Sentenza Eternit: il biocidio non si prescrive 5 dicembre, 2014 | Redazione A Sud

TRIBUNALE[di Eleonora De Majo e  Egidio Giordano su Global Project]

 

 

Strade opposte
Forse per capire realmente qual è la portata storica e politica della sentenza Eternit occorre partire dalle parole ricolme di colpevole imbarazzo pronunciate dal Procuratore della Corte che ha emesso la sentenza, Francesco Iacovelli. Secondo il magistrato, come ha riportato Riccardo Bottazzo nell’articolo apparso la settimana scorsa sempre su GP, “Stephan Schmidheiny è responsabile di tutte le condotte che gli sono state ascritte ma tra diritto e giustizia il giudice deve sempre scegliere il diritto, anche quando vanno su strade opposte”.

 
Assumiamo queste parole come un manifesto. Prendiamo per buono questo cinismo lapidario, che sa restare formale pure mentre spiega goffamente l’assoluzione di uno stragista. E’ di fatti una verità, quella che dice Iacovelli. Sono così frequenti in questo paese i casi in cui la giustizia resta schiacciata sotto il pronunciamento degli uomini e delle donne in toga, che oggi sembra quasi inutile retorica ribadire quanto i tribunali siano incapaci di tutelare e proteggere i cittadini dai continui abusi che singolarmente o collettivamente subiscono da una qualche forma di potere organizzato. Eppure c’è una cosa che Iacovelli dimentica di chiarire e che però risulta necessaria per superare l’indignazione rabbiosa e per capire cosa succede ogni volta che i grandi gruppi imprenditoriali, i politici o le forze dell’ordine vengono assolti a fronte di colpe più che comprovate.

 
Il diritto non è uno strumento neutro ed è proprio questa sua non-neutralità che lo spinge sempre dalla parte dell’ingiusto.
Non è questo il luogo in cui intavolare una disamina genealogica che, a partire dalla critica marxista al diritto borghese, permetterebbe di ricostruire una storia ragionata e non banale del rapporto tra formalità della legge, esercizio della sovranità politica ed economica e dispositivi differenziali del potere. Ci basti solo sottolineare quanto il presupposto fondamentale dell’universalità della legge, che è l’uguaglianza dei cittadini e delle cittadine dinanzi alla stessa, è evidentemente una costruzione astratta smentita dalle condizioni materiali e dai rapporti di forza interni alla società.

 
Non esiste alcuna formale uguaglianza tra il magnate dell’azienda che ha ucciso migliaia di lavoratori e avvelenato aree vastissime del paese e chi ha subito quell’avvelenamento e quella morte. Così come ad esempio non è mai esistita alcuna uguaglianza presupposta tra i cittadini e le cittadine campani e il coacervo di poteri economico-politici prescritti anche loro nel processo “Rompiballe”, uno dei maxi processo sul disastro ambientale campano in cui erano imputati l’ex governatore Antonio Bassolino, i vertici della Fibe, la vice di Bertolaso Marta De Gennaro. O ancora, sempre in Campania e sempre per reati connessi allo stesso disastro, pensiamo all’assoluzione con formula piena per tutti gli imputati del processo Impregilo. Anche in questo caso tra gli imputati figurava il Governatore Bassolino, insieme con Romiti e Cattaneo (rispettivamente manager di Impregilo e della Fibe).

 
Assoluzioni o prescrizoni che attestano la colpevolezza sono soltanto modalità diverse di garantire impunità ai responsabili dei disastri.
Tutti questi imputati dinanzi al sacro tribunale dello Stato democratico sono in realtà gli stessi garanti di pezzi di potere differenti e coestensivi di cui i giudici devono contribuire a mantenere la solidità dell’ordine simbolico che ne garantisce la stessa impunità. Ecco perché quando si dice che il “giudice tra diritto e giustizia sceglie sempre il diritto”, come ha affermato il Procuratore della Corte che ha espresso la sentenza Eternit, non si sta equiparando il giudice ad un prete che in qualunque condizione recita allo stesso modo il Padre Nostro o l’Ave Maria, ma si sta piuttosto affermando che naturalmente il giudice sta sempre dalla parte di quel dispositivo formale di potere che è il diritto e che altrettanto naturalmente i tribunali, così ben incastrati tra i luoghi politici di mantenimento delle presenti condizioni materiali, non possono in alcun modo farsi garanti dei subalterni e delle loro istanze di rivalsa e riscatto.

 
Quando il gioco si fa duro i tribunali iniziano a giocare
E’ pur vero che ci sono state fasi storiche meno aspre di quella attuale, nelle quali la pretesa di neutralità era coadiuvata dalla produzione di un maggior numero di sentenze che tendevano la mano alla “parte lesa” dalle svariate forme di oppressione e avvelenamento messe in atto da questo modello di sviluppo capitalista. Queste fasi però non raccontano affatto di uno svincolamento del potere giudiziario dalla sua naturale collocazione, piuttosto ci dicono di una diversa necessità storica dello stesso nel farsi mediatore e pacificatore di conflitti troppo aspri in seno alla società. Una funzione tutt’altro che neutrale.

 
Quella contemporanea è invece una congiuntura inedita e durissima, nella quale moltissime delle forme di mediazione che il potere politico aveva costruito per detonare le conflittualità e controllare i malcontenti, sono saltate. La versione italiana dell’economia neoliberale e della gestione postfordista dei rapporti di forza, si è tradotta, come in molte zone dell’Europa meridionale, nella sperimentazione di tecniche di governo neo-autoritarie e nella cancellazione progressiva delle forme di negoziazione conquistate dalle lotte sociali durante il novecento.

 
E’ così che nei luoghi di lavoro si sperimentano tecniche schiaviste e forme di coercizione che ricordano i primordi del capitalismo, la democrazia formale lascia il posto a forme tecno-autoritarie di comando spesso non elette, le forze dell’ ordine agiscono impunemente fino ad ammazzare, lo stato sociale sparisce del tutto a suon di tagli e processi di finanziarizzazione che lasciano i soggetti in balia della solitudine sociale.

 
In questo quadro anche i tribunali giocano un ruolo determinante. Proprio quando saltano le mediazioni è bene chiarire che quelle aule diventano il luogo delle più eclatanti ed esemplari performance di esercizio dell’oppressione, perché mentre assolvono o prescrivono i grandi imprenditori, la polizia o la politica per orribili reati, condannano con pene smisurate e tramite la costruzione di teoremi fantasiosi ed inquietanti, chi, fuori da quelle aule, combatte strada per strada per fermare le devastazioni, i saccheggi,gli abusi.

 
Lo Stato si mostra l’accanito giocatore una partita egemonica sulla violenza, nella quale investe le sue braccia armate contro chi prova a costruire spazi di liberazione. Questo è il punto.

 
I giudici e le loro sentenze scandalose, secondo questa visione, non sono solo un frutto mediocre di corruzioni e omertà, come vorrebbe far credere un certo populismo. Se così fosse sarebbero meno lesti e ligi al dovere nel perseguire chi sceglie di non sottostare supinamente alle loro ratifiche di innocenza. Invece no. Prescrivono e assolvono gli assassini, mentre condannano con brutale sadismo chi scaglia pietre sui monumenti della devastazione.
Diritto a resistere

 
I tribunali partecipano attivamente alle scritture di potere che costruiscono le garanzie di azione indisturbata del capitalismo bandito di questo paese. Anzi, raffinano i loro strumenti di azione e di controllo, studiando attentamente i modi per sfiancare lentamente chi si oppone. Ingentissime sanzioni pecuniarie, riemersione del dispositivo delle leggi speciali e delle accuse di “terrorismo” per la mera opposizione a una grande opera inutile come il Tav. Limitazioni della libertà personale e di movimento che possono durare anni e che praticano esili e confini per gli attivisti e le attiviste. O ancora l’utilizzo di parole che si imputano all’oppressore per farne colpa giudiziaria per l’oppresso: devastazione e saccheggio cosa sono se non i nomi più efficaci per raccontare cosa fanno i poteri correlati dell’imprenditoria e della politica quando in nome delle gradi opere o delle emergenze arrivano su un territorio come predatori?! Ed invece questi stessi nomi diventano l’esplicitazione dell’arbitro unidirezionale dell’esercizio della violenza da parte dello Stato e finiscono per definire e motivare condanne assurde per cose irrisorie che comunque non coinvolgono mai vite umane. Cosa che l’accumulazione selvaggia del capitale fa sistematicamente.

 
La sentenza Eternit, così come la prescrizione dell’ex governatore Bassolino, per fare solo alcuni esempi eclatanti e recentissimi, ci dicono quindi innanzitutto che bisognerebbe tornare ad educarsi collettivamente al diritto alla resistenza, che è un diritto collettivo che non ratificano i tribunali e che si tutela solo attraverso l’azione costante e condivisa.

 
Un diritto dall’esercizio rischioso.
Un diritto nemico delle costituzioni, che è però in grado di contrapporre a potere altro potere e soprattutto è in grado di vincere perché ha dalla sua la capacità di non rendere mai senza-voce i subalterni. Il diritto di resistenza è innanzitutto presa di parola senza permesso e senza autorizzazioni. Quella che il diritto formale nega dietro le deposizioni e le testimonianze facendo sì che nei tribunali la verità nella sua potenza rivoluzionaria si perda tra le burocrazie dell’enunciazione e, ancora una volta, al cospetto di quanto potere ha chi difende.

 
E’ questo silenzio imposto ciò che fa più rabbia del pronunciamento della Corte sul caso Eternit. Una devastazione così immensa e drammatica, un numero di vittime così esorbitante, non può meritare di concludersi solo con quelle grida, che sono sempre le stesse,da Genova alla Campania, da Casale Monferrato a Torino. Vergogna, vergogna, vergogna e ancora vergogna. Un lamento avvinto che non deve bastare a chi in nome del profitto di pochi ha perso la vita, la dignità, la regione stessa dello stare al mondo.

 
Da Casale Monferrato alla Campania. Ovvero com’è cresciuta l’Italia
C’è dell’esemplarità nello scempio giudiziario della sentenza Eternit, innanzitutto perchè c’è stata dell’esemplarità in quella coraggiosa battaglia portata avanti negli anni dagli operai di quell’azienda di morte. Un’esemplarità necessaria per tutti quelli che hanno cominciato a lottare contro le svariate forme di devastazione ambientale a cui vengono sottoposti costantemente i territori di questo paese.

 
In Campania nominare quella lotta di fabbrica, ci ha permesso di spiegare senza fraintendimenti contro chi portavamo e portiamo avanti la nostra battaglia per fermare il biocidio. Come nel caso dell’Eternit, anche la nostra era ed è una questione di capitalismo feroce e predatorio e non di escrescenze criminali che avevano agito in autonomia condannando a morte un intero territorio. Quella dell’Eternit è una vicenda che sta dentro un pezzo di storia recente, che è la storia dell’industrializzazione selvaggia che in questo paese in nome del dogma dello sviluppo, ha sacrificato interi territori e condannato a morte migliaia di lavoratori e lavoratrici.

 
Quell’idea di sviluppo se n’è stata ben protetta dietro il mantra del progresso e della messa al lavoro dell’intera società e ha fatto sì che qualunque questione posta sulle condizioni del lavoro stesso fosse considerata pretesa eccessiva da parte di chi avrebbe dovuto piuttosto rendere grazie al capitale per la piena intromissione in quel circolo di scambio apparentemente reciproco, che era la declinazione italiana del fordismo.

 
Eppure la battaglia degli operai del’Eternit, come quella del petrolchimico di Marghera, quella dell’Italsider di Bagnoli e di Taranto e tante altre che si sono poi unite alla voce degli operai uccisi dai veleni e dai fumi respirati mentre lavoravano, hanno distrutto il muro spessissimo della retorica sviluppista e hanno preteso di denunciare a gran voce il prezzo che i territori e le persone erano costretti a pagare in nome dell’adesione supina a quel modello di crescita e sviluppo. Tanta parte della sinistra è stata (ed in parte è ancora) nemica di questa battaglie, inebriata dai fumi del lavorismo e dell’etica sottile del volere e potere che prendeva lentamente il sopravvento sulla solidarietà di classe.

 
Anche per questa cultura del sospetto queste battaglie sono rimaste a lungo silenziose e di retroguardia. Bisognava combattere contro chi sosteneva il lavoro ad ogni costo mentre però si contavano i morti. Bisognava costruire argomentazioni tecniche e scientifiche mentre le scienze ufficiali si prodigavano a negare la verità.
Poi lentamente il conto a troppi zeri dei defunti e gli effetti innegabili su chiunque veniva a contatto con quella maledetta “malapolvere” hanno dato ragione agli operai e ai cittadini e le cittadine di Casale Monferrato e non solo. Una ragione che non si prescrive oggi e che non si dimentica dietro le assoluzioni. L’amianto è veleno. Oggi lo sa tutto il paese.

 
La storia di Casale Monferrato somiglia moltissimo alla storia dei territori campani coinvolti dal biocidio: la solitudine iniziale, la necessità di elaborare saperi popolari che avessero l’autorevolezza di opporsi ad una accademia negazionista, i tribunali complici di chi ha avvelenato, il prezzo troppo alto di un modello di sviluppo che arricchisce altri luoghi e che condanna chi resta nei luoghi del veleno, sono solo alcuni degli elementi che hanno motivato la vicinanza ideale degli attivisti e delle attiviste campane agli operai dell’Eternit.

 
Quella della Campania e’ in qualche modo una declinazione contemporanea, neoliberale, una declinazione che ha visto la fabbrica diffusa e metropolitana sfondare le pareti dei luoghi classici della produzione industriale per cercare fonti di valorizzazione ovunque ci sia il vivente.

 
E così nella feroce messa a profitto delle vite, della biosfera, dell’aria, le holding campane che si muovono sul territorio tra maschere di legalità e di illegalità a secondo della convenienza, mentre l’economia praticava la lenta torsione verso uno strano postfordismo tutto italiano, decisero di investire sulla fase terminale del ciclo di produzione capitalista, quella dello smaltimento dei rifiuti. Lo scarto, il residuo del capitale, si mostrava come un business senza precedenti e non importava quanti cadaveri lasciasse dietro di se’ questa iniezione ininterrotta di veleno nell’aria, nell’acqua, nel terreno. Per anni si sono preparate le condizioni del massacro in piena legittimità e legalità. Il capitalismo settentrionale ha ringraziato sommessamente e silenziosamente chi gli permetteva di evitare burocrazie e nascondere sotto terra materiali il cui smaltimento avrebbe gravato eccessivamente sui bilanci delle aziende.

 
Il disastro campano è stato un vero e proprio incentivo alla produzione industriale perché godeva di condizioni anomale e soprattutto di impunità. Allo stesso modo sicuramente un incentivo agli investimenti in Italia lo sarà la sentenza Eternit per tutti quegli imprenditori stranieri che avranno avuto l’ennesima conferma che l’Italia e’ un paese dove chi avvelena non paga mai, neppure nel caso dell’Eternit.

 
Questo paese ha scientemente costruito un modello di sviluppo che, sopratutto a sud ma non solo, mettesse in conto il disastro attraverso un approccio che potremmo definire di vero e proprio colonialismo economico. Intere aree del paese sono state scelte come zone da sacrificare e da desertificare in nome della crescita e del benessere di altre aree, tutte settentrionali. Fare disastro costa meno, produce di più, o addirittura è lo stesso disastro a fare profitto, mentre farsi carico della salute non ha immediati ritorni economici e il nostro capitale accattone ha sempre caldeggiato l’idea del tutto e subito piuttosto che della cura della vita in nome di una lenta e costante possibilità di estrazione di valore dallo stesso.

 
Questo essere viziato e colonialista tipico del capitalismo italiano ha lasciato sulla strada del progresso del paese immense fosse comuni e stragi senza colpevoli o con colpevoli riconosciuti dalla giustizia delle strade e misconosciuti del diritto dei tribunali.

 
Oggi la crisi ha aperto ovunque spazi di legittimazione del capitale informale, della schiavitù e dello sfruttamento, della devastazione ancora più efficaci ed eclatanti, in alcuni casi sanciti formalmente da provvedimenti legislativi vergognosi come il decreto SbloccaItalia, che non fanno altro che ratificare quella pratica del commissariamento imposta per anni ai territori per sottrarre agli stessi il diritto alla decisione.

 
La sentenza Eternit ci sembra un monito chiarissimo che proviamo a rigirare e a fare nostro. E una sentenza che radicalizza le posizioni e fornisce ottime argomentazioni a chi non ha alcuna fiducia nelle istituzioni e nella legalità formale.

 
Fuori da quelle aule oggi e’ necessario scrivere le regole della giustizia sociale e ambientale misconoscendo quel diritto che garantisce e tutela solo in nome delle geometrie di potere a cui presta il fianco.

 
La storia della malapolvere insegna che le battaglie vere scrivono la storia e che quella storia fuori dalle aule di tribunale non si prescrive mai. Il diritto può ratificare assoluzioni ma l’amianto è veleno e questo paese che oggi deve smaltirlo pezzo dopo pezzo dalle scuole , da palazzi, dagli edifici pubblici, deve questa certezza a un sapere che è nato per le strade di un piccolo paese operaio e tra le mura di una fabbrica di morte.

 
La verità resta tra quella gente che ci ha insegnato a non avere paura della solitudine.

 
*Articolo pubblicato su globalproject.info, 25 novembre 2014

 

 

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