Rifugiati ma non di diritto: quando la migrazione è indotta da fattori ambientali e climatici 20 giugno, 2017 | Redazione A Sud

 

[Maria Marano per A Sud]

 

Il 20 giugno si celebra la Giornata mondiale del Rifugiato, un appuntamento annuale voluto dal 2001 dall’Assemblea generale delle Nazioni Unite per sensibilizzare l’opinione pubblica sulla condizione di milioni di rifugiati e richiedenti asilo in tutto il mondo e per cercare di moltiplicare gli sforzi per prevenire e risolvere i conflitti.

 

Quando si parla di cause delle migrazioni generalmente si fa riferimento a guerre e persecuzioni ma ancora poco ai disastri ambientali e climatici. Eppure sono milioni le persone costrette a lasciare la propria terra a causa di eventi naturali estremi o di mutamenti ambientali provocati dall’uomo. Va precisato che oggi più che mai non è facile distinguere le migrazioni indotte da calamità naturali (come inondazioni, terremoti, alluvioni) da quelle causate da alterazioni ambientali e climatiche di origine antropica (quali la deforestazione, il processo di desertificazione, la perdita della biodiversità, la costruzione di dighe,lo sfruttamento delle risorse naturali, ecc.). In molti casi quelle che sembrano catastrofi naturali, che non potevano essere evitate, mostrano in realtà delle responsabilità umane ben precise, proprio per questo oggi non ha molto senso distinguere tra migrazioni ambientali direttamente collegate alle attività antropiche da quelle in cui quest’ultima è causa indiretta o concausa. E’ invece importante riconoscere che, essendo entrati nell’era geologica dell’Antropocene (l’epoca dominata dall’impatto dell’uomo sull’ambiente), le calamità naturali hanno perso la loro connotazione fatalistica, in molti casi è proprio l’uomo a istigare la natura e provocare disastri ambientali e costringere così centinaia di persone ad abbandonare le proprie case.

 

Nel linguaggio comune le persone costrette a lasciare le proprie terre a causa di disastri ambientali e climatici sono spesso chiamate “rifugiati ambientali”, a differenza dei profughi che arrivano dalle zone di guerra queste persone non possono fare richiesta per il riconoscimento dello status di rifugiato. In quanto tale status trova la sua legittimazione giuridica nell’Art.1della Convenzione di Ginevra del 1951, che non contempla le cause ambientali tra le motivazioni per la richiesta di questo tipo di protezione, che invece può essere fatta da“Chiunque nel giustificato timore d’essere perseguitato per ragioni di razza, religione, nazionalità, appartenenza a un determinato gruppo sociale o per opinioni politiche, si trova fuori dello Stato di cui possiede la cittadinanza e non può o, per tale timore, non vuole domandare la protezione di detto Stato; oppure chiunque, essendo apolide e trovandosi fuori dei suo Stato di domicilio in seguito a tali avvenimenti”. Benché l’Art.13 della Convenzione internazionale dei diritti dell’uomo richiama alla “libertà di movimento e di residenza entro i confini di uno Stato”e al “diritto di ognuno di lasciare qualsiasi Paese, incluso il proprio, e di farvi ritorno” (una sorta di diritto ad andare o restare in un determinato luogo) non tutti sono liberi di migrare e non tutti hanno lo stesso diritto di poter vivere in un altro Paese. Ad ogni categoria giuridica corrispondono infatti regole diverse per l’ingresso e il soggiorno in uno Stato nonché livelli di protezione differenti. In questa cornice la posizione dei migranti ambientali non è ancora chiara data l’assenza di strumenti giuridici per la loro protezione.

 

Generalmente i profughi ambientali vengono considerati migranti volontari così come i migranti economici anziché migranti forzati come i rifugiati, rischiando, pertanto, di rimanere senza protezione giuridica. A livello europeo solo la Svezia e la Finlandia hanno incluso i profughi ambientali nelle proprie politiche migratorie nazionali.

 

Va precisato che le migrazioni ambientali sono per la maggior parte migrazioni interne, parliamo quindi di sfollati interni che, a differenza dei rifugiati, sono rimati nei confini del proprio Stato e restano, pertanto, sotto la protezione del loro governo, anche quando è lo stesso governo a costringere queste persone a migrare. Per questa ragione gli sfollati interni sono considerati tra le persone più vulnerabili al mondo. L’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati (UNHCR) ha col tempo assunto l’incarico di assistere le popolazioni sfollate di alcuni Paesi. Secondo gli ultimi dati del Global Report on Internal Displacement (2016), lo scorso anno sono stati registrati 31,1 milioni di sfollati, che equivale a una persona ogni secondo costretta a lasciare la propria abitazione a causa di conflitti, violenze e catastrofi ambientali. Nello specifico, i disastri naturali hanno messo in fuga 24,2 milioni di persone,un numero superiore rispetto a chi si sposta per conflitti e violenze. Le aree più colpite si trovano per lo più nei Paesi asiatici, Cina, Filippine, India. Se spostiamo lo sguardo verso un orizzonte temporale più lungo vediamo che negli ultimi otto anni gli sfollati ambientali sono stati circa 203 milioni, una cifra impressionante.

 

Ancora, quando parliamo di conflitti non possiamo non considerare il legame a doppio filo tra guerra e ambiente, pensiamo da un lato ai costi in termini ambientali dei conflitti armati e dall’altro ai conflitti generati dall’accaparramento e gestione delle risorse naturali. Rispetto a questi ultimi, i dati del Rapporto dell’UNEP (Programma delle Nazione Unite per l’Ambiente) riportano per il periodo dal 1990 al 2009 almeno 18 conflitti violenti innescati dallo sfruttamento delle risorse naturali (acqua, petrolio, minerali, ecc.), mentre negli ultimi 60 anni almeno il 40% delle guerre civili (in Angola, Darfur, Repubblica Democratica del Congo, Medio Oriente) si collega all’accesso e alla gestione delle risorse naturali.

 

La probabilità che i conflitti si vadano ad intensificare è molto alta, sia a causa dei cambiamenti climatici (considerati moltiplicatori di minacce) sia per l’aumento demografico. Entro il 2050 si conterà una popolazione di 9 miliardi di persone, il che implica una sempre crescente richiesta di risorse al nostro Pianeta. Siamo arrivati a un punto in cui non possiamo non fare i conti col fatto che oggi ci stiamo sempre più scontrando con i limiti biofisici della Terra e con la sua impossibilità di sostenere una crescita insostenibile imposta dall’uomo. E’,pertanto, necessario riconoscere l’urgenza di cambiare il nostro modello di sviluppo vorace. Siamo arrivati a essere “Un grande mondo e un piccolo Pianeta”come raccontano Jonhan Rockstrom e Mattias Klum nel loro libro.

 

Ragionando ancora sui numeri, per capire l’incidenza che i fattori ambientali hanno sulle migrazioni, secondo il “Rapporto sui costi umani legati ai disastri climatici 1995-2015” negli ultimi 20 anni il 90% delle catastrofi registrate nel mondo sono state causate da fenomeni legati al cambiamento climatico (inondazioni, tempeste, siccità, ecc.). Tra i Paesi più colpiti ci sono gli Stati Uniti, la Cina, l’India, le Filippine e l’Indonesia. Se a essere maggiormente colpiti sono i Paesi poveri del Sud globale, i Paesi industrializzati non possono certo sentirsi al sicuro, alluvioni, uragani, incendi, siccità e ondate di caldo colpiscono anche il Nord del mondo e in modo sempre più frequente.

 

La complessità del fenomeno delle migrazioni ambientali e climatiche, la mancanza di una definizione condivisa a livello internazionale su chi sia il migrante ambientale e l’assenza di strumenti giuridici per la protezione internazionale di queste persone non consentono però di avere delle stime precise sul numero dei profughi ambientali, ed è proprio su questi elementi che si deve cominciare a lavorare.

 

Infine, i dati che raccontano l’emergenza ambientale e climatica e i numeri delle persone costrette a migrare devono portare a una lettura più ampia e corretta dei flussi migratori, rispetto a quella a cui il dibattito pubblico e la narrazione mediatica cerca di abituarci. La tendenza ben radicata oggi è quella di focalizzarsi sulle persone in fuga dalla guerra, sui profughi che sbarcano sulle nostre coste, sulle politiche di accoglienza e sui suoi costi. In molti casi i protagonisti del racconto mediatico sono i politici che tendono a strumentalizzare la questione, utilizzando un linguaggio che assume sempre di più toni populisti che incitano all’odio. Sentiamo difatti sempre più spesso parlare di invasione, eppure i Paesi che si trovano ad affrontare la crisi migratoria in maniera più urgente e drammatica non sono in Europa, ma sono la Turchia, il Pakistan, il Libano, l’Iran. Tutto ciò serve solamente a legittimare scelte politiche che non sono certamente orientate all’accoglienza ma sono indirizzate verso il respingimento, la costruzione di muri e la criminalizzazione dei gesti di solidarietà.

 

Un punto di partenza importante per trovare soluzioni adeguate ed efficaci al fenomeno delle migrazioni è sicuramente quello di cominciare a riflettere seriamente sulle diverse cause delle migrazioni, il che implica a sua volta anche un riconoscimento di responsabilità.

 

Maria Marano

 

Scarica il report di A Sud e del CDCA:Crisi ambientale e migrazioni forzate. L’ “ondata” silenziosa oltre la fortezza Europa

 

 

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