Trattato Ceta, ok della commissione esteri del Senato 28 giugno, 2017 | Redazione A Sud

[di Mario Pierro su Il Manifesto] La Commissione esteri del Senato ha approvato ieri il trattato Ceta sul libero scambio tra Unione Europea e Canada con quindici voti contro sei. Ora il provvedimento dovrà passare all’esame dell’Aula. In commissione hanno votato a favore il Pd e Forza Italia, contro Movimento 5 Stelle, Sinistra Italiana, Misto e Lega. Mdp-Articolo 1 non ha partecipato al voto e questa assenza ha generato polemiche con i promotori del sit-in di protesta che si è svolto in contemporanea a piazza del Pantheon a Roma. «Non si sono assunti la responsabilità di dire no a questo atto-vergogna – sostiene la campagna Stop Ttip – Non hanno ascoltato associazioni, categorie e sindacati e hanno dato il primo via libera a un trattato tossico. I senatori del Pd hanno votato insieme a Forza Italia vanno avanti incuranti nonostante che nei pareri espressi da molte commissione ci siano vincoli e aspetti da approfondire».

 

Federica Ferrario, responsabile campagna Agricoltura e Progetti speciali di Greenpeace Italia, definisce il voto di ieri come «un vergognoso autogol a scapito di diritti, salute, ambiente e dell’agroalimentare italiano». L’accordo sul clima di Parigi, la Convenzione sulla biodiversità, gli obiettivi di sviluppo e gli standard internazionali del lavoro «devono avere la precedenza sulle norme commerciali come il Ceta».

 

Contro l’accelerazione del processo di ratifica del trattato commerciale – l’Italia è al momento l’unico paese europeo a procedere a spron battuto su questa strada – si è formata un’ alleanza tra Coldiretti, Arci, Adusbef, Movimento Consumatori, Legambiente, Greenpeace, Slow Food, Federconsumatori e Fair Watch. Insieme hanno rivolto un appello alla presidente della Camera Laura Boldrini e a quello del Senato Piero Grasso per procedere una discussione approfondita prima di assumere una decisione su liberalizzazioni e deregolamentazioni degli scambi commerciali. «Non c’è alcuna urgenza – ha ribadito la segretaria generale della Cgil Susanna Camusso – Danneggerebbe fortemente la nostra economia e i nostri lavoratori. Sarebbe invece opportuno che si desse occasione ai cittadini, ai lavoratori, alla società civile e alle parti sociali di esprimere le loro opinioni e perplessità su questo trattato, che interferisce non solo sull’import e sull’export del nostro paese ma sulla vita e sul lavoro delle persone». La Cgil parteciperà un’altra manifestazione a Montecitorio convocata il 5 luglio dalle associazioni.

 

«Il Ceta riguarda formalmente solo il Canada ma in realtà apre le porte anche alle 40mila filiali canadesi delle aziende statunitensi e dunque a tutte le grandi multinazionali sostiene Peppe De Cristofaro (Sinistra Italiana) – mette a rischio decine di migliaia di posti di lavoro, abbassa i controlli sulla qualità dei prodotti agricoli, apre la porta all’uso di elementi letali per la salute, danneggia in modo molto grave l’agricoltura italiana». «Questo trattato non è altro che un “Ttip mascherato” visto che le più grandi multinazionali statunitensi hanno una sede in Canada e gli Usa hanno già un accordo di libero scambio con il Canada, il Nafta – sostiene il Movimento 5 Stelle che ha partecipato al presidio – Chiediamo che il Governo del Pd ci ripensi e fermi subito il Ceta, viste anche le perplessità della sua stessa maggioranza. È sufficiente che un solo Parlamento nazionale voti contro la ratifica dell’accordo per farlo decadere in tutta Europa».

 

Anche le destre si sono scagliate contro l’accelerazione delle procedure. «Il Ceta danneggerà pesantemente – sostiene Giorgia Meloni – il Made in Italy agroalimentare e le nostre produzioni di qualità». Stessa posizione per Salvini (Lega). «Lega e 5 stelle stanno facendo una gigantesca campagna di disinformazione – sostiene Pierferdinando Casini, presidente della Commissione Esteri del Senato – Rimane intatto il principio di precauzione che esiste nell’ordinamento Ue e non si incide sulle restrizioni che ci sono in Europa sulla carne agli ormoni o sugli Ogm». Per il presidente della Repubblica Sergio Mattarella, in visita in Canada, il Ceta è «un grande passo avanti di collaborazione concreta ed è importante per l’economia del Canada e della Ue». Per Mattarella la globalizzazione dei commerci veicola «pace e collaborazione politica».

 

Il commento di Monica Di Sisto

 

Se la sinistra nel nostro paese è pronta a battersi, scomunicarsi e frazionarsi fino all’ultimo dei suoi atomi su tutte le condizioni, interne e esterne, che la portano a istituirsi, da molti anni è considerata indiscutibile da molti opinion leader l’arena in cui ci si gioca l’assetto produttivo e industriale del paese.

 

È come se la direzione in cui ci sta portando l’Europa – schiacciamento sull’export senza alcuna attenzione per la densità produttiva, manifatturiera e industriale, del paese, figuriamoci per l’occupazione o per l’ambiente – sia non negoziabile o trascurabile.

 

Questo silenzio urla quando, come in questi giorni, come campagna Stop Ttip Italia, insieme a un’ampia coalizione che va da Coldiretti a Cgil, dall’Arci a Acli terra, da Greenpeace a Legambiente alle principali associazioni dei consumatori, ci stiamo battendo con un Libro bianco comune e a colpi di dossier con cifre e fatti, contro la ratifica affrettata da parte del Parlamento italiano del trattato Ceta di liberalizzazione degli scambi tra Europa e Canada.

 

E ieri la commissione Affari esteri del Senato, mentre noi eravamo in piazza del Pantheon a chiedere ai senatori di fermare la ratifica del trattato e riaprire in Europa una discussione più intelligente sulla struttura e la funzione del commercio al servizio delle comunità, dei diritti e dell’ambiente, una maggioranza Pd-Forza Italia-Ap-Autonomie batte Si, M5s e Lega, con Mdp assente e ufficialmente silente, stava consegnando il trattato all’Aula. Poco importa se il 5 luglio un ancor più ampio cartello di realtà associative, produttive e sindacali manifesterà di nuovo e con più forza a Montecitorio, perché ritiene questo gesto irresponsabile.

 

Se a Bari c’è ferma una nave cargo con tonnellate di grano canadese con problemi sanitari gravi, ultimo caso su decine di altri. Se questo grano cattivo deprime il prezzo nazionale e mette in ginocchio centinaia di aziende a Sud. Se in Canada siano perfettamente legali 99 principi attivi, tra i quali glifosate e paraquat, che l’Italia ha messo fuorilegge vent’anni fa dopo morti bianche di braccianti. Poco importa che la Tuft University statunitense abbia valutato che oltre 30mila posti di lavoro siano a rischio con l’entrata in vigore del Ceta, e ci sia un evidente problema di dumping salariale in molti settori manifatturieri e industriali.

 

Non si discute che i presunti benefici per pochi settori produttivi – grandi gruppi agroalimentari, la moda che di italiano ci mette solo il marchio, l’energia – li pagheremo con un indebolimento dei nostri principi costituzionali. Anzi: c’è chi rivendica di essere liberista nell’economia e «socialista» nel sociale, come se questo fosse in concreto possibile, e se le disuguaglianze irreparabili nel nostro paese non dipendano anche dall’allegria con cui si sono aperti a una competizione irrealistica interi settori, aumentando il numero di aziende che chiudono, il deficit commerciale, oltre che la conflittualità sociale e la disoccupazione.
106 parlamentari francesi socialisti, di sinistra e verdi, hanno presentato un ricorso alla Corte costituzionale denunciando che il Ceta colpisce i pilastri della loro democrazia primo tra i quali le «Condizioni di base di esercizio della sovranità nazionale», visto che i governi dei Paesi membri non sono solo impegnati a limitare la portata della propria libertà legislativa così da facilitare l’accesso al proprio mercato a «investitori canadesi», ma anche di associare strettamente il Canada e le sue imprese nel processo di sviluppo delle norme nazionali. Denunciano anche che il «Principio di indipendenza e l’imparzialità dei giudici», a fronte dell’istituzione di una Corte internazionale per gli investimenti (ICS) venga danneggiata visto che si mette in piedi un sistema di regolazione delle controversie aperto agli «investitori dell’altra Parte», in un tribunale arbitrale composto da 15 membri nominati dal Comitato misto che gestisce l’applicazione Ceta, è nominato da Commissione Ue e governo canadese e quindi di necessità a rischio di cooptazione e influenze esterne.

 

Anche il partito socialista spagnolo ha annunciato che ritirerà il suo appoggio alla ratifica del trattato. Ma il Pd e chi lo vuole compiacere non ascolta, non ragiona, e quando non fa comodo dell’Europa fa anche a meno.

 

La cosa più suggestiva è che si indica nel premier canadese un paladino dell’Accordo di Parigi sul clima, in chiave anti-Trump: peccato che il Canada, mancherà sia il proprio impegno di riduzione delle emissioni per il 2020 sia l’obiettivo al 2030; spende 3,3 miliardi di dollari l’anno in sussidi pubblici ai combustibili fossili, tra cui l’inquinante petrolio da sabbie bituminose.

 

Per di più le Nazioni unite hanno svolto un’ispezione nelle aree di estrazione e minerarie canadesi nelle scorse settimane e hanno richiamato lo Stato «che esorta le autorità canadesi e il settore delle imprese a rafforzare i loro sforzi per prevenire e affrontare gli impatti negativi sui diritti umani delle attività produttive in patria e all’estero».

 

La delegazione ha inoltre sottolineato «l’importanza di proteggere i difensori dei diritti umani e gli ambientalisti dalle aggressioni e dalla violenza e la necessità per il governo di rafforzare l’accesso agli strumenti legali di ricorso per le vittime di abusi di diritto» visto che ben 30 persone sono morte in questi contesti denunciando pratiche delle imprese canadesi in patria e fuori.

 

Sinistra italiana, qualche voce sparsa di Articolo 1, ammutolita dall’assenza al voto in commissione, fuori dall’emiciclo Rifondazione e Altraeuropa, sono i pezzi della sinistra istituita, insieme a M5s e alle destre , che hanno preso la parte del buon senso. Il Ceta, il Ttip, ma più in generale l’impatto e il cambiamento di queste agende distruttive sono, per tante e tanti invece, il cuore e il senso delle relazioni con la politica nelle istituzioni. Si può non essere d’accordo nel merito, e discutere fino allo sfinimento. Ma il silenzio no, non se lo possono più permettere.

 

 

(Pubblicati il 28 giugno 2017)

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