Rinnovabili Vs Idrocarburi: Quando La Realtà Supera L’utopia

Rinnovabili vs idrocarburi: quando la realtà supera l’utopia

petrolio-eolico-corbis-258 (1)[Di Daniela Buongiorno e Alberto Bellini per A Sud onlus] Il referendum No Triv del 17 aprile è una grande opportunità per il Paese. Un’opportunità per definire una strategia energetica orientata verso le rinnovabili, il risparmio energetico e la conseguente riconversione ecologica del modello produttivo.

 

 

Perché finora, in Italia, al di là di timidi e poco continui tentativi di intraprendere la strada delle fonti pulite, la realtà è che ancora si rimane schiacciati su una politica energetica incentrata sui combustibili fossili.

 

 

Ne sono la prova le scelte sul fronte energetico degli ultimi anni. Nella Strategia Energetica Nazionale (SEN) approvata dal governo Monti nel 2013, le linee generali erano chiare: spazio alle fonti fossili con l’incremento delle trivellazioni e accentramento dei poteri in materia di energia. Per le fonti rinnovabili, invece, solo belle intenzioni e nessuna misura concreta per la crescita. Secondo il rapporto di Legambiente , infatti, nel 2014 e 2015 sono diminuite in modo drastico le installazioni di solare fotovoltaico ed eolico in Italia: si passa da un dato di 10.663MW nel 2011 a 733 nel 2014.

 

 

Un testo miope la SEN, che prevede lo sfruttamento intensivo delle riserve nazionali di idrocarburi, che sono poche e di scarsa qualità e rappresentano per l’Italia un’opzione energetica sterile e contraddittoria.

 

 

A confermare ancora una volta la “vocazione fossile” dell’Italia è il governo Renzi che con lo Sblocca Italia cerca di attirare investimenti nel settore della ricerca ed estrazione di gas e petrolio. Adriatico e Canale di Sicilia sono le aree maggiormente interessate da questa nuova corsa a permessi di ricerca ed estrazione.
Il governo ha promesso posti di lavoro. In realtà Leonordo Maugeri, già direttore Strategie e Sviluppo di Eni, ha spiegato in un’intervista al Sole24ore che “l’industria del petrolio non è ad alta intensità di lavoro”. Maugeri fa l’esempio della Saudi Aramco: “il gigante di stato saudita che controlla le intere riserve e produzioni di petrolio e gas dell’Arabia Saudita, impiega circa 50.000 persone (molte delle quali solo per motivi sociali) per gestire una capacità produttiva che, nel petrolio, è oltre sette volte il consumo italiano, mentre nel gas è superiore del 40% al fabbisogno nazionale”. Quindi, chiarisce Maugeri, “anche nel caso di un via libera generalizzato alle trivelle, è alquanto dubbio che si possano creare i posti di lavoro di cui si è parlato (25.000): forse il numero sarebbe di poche migliaia”.

 

 

Nel frattempo queste misure del governo Renzi non prendono in considerazione i costi ambientali ed economici: dalla pesca, interdetta nelle zone limitrofe alle piattaforme, al turismo, senza parlare dei notevoli impatti sul territorio. Il rapporto “Trivelle fuorilegge”  pubblicato il mese scorso da Greenpeace ha reso pubblici i dati ministeriali relativi all’inquinamento generato da oltre trenta trivelle operanti nei nostri mari: sostanze chimiche inquinanti e pericolose, con un forte impatto sull’ambiente e sugli esseri viventi, si ritrovano abitualmente nei sedimenti in prossimità di piattaforme offshore, spesso in concentrazioni che eccedono i parametri di legge.

 

 

Il tutto a fronte dell’estrazione di una quantità trascurabile di risorse. A oggi, infatti, in Italia si estrae un quantitativo di gas equivalente a circa il 10 per cento dei consumi nazionali, la quantità estratta in mare è pari a circa il 7 per cento; per quanto riguarda il petrolio, invece, le estrazioni in Italia coprono quasi il 10 per cento, con quelle in mare che rappresentano appena l’1,3 per cento: le riserve di “oro nero” sotto i nostri fondali equivalgono a meno di due mesi dei consumi nazionali.

 

 

La conservazione e la difesa del settore oil&gas è errata e pericolosa, perché il futuro per i fossili è molto cupo. Cupo perché gli accordi di Parigi impongono che i 4/5 dei combustibili fossili vengano lasciati nel sottosuolo. Cupo perché le rinnovabili hanno impatti ambientali e sanitari nulli e quindi sono più competitive dal punto di vista economico.

 

 

Già oggi, secondo le valutazioni del Fondo Monetario Internazionale, i margini di profitto del settore combustibili fossili sono inferiori ai costi, e il settore sopravvive grazie agli incentivi e sussidi pubblici, pari a circa 5.300 miliardi di dollari ogni anno, secondo un report di un gruppo di lavoro dello stesso Fondo Monetario Internazionale.

 

 

Per questi motivi, l’energia rinnovabile si è sviluppata in maniera esponenziale, e in Italia nel 2014 oltre il 40% dei consumi elettrici è stato coperto da fonti energetiche rinnovabili (Idroelettrico, eolico, fotovoltaico, geotermico, biomasse e biogas).

 

 

Per i sostenitori del NO questi dati non sono credibili, eppure sono semplicemente i report ufficiali del gestore della rete elettrica italiana. La realtà ha superato perfino l’utopia ed esistono tecnologie per raggiungere anche il 100% di produzione da fonti rinnovabili, dopo un’adeguata transizione sociale ed economica.

 

 

Quale strategia energetica propone il Governo per rispettare gli impegni sul clima assunti a Parigi? Fissare obiettivi precisi per la dismissione delle piattaforme di estrazione di idrocarburi nei nostri mari significa fornire chiari indirizzi di politica industriale alle aziende energetiche e promuovere la transizione. Una transizione che produce un effetto win – win – win, vantaggi sociali (maggiore occupazione per unità di energia prodotta), vantaggi economici (minori costi per gli impatti ambientali e sanitari), vantaggi ambientali.

 

 

Pubblicato da Daniela Buongiorno e Alberto Bellini per A Sud onlus