sede a Pisticci, che si occupa dello smaltimento dei reflui petroliferi, definita “il terminale del tubo digerente petrolifero”. Come conseguenza di tali attività, le indagini dell’ARPA Basilicata evidenziano lo stato critico del fiume Basento, dove sostanze nocive e cancerogene sono presenti nelle acque superficiali e in falda. I livelli di contaminazione costringono i sindaci di Ferrandina e Pisticci a emettere nel dicembre 2013 un’ordinanza di divieto di attingimento delle acque per uso umano e zootecnico.

 

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“Maremma Impestata” – Orbetello (Toscana)

 

Nella laguna di Orbetello, straordinario paesaggio naturale, ha operato per quasi un secolo uno stabilimento chimico di fertilizzanti. Costruito all’inizio del ’900, era di proprietà della Montecatini, per passare, nel 1975, alla Federconsorzi.
Colla, superfosfato d’ossa, acido solforico, superfosfato minerale e granulato, allume potassico, fluoruro d’alluminio.
Il progetto “SENTIERI – Studio Epidemiologico Nazionale dei Territori e degli Insediamenti Esposti a Rischio da inquinamento”, dell’Istituto Superiore di Sanità per il Comune di Orbetello evidenzia “Negli uomini eccessi per il tumore del polmone e per le malattie genitourinarie. Nelle donne eccessi per il tumore della vescica, per le malattie dell’apparato respiratorio e per il diabete. Per il tumore al polmone è ben documentato l’effetto cancerogeno, sia dell’arsenico, sia del cadmio, elementi che sono tra i metalli presenti in modo rilevante nel SIN di Orbetello.”

 

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“Mala Tergeste” – Trieste (Friuli Venezia Giulia)

 

A Trieste, c’è un’emergenza ambientale che pone in drammatica contrapposizione lavoro e difesa della salute.
Dal 1896 lo storico rione di Servola ospita la cosiddetta Ferriera, un impianto siderurgico da molti considerato l’Ilva del nord per i livelli di inquinamento che paragonabili a quelli del quartiere Tamburi di Taranto. Gli abitanti di quest’area considerata a rischio sono 211mila.
La Siderurgica Triestina (società proprietaria) oggi gestita dal Gruppo Arvedi, occupa circa 500 lavoratori, ai quali si aggiunge un consistente indotto. Tra i lavoratori degli impianti l’incidenza dei tumori risulta superiore del 50 per cento rispetto alla media del resto della città.
Secondo i dati rilevati dalle centrali Arpa, dall’inizio del 2015 il benzopirene ha sforato ogni mese la soglia massima di un nanogrammo per metro cubo d’aria. Dati contestati dall’azienda perchè i rilevatori sarebbero troppo vicini agli impianti. La centralina però si trova a 220 metri dalla cokeria, quando le abitazioni più vicine all’impianto distano appena 160 metri.

 

Il progetto S.E.N.T.I.E.R.I., finanziato dal Ministero della Salute, ha analizzato la mortalità delle popolazioni residenti nei pressi dei Siti di Interesse Nazionale per le bonifiche, e tra gli altri quelli di Taranto e Trieste. Il periodo esaminato va dal 1995 al 2002, anni in cui la situazione non aveva ancora raggiunto gli attuali livelli di gravità. Confrontando i dati delle due città, a parità di popolazione, prendendo in considerazione le morti connesse all’inquinamento degli impianti siderurgici, il numero registrato a Trieste (1959 decessi) è doppio rispetto a quello di Taranto (1072).
Fra giugno e luglio 2015 è stata condotta una nuova ricerca, sostenuta da uno dei massimi esperti mondiali di patologie collegate alle nano particelle, la professoressa Antonietta Gatti del laboratorio Nanodiagnostics. I risultati hanno rivelato che le sostanze (benzene,benzo(a)pirene,diossine,furani) rinvenute nei pressi della Ferriera, nel quartiere di Servola quindi, sono compatibili con gli elementi chimici trattati dall’impianto e hanno pesanti ripercussioni sulla salute di chi le inala.
Gli effetti dell’inalazione delle polveri, a livello patologico, sono molteplici: si parla di tromboembolia polmonare, infarto, ictus, cancro, fino a coinvolgere i feti causando aborti, malformazioni e in alcuni casi la presenza di tumori già alla nascita.
Al momento gli sforamenti di pm10 registrati dall’inizio del 2015 sono 89, più del doppio dei 35 consentiti per l’intero anno.

 

 

 

 

 

 

Per informazioni sul progetto Underground:

 

  • A Sud/CDCA:

             Marica Di Pierri maricadipierri@asud.net

             Salvatore Altiero salvatorealtiero@asud.net

  • Sdf/ISFCI:

             Dario Coletti coletti.dario@gmail.com

            Manuela Fugenzi manuelafugenzi@gmail.com

 

UNDERGROUND | Videoanteprima

Il video raccoglie gli scatti realizzati dai fotografi con una voce narrante che racconta i singoli casi di conflitto trattati

 

 

 

A Taranto una mostra fotografica racconta i veleni d’Italia

di Sara Matera per Linfalab.it

Il racconto della presentazione in anteprima del progetto nel giugno 2014 durante il Festival Think Green di Taranto.

 

 

 



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