Rifugiati ambientali 19 gennaio, 2015 | Redazione A Sud

rifugiati ambientali[di Cristiana Pulcinelli su Arpa Umbria]

 

Pochi ne hanno sentito parlare, ma Kiribati è la probabile prima vittima dei cambiamenti del clima. Lo Stato fa parte della Micronesia ed è formato da tre arcipelaghi abbastanza lontani uno dall’altro: le isole che li formano sono atolli corallini che sporgono dall’acqua per pochi metri. La superficie totale è di 717 km2, ma la popolazione, circa centomila persone, occupa soltanto alcune delle 32 isole e circa la metà degli abitanti si concentra nell’isola di Tarawa, dove sorge la capitale.

 

Poco tempo fa, sulla rivista Science è uscita la notizia secondo cui Kiribati potrebbe essere la prima nazione cancellata dal cambiamento climatico. Lo scioglimento sempre più veloce dei ghiacciai e del pack artico, hanno considerevolmente innalzato il livello del mare; pochi centimetri di acqua in più hanno già fatto sparire molti piccoli atolli e si prevede che nei prossimi decenni le acque potrebbero salire più rapidamente fino a far scomparire l’intero Paese. Gli scienziati, infatti, stimano il livello di innalzamento annuo dei mari intorno ai 2 millimetri, ma si teme che la misura possa crescere con l’accelerazione dei cambiamenti climatici.  Gli effetti delle modificazioni del clima sono già evidenti a Kiribati.

 

Nell’ottobre scorso, ad esempio, le isole sono rimaste a corto di acqua. Il problema era nato dal fatto che l’innalzamento del livello del mare aveva portato le acque salate a mischiarsi con quelle dolci, rendendole inutilizzabili. Inoltre, le forti tempeste e le maree più alte hanno già fatto penetrare il mare all’interno di alcune isole, distruggendo le coltivazioni.

 

È per questo che il presidente di Kiribati, Anote Tong, ha deciso di spostare la popolazione dello stato che governa. Si è guardato intorno e ha trovato un terreno da acquistare: 6.000 acri sulla maggiore delle isole Fiji per un costo di 9,6 milioni di dollari. Lì, con una migrazione “soft”, grazie a uno spostamento graduale delle persone, Tong pensa di poter salvare almeno la popolazione dall’affondamento.

 

Tong ha dichiarato recentemente che spera che lo spostamento non sia necessario, ma meglio premunirsi. Del resto, già pensava da un po’ a soluzioni alternative: l’anno scorso, ad esempio, aveva ipotizzato di costruire isole artificiali, sul tipo delle piattaforme petrolifere, per farci vivere il suo piccolo popolo.

 

Non dobbiamo pensare però che gli abitanti di Kiribati saranno i primi migranti dovuti al clima. In realtà, in tutto il mondo già se ne contano molti. Anzi, il termine “rifugiati ambientali” venne proposto da Lester Brown già nel 1976 per indicare le persone costrette a emigrare a causa di mutamenti improvvisi o a lungo temine delle condizioni ambientali. Tra questi troviamo le siccità, le inondazioni, l’aumento del livello del mare. Tutte conseguenze del cambiamento del clima.

 

 

Gli effetti del riscaldamento globale 

 

Secondo gli scienziati dell’Intergovernmental Panel on Climate Changes (Ipcc), la temperatura al suolo del pianeta Terra è aumentata di oltre 0,7 gradi negli ultimi cento anni. E aumenterà ancora da un minimo di 1,8 a un massimo di 4 gradi centigradi entro la fine del secolo se non verranno adottate politiche di riduzione delle emissioni di gas serra.

 

Gli effetti di questo aumento si possono prevedere: gli ecosistemi si modificheranno. In particolare, l’Ipcc prevede, ad esempio, che in Asia l’innalzamento del livello del mare colpirà l’habitat del 40% della popolazione dell’area. In Europa si prevedono inondazioni, erosioni provocate da alluvioni e tempeste, scomparsa dei ghiacciai, perdita della biodiversità e riduzione della produzione di grano. Nel Nord Africa e nel Sahel siccità, scarsità d’acqua e degrado dei suoli potrebbero portare a una perdita del 75% delle terre arabili non irrigate. Tutto questo porterà a migrazioni di specie, ivi incluse migrazioni della specie Homo sapiens, che cercheranno di adattarsi alle nuove condizioni ambientali.

 

Secondo quanto riporta il dossier di Legambiente Profughi ambientali: cambiamento climatico e migrazioni forzate, pubblicato lo scorso giugno, le previsioni si stanno già avverando: «Nel 2010 ci sono stati circa 385 disastri naturali con più di 297.000 vittime e costi stimati pari a circa 95 miliardi di euro. Il Norwegian Refugee Council (NRC) afferma che nel 2010, più di 42 milioni di persone nel mondo sono state forzate a spostarsi a causa di disastri ambientali nati da improvvisi eventi naturali. Il 2011 sotto questo punto di vista è stato un anno anche peggiore.

 

I danni ambientali hanno colpito tutti i continenti provocando vittime umane e disastri economici. Secondo le statistiche dell’International Disaster Database nel 2011 ci sono stati 302 disastri con circa 206 milioni di persone colpite e una stima di danni economici pari a 380 miliardi di dollari. Solamente i danni causati dal terremoto e lo tsunami in Giappone hanno causato danni economici di 20 miliardi circa».

 

 

Duecento milioni di rifugiati ambientali nel 2050

 

Quante persone dalle zone colpite si sono spostate per cercaren rifugio? Secondo l’Internal Displacement Monitoring Centre, oltre 42 milioni di persone si sono spostate solo in Asia e nel Pacifico tra il 2010 e il 2020, più del doppio della popolazione dello Sri Lanka. Le cause delle migrazioni sono state inondazioni, tempeste, ondate di caldo o di freddo, siccità. Molti di loro torneranno nelle regioni di provenienza quando le condizioni miglioreranno, ma altri sceglieranno l’emigrazione entro i confini del proprio Paese o anche in altre nazioni. Una stima di quanti saranno queste persone è difficile farla al momento. Tuttavia, secondo la tesi elaborata dallo studioso inglese di biodiversità Norman Myers, e accreditata dal Commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati, entro il 2050 si raggiungeranno tra i 200 e i 250 milioni di rifugiati ambientali (una persona ogni 45 nel mondo), con una media di 6 milioni di uomini e donne costretti ogni anno a lasciare i propri territori (un numero che equivale al doppio degli abitanti di Roma).

 

Ma il problema dei rifugiati ambientali è complesso e alla sua radice troviamo cause diverse: spesso i cambiamenti climatici interagiscono con altri fattori creando le condizioni per una migrazione di massa. Secondo alcuni studiosi si possono identificare 4 fattori chiave che legano i cambiamenti ambientali e le migrazioni, due dei quali sono processi graduali e due riguardano eventi estremi. Li ricordiamo, così come li cita il dossier di Legambiente:

 

  1.  Perdita di territorio dovuto a innalzamento del livello del mare: un tipico esempio di questo fattore sono le Piccole Isole del Pacifico, che stanno subendo perdita di terreno e allo stesso tempo perdita di produttività agricola a causa della salinizzazione del terreno;
  2.  Siccità e desertificazione: come abbiamo accennato, secondo il rapporto dell’Ipcc la maggior parte dell’Africa, Asia del sud est e ovest, parte dell’Australia e Nuova Zelanda e il sud dell’Europa sono a rischio per l’aumento della siccità. In aggiunta, attraverso la combinazione di cambiamenti climatici e non corretta gestione delle risorse naturali, stanno crescendo i deserti del mondo a un ritmo allarmistico. Il deserto del Sahara si stima che si espanderà per più di trenta miglia all’anno. L’Africa affronterà la più grande sfida a questo riguardo. Basta guardare al Corno d’Africa che nel 2011 ha affrontato una grave crisi alimentare tra Etiopia, Kenia e Somalia. Più di 4000.000 somali hanno attraversato il confine diretti in Kenia, Etiopia e Gibuti con un tasso di più di 2.000 persone al giorno di arrivi. A questo numerova poi ad aggiungersi 1,5 milioni di persone che si sono spostati all’interno del Paese;
  3.  Disastri naturali come alluvioni e cicloni che aumenteranno sempre più nel futuro;
  4. Conflitti per le scarse risorse che possono portare a tensioni e violenza. La scarsità di risorse può dipendere da problemi di accesso, qualità e quantità e tende a esacerbare tensioni etniche e politiche già esistenti.

 

La guerra del Darfur

 

Un esempio di come il cambiamento climatico può interagire con altri fattori per esacerbare tensioni etniche e creare conflitti è la guerra del Darfur. La più comune spiegazione del conflitto in Darfur è la differenza etnica tra Arabi e Africani. Tuttavia, recentemente, dichiarazioni ufficiali, come quella del Segretario delle Nazioni Unite Ban Ki Moon, affermano che il conflitto in Darfur è iniziato da una crisi ecologica nata almeno in parte dai cambiamenti climatici. «La valutazione ambientale dell’UNEP dopo il conflitto del 2007 – si legge nel rapporto di Legambiente – indica che vi è un legame molto forte tra il degrado del territorio, la desertificazione e il conflitto in Darfur. Il confine tra deserto e semi-deserto, infatti si sta spostando verso sud, in parte a causa di precipitazioni in declino e in 20 anni di siccità, indipendentemente dalla causa, si è ridotto di molto la terra disponibile per l’agricoltura e pastorizia. Come la valutazione dell’UNEP riconosce pero, la modifica del clima da sola non offre una spiegazione completa per lo scoppio o la portata del conflitto violento.

 

Tutti i Paesi del Sahel hanno sentito l’impatto del riscaldamento globale, ma finora solo il Sudan ha vissuto tale conflitto devastante. D’altra parte la dimensione etnica non offre una spiegazione completa da sola: le alleanze politiche e militari spesso cambiano a seconda di considerazioni pragmatiche o piuttosto che di ordine etnico. Inoltre, alcune tribù praticano sia l’allevamento che la coltivazione delle colture rendendo non sempre chiare le distinzioni tribali tra gli agricoltori e pastori».

 

Nonostante tutto ciò, ancora non esiste uno status previsto da convenzioni internazionali o legislazioni nazionali per i migranti ambientali. Ad oggi i rifugiati ambientali che richiedono asilo non rientrano nella definizione della Convenzione di Ginevra e a loro l’Alto Commissariato offre soltanto assistenza primaria per motivi umanitari. Attualmente, Svezia e Finlandia sono gli unici due membri dell’Unione ad aver incluso i “migranti ambientali” nelle rispettive politiche migratorie nazionali.

 

 

Possiamo continuare a far finta di niente?

 

 

 

*Articolo pubblicato su arpa.umbria.it, 7 ottobre 2012

 

 

Tags:



Back to Top ↑