Tangenti e petrolio, la Nigeria contro l’Eni 11 febbraio, 2017 | Redazione A Sud

 

[di Paolo Biondani su L’Espresso] L’Eni rischia di perdere il maxi-giacimento delle tangenti africane. La Commissione d’inchiesta sui crimini economici e finanziari della Nigeria ha ottenuto dall’Alta Corte Federale un’ordinanza che autorizza il governo ad intimare alla società italiana e alla Shell di restituire la licenza per sfruttare il giacimento OPL 245, che è da tempo al centro di indagini italiane e internazionali per una presunta corruzione da oltre un miliardo di dollari.

 

Eni e Shell si erano aggiudicate la licenza nel 2011 firmando l’accordo con l’allora presidente nigeriano Goodluck Jonathan. La società italiana si è sempre difesa sostenendo di aver trattato solo con il governo e di aver versato l’intero prezzo (1.092 milioni di dollari) su un conto intestato all’esecutivo nigeriano. La procura di Milano, in collaborazione con gli inquirenti olandesi, britannici e americani, ha però scoperto che il conto del governo è stato interamente svuotato: tutti i soldi sono finiti a politici e faccendieri tra cui spicca l’ex ministro del petrolio Dan Etete, che in sostanza si era auto-assegnato il giacimento dietro lo schermo di una società offshore chiamata Malabu. Oltre 500 milioni di dollari sono stati poi dirottati sui conti di un certo Abubakar Aliyu, un presunto fiduciario e tesoriere dell’ex presidente Jonathan e di altri ministri del suo governo. Alla fine lo stato e il popolo nigeriano non hanno intascato un soldo.

 

L’ordinanza firmata ieri mattina dal giudice federale John Tsoho, in sostanza, autorizza formalmente il governo nigeriano a revocare la concessione e a imporre all’Eni e alla Shell di restituire il giacimento. L’Alta Corte, nel provvedimento, precisa che l’incheista della Commissione per i crimini economici è ormai prossima alla conclusione. Anche la Procura di Milano ha ormai chiuso la sua inchiesta: tra gli indagati per corruzione internazionale spiccano l’attuale numero uno dell’Eni, Claudio Descalzi, e il suo predecessore Paolo Scaroni, primo responsabile dell’accordo. Entrambi sono stati interrogati e hanno negato qualsiasi responsabilità. Anche la Shell è stata indagata e perquisita dalla polizia olandese.

 

Con il via libera dell’Alta Corte, le autorità nigeriane hanno formalmente avviato la procedura che può portare alla revoca defintiva della licenza, che riguarda il più più grande giacimento scoperto in Africa, con riserve stimate per oltre 9 miliardi di barili di greggio.

 

Antonio Tricarico, responsabile italiano dell’organizzazione internazionale “Re:Common”, che fu la prima a denunciare il caso di corruzione alla procura di Milano, commenta così la svolta giudiziaria in Nigeria: «In quanto più grande azionista dell’Eni, il governo italiano deve intervenire al più presto e fare piena luce sul caso OPL245».

 

Nick Hildyard, a nome dell’altra organizzazione internazionale che ha seguito il caso, The Corner House, ha confermato la grande importanza del provvedimento giudiziario: «Ci complimentiamo con il nuovo governo nigeriano per la lotta contro la corruzione che sta conducendo».

 

«Questo è un evento storico», ha aggiunto Simon Taylor di Global Witness: «Generazioni di nigeriani sono stati derubati dei servizi essenziali, mentre i signori del petrolio si sono arricchiti a loro spese. Ora Shell ed Eni devono finalmente affrontare le conseguenze delle loro azioni: le aziende e i loro investitori devono capire che non possono più fare affari con i corrotti senza pagare un prezzo pesante».

 

(Pubblicato il 27 gennaio 2017)

 

 

 

 

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