Terra dei Fuochi: manca un pezzo di verità 20 novembre, 2017 | Redazione A Sud

REDAZIONE A SUD (7)[di Rita Cantalino per Rete StopBiocidio, A Sud] Cosa c’entra una rete di associazioni attiva in Terra dei Fuochi con una petizione popolare che mira a blindare l’imparzialità del servizio pubblico televisivo?

 

Per rispondere a questa domanda proviamo a fare una serie di passi indietro e percorrere a ritroso la strada che ha portato alla nascita dell’iniziativa della Rete campana.

 

Partiamo con un passetto piccolo, che ci porta a ieri sera.

 

Ieri sera è andata in onda una puntata de I dieci comandamenti, una trasmissione Rai 3 condotta dal bravissimo Domenico Iannaccone – mai lo si potrà ringraziare abbastanza, in Terra dei Fuochi – che ha raccontato cosa accade ancora oggi, sotto il naso (letteralmente) di cittadini e istituzioni, senza che nessuno faccia niente.

 

Domenico ci ha regalato un racconto appassionato de “Il Danno”, la devastazione consapevole di una regione intera che da decenni sconta uno sviluppo industriale mortifero che riguarda non solo l’intero Paese ma anche gli scarti, la merda, che ha prodotto la civilissima Europa, tutti quei Paesi dai PIL invidiabili che ci vengono portati come esempio da chi ogni giorno ci chiede sacrifici, buona volontà, capacità di metterci in gioco.

 

In questa narrazione, come in tante altre di quelle che saranno riportate in questo articolo, manca però un pezzo di verità: si proverà qui a sottolinearlo, non perché si tratti di una scoperta eccezionale ma perché purtroppo, in questo Paese, troppo spesso è necessario ribadire l’ovvio.

 

La crescita vertiginosa dell’economia di un Paese non è un processo lineare, come vogliono farci credere. Pensare che un’economia possa decollare senza dover guardare a tutti gli altri settori, a tutti gli altri ambiti di vita, significa compiere un atto di profonda malafede: la crescita intesa come processo vertiginoso è sempre a discapito di qualcosa, è sempre ai danni di qualcuno.

 

E non c’è bisogno nemmeno di impegnarsi troppo per capire dove questo ragionamento vuole portare: ci basta guardare i nomi delle aziende francesi, belghe, tedesche, milanesi, eccetera, stampati sui fusti dissotterrati in Terra dei Fuochi.

 

Ogni processo di crescita produce degli scarti, e quanto più è vertiginoso, tanto più dobbiamo interrogarci con sospetto circa l’entità di questi scarti, la loro collocazione, il loro smaltimento. Che fine fa la monnezza che fisiologicamente ogni società produce, considerando che più una società si arricchisce, più monnezza produce?

 

Noi in Campania questo ce lo siamo domandati da subito, ma le nostre richieste sono rimaste inevase fino a che la Terra non ha iniziato a fumare, fino a che le escavatrici non hanno cominciato a sollevarne zolle.

 

E a quel punto tutto pareva potesse essere diverso: a quel punto era talmente plateale la risposta che nessuno avrebbe potuto fare finta di niente. Era stampata a caratteri cubitali su quei fusti, era nell’aria mescolata alle fumarole tossiche, era scritta sui fogli dei risultati delle analisi dei cittadini del Triangolo della Morte.

 

E invece no. Ci siamo ritrovati nella situazione surreale per cui anche se la risposta era così palese, anche se era tanto cristallina, a nessuno pareva importasse nulla. I dossier sulla Terra dei Fuochi erano stati secretati, le istituzioni ci davano degli allarmisti e ci raccomandavano di non fumare e non mangiare frittura e intanto noi respiravamo merda, mangiavamo merda, bevevamo merda, ci ammalavamo, morivamo.

 

Hanno passato decenni a dipingerci come gli estremisti, i radicali, quelli che conducevano uno stile di vita malsano e se la prendevano con gli altri. Poi siamo diventati i complici, quelli che erano consapevoli di quello che era accaduto sui proprio territori e che però erano stati zitti – dopo il danno, la beffa! – e non avevano denunciato. I conniventi, i camorristi. I dannati di Gomorra che avevano permesso tutto questo. “I cittadini campani si dipingono come vittime ma hanno accettato tutto, si sono venduti la salute!”. Come se potesse essere tutto così semplice, come se oltre alle comunità o ai contadini minacciati, espropriati, ricattati, non esistessero comitati che da sempre avevano denunciato la devastazione ambientale legata a doppio filo, causa e conseguenza, di quella sociale, operata su un Sud che aveva scontato le necessità impellenti di qualcun altro di essere all’altezza “del resto d’Europa”.

 

Quando tutto è diventato innegabile, tutto è diventato colpa nostra. E noi non ci siamo stati: la storia che in pochi vi hanno raccontato e vi racconteranno è quella di una comunità che si è messa a studiare e di centinaia di vite dedicate all’affermazione che no, non era colpa nostra.

 

La storia che non vi racconteranno o non vi racconteranno per intero è quella di un biocidio operato ai danni di un pezzo di questo Paese di cui i primi responsabili sono le Istituzioni che hanno abdicato al proprio ruolo e hanno venduto la pelle dei cittadini alla camorra, sì, ma anche allo sviluppo industriale dell’Italia spa.

 

E allora facciamo un altro passo indietro, e arriviamo al 2013.

 

Il pentito di camorra, il fu Carmine Schiavone, dichiara ai microfoni delle redazioni di mezza Italia di aver raccontato precisamente ognuna delle cose avvenute in Terra dei Fuochi e della risposta dell’allora Ministro dell’Interno Giorgio Napolitano, che fece secretare gli atti di quegli interrogatori.

 

Un altro tassello si aggiungeva finalmente al puzzle: non era tutta colpa nostra. Qualcuno sapeva, aveva saputo, e aveva deciso di non fare niente.

 

Una lista lunga di grandi manager aveva costruito il proprio impero sulle vite dei cittadini campani: non si tratta di entità astratta ma di persone reali, fisiche, con nomi e cognomi.

 

Come i fratelli Pellini, Salvatore, Giovanni e Cuono, condannati per disastro ambientale aggravato per aver smaltito illegalmente tonnellate di rifiuti tossici provenienti dal Nord nelle campagne dell’agro nolano e casertano e di essersi accordati con esponenti della pubblica amministrazione o con esponenti delle forze dell’ordine nonchè con i clan di Marcianise per aggirare controlli e di aver avvelenato le terre dell’hinterland a Nord di Napoli, Acerra, Giugliano e Qualiano.

 

E di molti altri.

 

Da quel momento finalmente la verità, tutta, era venuta a galla. Non c’era più un pezzo mancante: quello che era accaduto era urlato dai titoli dei giornali del Paese e finalmente potevamo dire ai tg, ai giornalisti, al resto d’Italia quello che avevamo sempre detto senza che ci fosse qualcuno disposto ad ascoltarci.

 

Il 2013 è stato un anno di rinascita per i movimenti ambientalisti in Campania, è stato l’anno in cui potevamo parlare di “biocidio” e non ci davano per pazzi. E’ stato l’anno dei centinaia di cortei quotidiani in tutta la regione e in tutta Italia, è stato l’anno del Fiume in Piena del 16 novembre: centocinquantamila persone in piazza nelle strade di Napoli, una piattaforma rivendicativa lunghissima in cui era analizzata ognuna delle questioni ambientali della regione e per ognuna era proposta una soluzione. Un documento che ambiva a essere un modello, per tutte le altre Terre dei Fuochi grandi e piccole che nel frattempo erano affiorate in tutta Italia.

 

“Hai il coraggio di far finta di niente?”, chiedeva lo slogan che abbiamo gettato come un secchio d’acqua gelida sulle teste di tutti: era una domanda per tutti i cittadini, era un’accusa per tutti i responsabili. Nessuno avrebbe più potuto fare finta di niente, credevamo. A questo giro vinciamo noi, pensavamo.

 

E invece è arrivato il Decreto Terra dei Fuochi, la risposta affermativa più palese alla domanda di cui sopra: continuava la gestione emergenziale, continuavano le soluzioni tampone, si continuava a non individuare responsabilità, nomi e cognomi. “Sì”, avevano il coraggio di far finta di niente anche ora.

 

Sono passati quattro anni da quel corteo, abbiamo festeggiato il suo anniversario proprio la settimana scorsa e di Terra dei Fuochi, di nuovo, si parla soltanto in Campania. Solo gli irriducibili cittadini di una regione allo sfascio ancora ricordano al mondo ciò che non si può ignorare, ciò che Domenico Iannaccone ha così bene raccontato ieri sera: è sotto gli occhi di tutti, condividiamo lo stesso cielo nel quale i fumi della nostra terra salgono e che ci avvelena ogni giorno.

 

“E nessuno fa niente?”, chiedeva Domenico. “Nessuno”, rispondevano i nostri attivisti.

 

Le bonifiche sono state promesse per decenni e non sono arrivate, i soldi stanziati si sono persi nei rivoli di una burocrazia della malafede e non si capisce cosa e quando succederà in Campania.

 

Gli unici che fanno qualcosa siamo noi, con la merda nel sangue. E i giornalisti, quei pochi, che ancora sanno perché hanno scelto il loro mestiere. E che decidono ogni giorno di sgomitare pur di raccontare la verità, e ai quali ogni giorno vengono frapposti centinaia di ostacoli, perché qualcuno ha deciso ancora una volta che si deve far finta di niente.

 

Un altro pezzo di verità che non vedrete sui vostri schermi, che non leggerete sui vostri giornali, è questo. È la risposta alla domanda: “Chi è questo qualcuno?”.

 

Perché “qualcuno” è un termine generico e noi non ci stiamo a che passi il messaggio che non si sa con chi dobbiamo prendercela. Perché da lì al fatto che è tutta colpa nostra, di nuovo, il passo è brevissimo e non possiamo permetterlo.

 

Perché esiste una lunga lista di amministratori locali e regionali. Perché esiste una lista di nomi e cognomi di commissari straordinari all’emergenza rifiuti campana e quei nomi li conoscono tutti.

 

Perché quei nomi sono quelli di chi ancora ricopre incarichi istituzionali, sono i nomi di quelli che si stanno ributtando in politica dopo qualche anno di silenzio riverginatore.

 

Sono i nomi di Antonio Bassolino, ex Presidente della Regione, commissario straordinario per l’emergenza rifiuti dal 2000 al 2004, uomo politico chiave in Campania e attualmente tornato alla ribalta con la volontà, dopo un fiacco e malriuscito tentativo per le amministrative del 2016, di ributtarsi in politica.

 

I nomi di personaggi quali Guido Bertolaso, capo della Protezione Civile e incaricato di gestire l’emergenza campana tra il 2006 e il 2007, tra gli indagati – assolto – per l’inchiesta “Rompiballe” per traffico illecito di rifiuti e truffa ai danni dello Stato.

 

Sono i nomi di Alessandro Pansa, Umberto Cimmino, Goffredo Sottile.

 

I nomi di gente come Gianni De Gennaro, commissario delegato nel 2008, già capo della Polizia, coinvolto negli schifosi fatti della Diaz, nominato sottosegretario alla pubblica sicurezza da Monti nel 2012 e poi, come premio carriera, messo a capo di Finmeccanica dal governo Letta nel 2013.

 

E di tanti, troppi altri: basta incrociare la storia politica di questo paese con quello delle inchieste della magistratura sulla gestione dei rifiuti in Campania per avere la lista completa.

 

Chi porta quei nomi non ha pagato, e tutti li conoscono, ma solo noi li urliamo.

 

Abbiamo stampato le loro facce e le abbiamo portate il 16 novembre in piazza. Tutti i colpevoli erano in corteo con noi. Ma questo pezzo di storia nessuno ve l’ha raccontato mai.

 

Fino a che ci saranno giornalisti bravi e coraggiosi come Domenico, possiamo avere la speranza che prima o poi questa verità, tutta, verrà fuori.

 

Fino a che ci saremo noi a presidiare questa verità, possiamo sperare che essa non venga distorta, che chi vuole cercarla, la trovi.

 

Ma questo non basta. Non bastano i giornalisti coraggiosi e non bastano gli attivisti che conoscono i fatti. Non bastano le centinaia di denunce e non bastano i dati raccolti con il lavoro instancabile di decenni di uomini e donne che non ci stavano.

 

Perché non siamo noi a detenere questo tipo di potere: noi abbiamo vinto già troppe volte tante piccole battaglie di una guerra per la quale, però, non siamo ancora attrezzati.

 

Fino a che non saremo tutelati nel fatto che quello che accade in questo Paese possa arrivare sugli schermi di ogni salotto, di ogni casa, di ogni cittadino, non potremo vincerla questa guerra.

 

Ed è questa la risposta alla domanda che apre quest’articolo. Cosa c’entra l’associazione territoriale in Terra dei Fuochi con una petizione sull’imparzialità e i meccanismi che la garantiscono in Rai?

 

C’entra tutto, perché è da queste riflessioni che abbiamo lanciato la petizione.

 

C’entra tutto perché altrimenti ogni volta che un giornalista coraggioso vorrà raccontare cosa avviene, dovrà comunque sempre raccontare solo un pezzo di verità, omettendo il resto.

 

Omettendo nomi e cognomi, cariche istituzionali e responsabilità.

 

Ingoiando domande che non si possono fare.

 

E così magari noi in tv ci arriviamo, i nostri uomini e le nostre donne coraggiosi possono andare a raccontare le proprie storie, le immagini possono bucare gli schermi dicendo che tutto è ancora lì, nulla si è mosso. Però non si potrà mai andare oltre.

 

E noi, che stiamo morendo, che guardiamo ammalarsi e morire la nostra terra e chi ci sta intorno, non possiamo più permetterci di non andare oltre.

 

 

 

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