Three Mile Island, 40 anni fa crollò la fiducia nel nucleare 29 marzo, 2019 | Redazione A Sud

L’anniversario. I tanti guasti provocarono il mancato raffreddamento del nocciolo e, per la prima volta nella storia, la sua parziale fusione, o meltdown. Il mondo restò con il fiato sospeso

 

[Giorgio Ferrari, Angelo Baracca per Il Manifesto] Il 28 marzo di 40 anni fa, in Pennsylvania (Usa), a Three Mile Island (Tmi) avveniva il primo grande incidente nella storia dei reattori nucleari di potenza adibiti alla produzione di energia elettrica. Nella trattazione mediatica del pericolo derivante dal «nucleare civile», questo incidente è sempre stato considerato di minore importanza rispetto ai successivi Chernobyl e Fukushima, ma si tratta di una grossolana e indulgente interpretazione. Se è vero infatti che dal punto di vista dell’impatto su popolazione e territorio le conseguenze furono meno gravi (anche se un ferreo cover-up ostacolò tutte le informazioni), ciò fu dovuto esclusivamente alla «buona sorte» che salvò l’impianto (e la popolazione) da una serie incredibile di errori e negligenze commessi prima e durante l’incidente. I pochi (come noi) che all’epoca poterono accedere alle risultanze dell’inchiesta della Nrc (Nuclear Regulatory Commission) e a quelle della successiva Commissione Kemeny nominata dal presidente Carter, ne ebbero piena evidenza.

 

LA PROFONDA impressione sulla popolazione fu accentuata dall’uscita, appena una decina di giorni prima, del film Sindrome Cinese – interpretato da Jane Fonda, Jack Lemmon e Michael Douglas – che descriveva appunto un pericoloso incidente dentro una centrale nucleare. Le gravi negligenze che furono riscontrate riguardavano: violazione delle norme di sicurezza, cattiva manutenzione delle apparecchiature, errori di manovra degli operatori (dovuti ad impreparazione), progettazione inadeguata di alcune parti di impianto. La maggior parte dei malfunzionamenti avvennero entro i primi 15 minuti dall’inizio dell’incidente provocando il mancato raffreddamento del nocciolo e, per la prima volta nella storia, la sua parziale fusione, o meltdown (circa il 25%). Gli Stati Uniti (e non solo) rimasero per giorni col fiato sospeso quando l’accumulo di idrogeno nel contenitore (generato dalla reazione chimica ad alta temperatura delle guaine del combustibile con l’acqua) raggiunse una concentrazione tale da minacciare lo scoppio (come è avvenuto poi a Fukushima), che fortunosamente non ci fu, altrimenti le conseguenze sarebbero state disastrose.

 

L’INCIDENTE di Tmi rappresentò un punto di svolta. In primo luogo ridimensionò il mito dell’affidabilità della tecnologia nucleare, santificato nel 1975 dal Rapporto Rasmussen dove si affermava (temerariamente) che la probabilità di fusione di un nocciolo con conseguente rilascio in atmosfera era di una ogni milione di anni/reattore cioè anni di funzionamento cumulati di tutti i reattori. Ora se si considera che, a tutt’oggi, il funzionamento cumulato di tutti i reattori esistenti al mondo non arriva ai 20mila anni/reattore, si capisce che le stime precedenti sono frutto di estrapolazioni probabilistiche del tutto aleatorie, tant’è che la Nrc, prudentemente, prende a riferimento la probabilità di uno ogni diecimila anni/reattore.

 

UN ALTRO ASPETTO che fu messo in discussione dopo Tmi fu la cosiddetta «regola d’oro», cioè la teoria per cui si ipotizzava un solo evento iniziatore (guasto singolo) che poi ne generava altri fino a creare l’incidente catastrofico: a Tmi si appurò che furono ben sei gli eventi iniziatori e tutti diversi e indipendenti fra loro. Ciò indusse una revisione mondiale dei criteri e dei sistemi di salvaguardia in relazione a incidenti di questa portata, che si tradusse in massicci interventi sui reattori, specie quelli ad acqua in pressione come Tmi: basti pensare che il reattore di Trino Vercellese rimase fermo per circa tre anni proprio per effettuare modifiche di questo tipo. Interventi che aumentarono considerevolmente i costi dell’energia elettronucleare, che nel 1954 l’allora presidente dell’Atomic Energy Commission, Lewis Strauss, prevedeva sarebbe stata «troppo economica per essere misurata».

 

NONOSTANTE le rassicurazioni sull’assenza di danni alla popolazione (che comunque fu in gran parte evacuata nel raggio di 5 miglia), l’incidente ebbe una forte ripercussione sull’intero sistema nucleare, che vide crollare gli ordinativi; anzi negli Usa si rischiò una moratoria completa del nucleare quando al Congresso una proposta presentata in tal senso da una parte dei senatori democratici fu bocciata per un solo voto. Tra i sostenitori di questa proposta c’era anche John Kemeny, presidente della commissione d’inchiesta voluta dal presidente Carter (il quale era di formazione ingegnere nucleare).

 

DI FATTO, dopo l’incidente di Tmi negli Stati Uniti non sono stati fatti nuovi ordinativi di centrali nucleari per 30 anni. Nonostante tutto ciò la cultura filo nucleare continua a sottostimare l’intrinseca pericolosità di questa tecnologia, rivelatasi in tutta la sua potenza distruttiva a Chernobyl e Fukushima, consentendo oggi il prolungamento della vita operativa dei reattori elevandola dagli attuali 40 anni a 60 anni, come sta accadendo in Francia e negli Stati uniti.



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