Ridiamo valore al cibo e dignità alle persone 16 gennaio, 2017 | Redazione A Sud

[Di Andrea Segre su Internazionale] Ci sono fenomeni che sembra impossibile poter guardare nel dettaglio. Sembrano destinati ad avere una natura massificata.

 

Camminando nella piana di Gioia Tauro, negli agrumeti intorno a Rosarno, abbiamo riflettuto molto su questo. Se guardiamo gli scaffali infiniti dei supermercati, o i tir stracolmi di cibo che solcano le autostrade o i container nei porti e negli aeroporti, o i buffet sempre pieni di ristoranti sempre uguali, ma anche se pensiamo alle tendopoli di stato con centinaia di baraccati, alle navi militari con la pancia piena di naufraghi pronti a diventare richiedenti asilo, agli alberghi, ai residence e alle caserme trasformati in centri di interminabile emergenza, se pensiamo a tutto ciò, come facciamo a cercare spazi di dignità e rispetto per la vita umana?

 

Tutto sembra dentro a una macchina destinata a schiacciare e incasellare, una macchina dentro alla quale hai una sola possibile posizione: aspettare di poter consumare. Dove consumare significa anche consumarti e dove poter trovare uno spazio per raccontare o addirittura proporre una tua scelta è davvero difficile. I produttori di agrumi che abbiamo incontrato nei campi di clementine non raccolte o i migranti della tendopoli e dei casolari di campagna hanno questo in comune: sanno di non poter scegliere, di poter solo aspettare. L’attesa di lavorare, l’attesa di mangiare: il cibo che nutre o che ti mangia?

 

Proviamo una sensazione di angoscia, che rimanda a quella di tutti noi che spesso facciamo fatica a capire come esprimere una nostra posizione, come differenziare le nostre scelte in base a idee e valori. Lo possiamo fare intellettualmente, ma nella vita quotidiana, nelle scelte materiali legate agli acquisti, ai consumi, ai nostri comportamenti è davvero faticoso. Possibile a volte, ma sempre troppo faticoso per poter diventare normale.

 

Guarda il video del reportage nella tendopoli di Gioia Tauro

 

Perché c’è una macchina più grande di noi che ci chiede solo di aspettare, produrre, acquistare, consumare, scartare, sprecare.

 

Ma questa macchina c’è e deve esserci o ci siamo abituati a considerarla inevitabile?

 

È pensabile ridurre la scala per sentirci meno consumatori e più persone con diritti, doveri, dignità?

 

Questo in fondo siamo andati a cercare nella piana, uno dei luoghi in Italia maggiormente feriti dalle conseguenze di questa macchina. E qualche risposta abbiamo cominciato a trovarla.

 

Accomunati dalla stessa sorte, per gli “scarti” alimentari e umani che abbiamo visto e conosciuto nei campi agricoli e profughi della piana c’è una possibilità di riscatto. Possibilità che passa per un’assunzione di responsabilità di tutti noi sul senso di giustizia. Che è un fine, non uno strumento come invece è il mercato: la macchina che ci guida, invece di essere guidata da noi.

 

Per gli agrumi, ma ciò vale per le olive e in genere per tutti gli alimenti, se non c’è un prezzo giusto che remunera tutti gli attori della filiera, gli effetti collaterali colpiscono soprattutto gli anelli più deboli, più esposti e meno protetti dalla società: braccianti e agricoltori.

 

Il mercato, questa istituzione così astratta ma concreta nel suo effetto sulle nostre vite, è come le bombe: non c’è un bombardamento intelligente e gli effetti collaterali sono sempre devastanti, talvolta irreparabili.

 

E allora la responsabilità di noi consumatori – non più etimologicamente distruttori, ma fruitori consapevoli dei beni – passa per due parole chiave che valgono per il cibo e per gli altri beni indispensabili per vivere, lavorare, mangiare: legalità e trasparenza. Una filiera equa e sostenibile funziona se ci allontaniamo dalla logica del massimo ribasso, se promuoviamo un prezzo trasparente e un’etichetta narrante. Basta con le aste della grande distribuzione che mettono in competizione i già deboli produttori. Indichiamo il prezzo sorgente che ci mostra quanto è stato pagato il produttore, e quanto è il ricarico del distributore. Togliamo dalle etichette tutte quelle informazioni inutili che a volte confortano le nostre coscienze, ma in realtà ci confondono: chiediamo di conoscere la vera identità di quel prodotto, la sua storia.

 

Se chiederemo e otterremo questo, il valore del cibo, che non è una merce ma un bene, e di chi lo produce per noi, che è un uomo, sarà finalmente riconosciuto.

 

Un’azione chiara che potrà dare energia a soggetti piccoli ma virtuosi che producono mettendo al centro la dignità: della persona, di tutte le persone, e del lavoro. Anche dei braccianti stranieri, che non possono continuare a essere ammassati in luoghi disumani come la tendopoli di San Ferdinando, ghetto di stato dove ogni dignità è lesa e l’illegalità sembra l’unica via d’uscita. Decine di comuni nella piana di Gioia Tauro hanno decine di case sfitte, ma solo 1 su 33 ha creato un progetto di integrazione dei braccianti stranieri. Gli altri nulla e perché? Perché non ci sono i mezzi di trasporto, dicono.

 

Ma quanto meno costerebbe avviare linee di trasporto pubblico per tutti, anche per gli italiani, invece di costruire tendopoli da centinaia di migliaia di euro destinate a umiliare le vite dei braccianti e la nostra civiltà?

 

(Pubblicato il 23 dicembre 2016)

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