Rifugiati sudanesi sgomberati in via Scorticabove 151 12 luglio, 2018 | Redazione A Sud

[Di Maria Marano e Francesco Riccio per A Sud – Foto: Alterego – Fabbrica dei diritti: ] È un’altra estate di sgomberi quella romana, questa volta a farne le spese è stata la comunità sudanese di via Scorticabove 151, nella zona di San Basilio. Circa 120 rifugiati politici, provenienti dal Darfur, il 5 luglio sono stati costretti, senza preavviso, a lasciare l’edificio in cui vivevano da quasi 15 anni.

 

Il verbale nelle mani dell’ufficiale giudiziario parla di uno sfratto per morosità recapitato alla cooperativa Casa della solidarietà, che avrebbe dovuto gestire la struttura e che in realtà nel 2015 è sparita perché coinvolta nell’inchiesta Mafia Capitale, divenuta il simbolo del malaffare romano. Si tratta di rifugiati politici che stanno pagando il caro prezzo di un sistema di accoglienza che sembra fare acqua da tutte le parti.

 

In questi anni la comunità sudanese è stata in grado di autogestirsi da sola, sperimentando forme di solidarietà e di mutualismo dalle quali non possiamo far altro che imparare, come la cassa comune di mutuo-soccorso che serve a garantire a tutti il minimo indispensabile per poter vivere dignitosamente. Ognuno dà quello può, c’è chi si occupa delle pulizie, chi della cucina, chi contribuisce economicamente alle spese. Molti lavorano come venditori ambulanti, altri invece come braccianti nelle campagne del sud Italia, proprio per questo molti di loro non sono a Roma in questo periodo. In questi giorni un gruppo di ragazzi è rimasto in via Scorticabove con un presidio davanti a quella che per anni è stata la loro casa, in attesa di avere dalle istituzioni delle risposte concrete e compatibili con la protezione internazionale della quale sono titolari. Le origini del viaggio di queste persone affondano le radici in una terra di cui sentiamo parlare poco. Come per molti Paesi africani, il Sudan è una terra di sofferenza, di scontri tra fazioni e crocevia degli interessi dei Paesi occidentali e delle nuove potenze economiche mondiali come quella cinese. La provincia del Darfur, collocata nella parte occidentale del Paese, nel deserto del Sahara, e il Sudan in generale è una delle zone col più basso reddito pro-capite dell’Africa, ma al contempo fra le più ricche di risorse, come il petrolio. Le origini del conflitto in quest’area hanno diverse matrici ma interconnesse tra loro, lo scontro tra le popolazioni nomadi e sedentarie, l’accesso alla terra, collegato da un lato al processo di desertificazione, alla scarsità d’acqua e ad altre forme di degrado ambientale, e dall’altra ai grandi processi di esplosione demografica e urbanizzazione forzata. L’accesso e la gestione delle risorse naturali così come il degrado ambientale, accentuato dai cambiamenti climatici in corso, sono un comune denominatore nelle migrazioni contemporanee, anche se nei “colloqui ufficiali” per avere la protezione internazionale non trovano facilmente spazio. Questo perché come sappiamo i fattori climatico-ambientali non sono contemplati dalla Convenzione di Ginevra per il riconoscimento dello status di rifugiato, eppure sono sempre di più gli sfollati del clima e del degrado ambientale.

 

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