Terra dei fuochi anche in Toscana: scoperte cinque discariche di veleni 28 febbraio, 2016 | Redazione A Sud

RIFIUTI:NAPOLI;VVFF CONTROLLANO EVENTUALE PRESENZA RADIAZIONI[Di Stefano Brogioni su Lanazione.it]Una sabbia finissima, colorata e pure piacevole al tatto. Peccato che questa polvere non sia cipria, ma il ‘500 mesh’, unresiduo della lavorazione della pietra, del metallo e del vetro intrisa di piombo, rame, nichel e cromo. Anziché smaltirlo, come un rifiuto, lo rivendevano, accompagnandolo a una scheda tecnica che taceva la sua vera composizione.

 

Così, il ‘500 mesh’ sarebbe infilato nei calcestruzzi di una ditta di Prato e pure nei prodotti di un’azienda di rivestimenti di Biella. E poteva finire ovunque, ma il Corpo Forestale dello Stato, in collaborazione con l’Arpat, ha stroncato questo traffico illecito di rifiuti che dalla provincia di Massa Carrara si è esteso a Firenze, Prato e pure fuori dalla Toscana. Nel mirino della procura ci sono adesso imprenditori, professionisti, o semplici intermediari (di Carrara, Firenze, Prato e Lucca) che avrebbero partecipato al giro: un milione e duecentomila euro il guadagno. Undici gli indagati, iscritti sul registro dal pm fiorentino Luigi Bocciolini, e cinque siti sequestrati, tra cui l’impianto di trattamento di rifiuti della ditta Med-Link di Carrara, e l’area di una cava dismessa a Paterno, in Mugello.

 

E’ proprio da qui che è partita l’indagine: agli inquirenti venne segnalata la presenza di grossi sacchi sospetti nell’area posta nel comune di Vaglia. Gli inquirenti sono risaliti a chi aveva fornito questo materiale, cioè la Med-Link, un impianto di gestione dei rifiuti che avrebbe il compito di mettere in circolazione materie prime secondarie. Ma in questa categoria non rientra il ‘500 mesh’, un «rifiuto del rifiuto» che rappresenterebbe un costo per questa azienda. Così avrebbero deciso di venderlo, o più probabilmente di svenderlo, visto che, secondo gli investigatori, la polvere viene venduta a un euro a tonnellata. Ma più che il guadagno, fa gola l’abbattimento dei costi, che l’azienda avrebbe dovuto sostenere. Nell’affare ci infila dunque l’azienda Cava Paterno di Vaglia, che acquista il polverino con l’intenzione di ripiazzarlo: lo rivende a una ditta di Prato, che vorrebbe mescolarlo al cemento, ma evidentemente cambia idea quando si rende conto che il prodotto non fa al caso proprio. Lo compra pure una ditta di Biella, la Sasil, forse per imparentarlo con la malta. Gli inquirenti arrivano anche in Piemonte e sigillano questa linea di produzione. Alla fine delle venti perquisizioni, saranno 5000 le tonnellate finite sotto sequestro.

 

Pubblicato da Stefano Brogioni su Lanazione.it

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