Trivelle ferme, il petrolio in calo colpisce gli Usa 30 gennaio, 2015 | Redazione A Sud

fracking_shale_gas[di Giampaolo Tarantino su Linkiesta]

 

Scattano i licenziamenti, tremano le piccole imprese indebitate. E in Russia va ancora peggio

 

Le trivelle si fermano, scattano i licenziamenti, ristoranti e negozi abbassano i prezzi per tenersi i clienti che temono di perdere il lavoro. Gli Stati Uniti benedetti dalla manna dello shale devono fare i conti con la picchiata del prezzo del petrolio. Il boom degli idrocarburi non convenzionali si sta sgonfiando. Lo racconta il New York Times con un reportage dal Texas che si prepara ad affrontare una nuova crisi. Sono le stesse paure che devono fronteggiare i piccoli produttori dell’Oklahoma, dell’Alabama o dell’Arkansas o dal North Dakota. Questa parte di America che si è lasciata alle spalle i postumi della crisi post Lehman Brothers scommettendo sullo shale sente di dover fare di nuovo i conti con la disoccupazione e i fallimenti. L’estrazione di gas e petrolio di scisto ha dato una grande spinta alla ripresa economica. Secondo il settimanale The Economist, dal 2010 negli Stati Uniti sono stati avviati 20 mila nuovi impianti estrattivi e nello stesso anno, lo shale ha contribuito con 76.9 miliardi dollari al Pil degli Usa.

 

 

 

Adesso le cose sembrano essere cambiate e la colpa è dell’Arabia Saudita, storico alleato e fornitore di petrolio, che ha condotto l’Opec alla guerra dei prezzi contro i piccoli produttori americani. La mossa dei sauditi è un grosso problema per gli americani visto che lo shale oil ha costi di estrazione notevolmente più alti rispetto al petrolio convenzionale. Con il greggio attorno ai 50 dollari al barile gli idrocarburi estratti dalle rocce di scisto finiscono fuori mercato. Secondo Ian Bremer, uno degli analisti americani più influenti e presidente del think thank Eurasia Group, l’obiettivo dei sauditi, però, non è quello di “uccidere” ma di “calmare” la destabilizzante rivoluzione americana dello shale.

 

 

Intanto gli effetti negativi iniziano a manifestarsi. Le trivelle nei campi petroliferi americani restano ferme (così come in altri Paesi) e gli investimenti vengono rimandati o cancellati. Gli impianti di trivellazione attivi sono scesi di 74 unità a quota 1.676, dopo che la settimana precedente erano scesi di ulteriori 61 unità. Il livello è il più basso dal 2010 e dai massimi di fine settembre (1.931 unità) il calo è stato del 13% e pari a 255 unità.

 

 

Michael Cohen, analista della britannica Barclays, un calo del prezzo del petrolio di 20 dollari riduce il profitto dei produttori americani del 20 per cento. Secondo Wood Meckenzie, società di servizi nel settore estrattivo, per finanziare gli investimenti nei prossimi tre anni senza problemi ci vorrebbe un costo del petrolio attorno ai 100 dollari. Come scrive Il Sole24 Ore, a quota 90 dollari il 30-60 per cento delle società dovrebbe rivedere al ribasso i piani di investimenti oppure rivolgersi a un mercato che appare sempre più scettico.

 

 

Le società che hanno alimentato il boom dello shale sono, nella maggior parte dei casi, di piccole e medie dimensioni. Molte sono praticamente nate dal nulla e per avviare l’attività estrattiva si sono pesantemente indebitate. Per l’agenzia di rating Fitch dal 2009 l’emissione di strumenti finanziari ad alto rendimento da parte di società energetiche è cresciuta del 148%, con un valore dei titoli in circolazione che ha superato i 210 miliardi di dollari. Per Standard & Poor’s e Moody’s, oggi due terzi delle società estrattive americane hanno un debito a livello “spazzatura” a causa dell’alto rischio di insolvenza. Un’analisi di Bloomberg su 60 società quotate pubblicata lo scorso dicembre smostrava che a fine giugno 2014 i debiti ammontavano a 190,2 miliardi di dollari, in aumento di 50 miliardi dalla fine del 2011. Tutte queste cifre si possono riassumere con le parole di Gordon Gray, analista della banca britannica Hsbc. «Stiamo assistendo al bilanciamento che l’Opec si è era prefissata di raggiungere».

 

 

L’altra grande vittima della guerra dei prezzi del petrolio voluta da Arabia Saudita ed Emirati arabi è la Russia. Vladimir Putin deve aggiungere alla lista dei problemi anche il prezzo del gas in picchiata. Il tracollo degli ultimi mesi ha un impatto diretto sulla situazione economica di Mosca, visto che il prezzo del gas praticato da Gazprom è legato a quello del petrolio. Le esportazioni di gas valgono il 14 per cento delle entrate russe e con il prezzo in discesa, per la prima volta dal 2009, le entrate fiscali caleranno nel 2015. Mosca dovrà fronteggiare anche il calo della domanda nell’Unione europea, il più grande mercato per Gazprom. Le importazioni russe valgono quasi un quarto del mercato europeo. Nei 28 Paesi della Ue la domanda di gas è calata del 9 per cento nel 2014. Inoltre come ha spiegato a Bloomberg Georgi Slavov di Marex Spectron Group, le economie europee stanno migliorando la propria efficienza energetica” e questo significa far calare ulteriormente la domanda di gas russo. Gazprom potrebbe essere costretta anche a fronteggiare la concorrenza del gas naturale liquefatto (Lng). Sui mercati asiatici, dove ci sono i maggiori consumatori di Lng, i prezzi sono in calo. Secondo la società di consulenza Energy Aspects,nel 2015 le importazioni europee di Lng aumenteranno del 18 per cento. Sempre Bloomberg fa notare che è vero che in termini di entrate fiscali l’incidenza dei proventi del gas è minore di quella del petrolio ma quando hai una situazione fiscale già compromessa della svalutazione del rublo, anche il gas può diventare un enorme problema.

 

 

*Articolo pubblicato su linkiesta.it, 22 gennaio 2015

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