Sicilia chiama, Porto Alegre risponde 25 aprile, 2009 | Redazione A Sud

augusta melilliProprio la Prestigiacomo con il possesso di tre aziende di famiglia presenti nel cosiddetto triangolo della morte “Priolo-Augusta-Melilli”, la Coemi Spa, la Vetroresina engineering development e la Sarplast, rappresenta l’antitesi di quello che vuol dire la difesa dell’ambiente. La ministra risulta anche proprietaria di azioni della Ved, un’azienda gestita dal padre, coinvolta in processi per trattamento e smaltimento illegale dei rifiuti, violazione delle norme di sicurezza nei confronti dei dipendenti e bancarotta fraudolenta. Un curriculum che, con una certa coerenza, viene premiato al punto da garantire alla Prestigiacomo il ruolo di paladina della difesa dell’ambiente, vale a dire della nostra casa comune, l’unica che abbiamo.

Questo e tanto altro denuncia il Coordinamento Regionale Siciliano contro il G8 ambiente, che in concomitanza con il summit ha organizzato le iniziative, i forum e la manifestazione per dire no alle politiche ambientali imposte dal club degli otto e dire si ad un altro modello economico incentrato sulla sostenibilità, la difesa dei beni comuni e del territorio. Le questioni sollevate non sono certo di poco conto, anzi. Oggi la questione ambientale è al centro della riflessione su come uscire dalla crisi. Cambiamenti climatici, giustizia ambientale, debito ecologico, sovranità energetica, riconversione industriale, sono al centro delle analisi, delle lotte e delle proposte fatte dai movimenti e dalla società civile organizzata in tutto il mondo.

Proposte che trovano sempre più spazio tra molti governi dei sud del mondo, a cominciare da quelli sudamericani, ma non certo tra gli otto “grandi” che più di tutti hanno determinato la crisi ambientale ed economica. È stato proprio il G8 sin dalla sua nascita a dirigere la governance globale, tutta incentrata su maggiore crescita economica, deregulation e privatizzazioni di ogni risorsa presente sul pianeta. E sono proprio queste scelte ad aver prodotto la crisi. La crescita che doveva servire per cancellare le disuguaglianze ha avuto come effetto quello di quintuplicarle (secondo i dati ONU).

La deregulation e le privatizzazioni che dovevano garantire migliori servizi e prodotti a prezzi più bassi, così come prevede il libero mercato, hanno avuto invece come effetto la nascita di giganteschi oligopoli e di grandi imprese, divenute dei centri di potere transnazionali a se stanti, in grado di incidere più di qualsiasi governo al mondo. La ricaduta, per tutti gli altri, è stata la marginalizzazione di centinaia di milioni di lavoratori e contadini privati delle uniche risorse ancora nelle loro mani: i servizi basici, l’acqua, la terra, la biodiversità, le foreste. Aspettarsi che chi ha prodotto la crisi e l’ha diretta ad arte per garantirsi attraverso la macchina dello Stato la socializzazione delle perdite di un sistema fallito, voglia oggi continuare ad imporre al mondo le soluzioni necessarie, ci appare quanto mai sfacciato, oltre che impraticabile. I G8, o G20 che siano, non sono nelle condizioni di determinare l’uscita dalla crisi, anzi rischiano solo di far sprofondare l’umanità in una situazione irreversibile.

Del resto sin dalla prima edizione del FSM di Porto Alegre, come risposta alle scelte che provenivano da Davos, luogo in cui si riuniva il gota della governance globale, avevamo denunciato che la crisi ambientale era la conseguenza di un modello economico sbagliato, insostenibile e che per la prima volta nella storia mette in discussione l’esistenza stessa della vita sul pianeta. La crisi economica e finanziaria l’avevamo prevista, anche nelle strade di Genova, nonostante i tentativi di caricaturizzare un movimento portatore di un nuovo paradigma di civilizzazione. Di questo si tratta, come detto a Belem, durante la nona edizione del Forum Sociale Mondiale, non a caso tenutosi in Amazzonia.

La domanda centrale che non può essere evasa è: Cina o Sumak Kawsay? E cioè, se la governance globale del pianeta dovesse rimanere nelle mani degli stessi attori e istituzioni che hanno prodotto le crisi più gravi che siano mai esistite, la prospettiva che ci resta è quella di un mondo che salta per aria. Infatti se la Cina raggiungesse gli standard di consumo richiesti dal G8 e dalla BM per promuovere l’uscita dalla crisi attraverso una grande crescita economica, avremmo bisogno di altri tre pianeti per sostenere l’impatto ambientale che questo genererebbe. Questa è la dimostrazione scientifica di come il capitalismo, piaccia o no, sia completamente inadeguato a pensare nel lungo periodo e sia soprattutto responsabile di un fallimento che potrebbe addirittura produrre l’autodistruzione. Per questo dobbiamo scegliere tra Cina o Sumak Kawsay.

Sumak Kawsay nelle lingue native dei popoli indigeni delle Ande vuol dire “buen vivir”. Un concetto che ribalta completamente il punto di vista capitalista, fondato sulla competizione, sulla crescita economica e sulle privatizzazione delle principali risorse del pianeta, trasformate in semplici merci da vendere. Vivere bene significa una concezione di comunità dove nessuno può vincere se il tuo vicino perde. Significa riscrivere un modello di economia fondato sulla difesa dei beni comuni, la cooperazione e la pace. Per questo abbiamo bisogno di una grande alleanza globale, capace di contrastare le attuali politiche economiche ed ambientali ed allo stesso tempo in grado di promuovere una decolonizzazione dell’immaginario collettivo capace di liberare forze vitali, necessarie a riscrivere la relazione tra esseri umani e viventi, fondata su un “viver bene” più che su una guerra continua con tutto ciò che ci circonda.

da Siracusa Giuseppe De Marzo

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