Traffico di rifiuti in via di Salone: mandanti ed esecutori 2 agosto, 2018 | Redazione A Sud

[di Maura Peca per A Sud] Una carrellata infinita di attività criminose, con nomi e cognomi, date e ore. E’ così che la Polizia Locale ha articolato, in una lunga lista, le attività di traffico e smaltimento illecito dei rifiuti avvenute almeno tra Marzo e Luglio del 2017 a Via di Salone, e che ha portato all’apertura dell’indagine per reati ambientali e smaltimento illecito di rifiuti per 19 persone, al sequestro di 5 furgoni e alle misure cautelari (con obbligo di firma) per altre 4 persone.

 

Via di Salone, che per chi conosce le periferie della capitale sa bene che non si tratta solo di una via; non un semplice indirizzo; ma un ricettacolo di colpe e frustrazioni, di degrado e povertà, di esclusione ed emarginazione, di aria malaticcia e di nubi che si innalzano spesso troppo nere.  Via di Salone, nella percezione collettiva, è il Campo Rom stesso. Quel campo rom aperto nel 2006 dalla giunta Veltroni a causa della chiusura del Casilino 900.

 

Dopo episodi di razzismo e di episodi malavitosi, oggi il Campo torna alla ribalta per essere stato, ancora una volta vittima e, allo stesso tempo, esecutore, di un nuovo disastro ambientale della periferia est romana; di quell’area che, sempre più, viene ridefinita con l’abusata formula terra dei fuochi – stavolta – romana,  a causa della presenza di attività criminose e di degrado diffuso.

 

Secondo quanto riportato dalla Polizia Locale c’era un vero e proprio sistema criminoso composto da mandanti e esecutori: da una parte, quindi, c’erano ditte italiane che per non smaltire correttamente rifiuti di ogni genere (ingombranti, inerti, speciali, tossici) utilizzavano scorciatoie meno costose economicamente ma sicuramente più costose dal punto di vista ambientale su impatti sulla salute della cittadinanza residente; e dall’altra una rete intessuta all’interno del campo che si occupava di eseguire le operazioni: stoccare, incendiare e smaltire rifiuti (speciali e non) e, a volte, anche trasportare i rifiuti dal produttore (la ditta) alla loro abitazione, ovvero al loro luogo di “lavoro”, ovvero alla discarica abusiva in cui ripetutamente producevano e appiccavano quei roghi tossici di cui, loro stessi, erano i primi colpiti sia in termini di salute sia in termini di condizioni di vita.

 

Cercando di stare al di fuori da quel tipo di linguaggio che, quando lo si legge, viene definito buonista solo perchè si prova a leggere in maniera critica un avvenimento o una questione, c’è da porsi degli interrogativi.

 

In che modo queste periferie vengono considerate dalla città stessa? In che modo si è facilitata l’integrazione tra una popolazione complessa e il territorio stesso? Con quale criterio si è deciso di attuare un processo di ghettizzazione che ha portato isolamento per loro e senso di odio da parte, invece, degli altri?

 

E poi: Qual è la narrazione con cui sono stati descritti tali avvenimenti? Lungi dal voler scaricare qualcuno delle proprie responsabilità, non è più giusto provare a raccontare quanto è successo come un illecito compiuto da mandanti e esecutori, cercando cioè di differenziare le pratiche compiute? Non sarebbe giusto provare a capire quali sono le colpe di ciascuno, certo, ma anche cosa ciascuno ne ha guadagnato?

 

Le ditte sicuramente hanno risparmiato soldi (quelli che avrebbero speso per un corretto smaltimento di rifiuti); gli altri invece hanno di certo guadagnato soldi (nettamente di meno di quanto ne hanno risparmiati i primi) ma ci hanno guadagnato anche malattie (per loro e per i loro figli), degrado ambientale, peggioramento delle condizioni abitative, isolamento, odio sempre maggiore da parte dei vicini e residenti esasperati dai roghi e dalla necessità di tenere le finestre chiuse (anche con il caldo) per via di quelle polveri che erano costretti a respirare.

 

L’intento dunque non è quello di trarre delle conclusioni ma di provare a rendere la complessità a quanto è accaduto, e di scardinare questi meccanismi semplicistici in cui c’è un colpevole e un assolto; in cui ci sono i cattivi e i buoni; in cui c’è l’italiano e uno straniero.

 

Nel Rapporto sulle Periferie redatto a Dicembre 2017 dalla Commissione Parlamentare di inchiesta sulle condizioni di sicurezza e sullo stato di degrado delle città e delle loro periferie, un gruppo di tecnici ed esperti ha introdotto lo studio istituzionale precisando che, visti gli attentati terroristici, avevano sentito la necessità di interrogarsi sulle periferie in termini di luoghi aditi al fondamentalismo. Giusto tre paginette per parlare di Roma ma ben due foto, che fanno scena, in prima linea di Via di Salone. Se dunque anche gli esperti e chi ci governa, pensano di poter deviare l’argomento delle periferie alla questione sicurezza con banalissime considerazioni che poco rappresentano le connessioni arzigogolate che ci sono dietro le anime della periferia; se neanche loro quindi provano a ridare complessità e riducono ai minimi termini le argomentazioni sfruttando un linguaggio oggi in voga, in che modo possiamo pensare che si possa attuare un’integrazione armonica tra popolazioni differenti residenti negli stessi territori? In che modo si può pensare di sconfiggere connessioni malavitose favorendo, invece, relazioni di altruismo e solidarietà?

 

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