Progetto Epicentro: Diario Di Bordo

Progetto Epicentro: Diario di bordo

IL PROGETTO

Il progetto EPICENTRO Civitavecchia – Epidemiologia Popolare per la salute delle Comunità e la tutela dell’Ambiente, coordinato dal CDCA e finanziato dalla Tavola Valdese, vuole sperimentare sul territorio di Civitavecchia nuove pratiche di ricerca e di cittadinanza attiva nel settore dell’ambiente e della salute.   Il progetto ha come obiettivo quello di fare emergere le percezioni della cittadinanza sui temi della salute e dell’ambiente a Civitavecchia e di valorizzare quelle che sono le loro conoscenze a riguardo, favorendo così il rafforzamento di un senso di comunità in città e valorizzando i cittadini come depositari di conoscenze fondamentali per affrontare le emergenze ambientali e sanitarie della città. Leggi tutto 

 

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IL DIARIO DI BORDO

Da ragazzini attraversavamo a piedi il centro della città per raggiungere l’area rurale circostante. Ore e ore di cammino, ma attorno a noi un’immensa distesa di verde che ci dava la sensazione di essere liberi”.

Si inaugura con queste parole dense di emozione e ricordi il terzo gruppo di parola che si è tenuto il 14 aprile scorso  a Civitavecchia. Cinque donne e due uomini armati di foto e libri sulla loro città, ci hanno accompagnato lungo un viaggio di circa 60 anni, durante i quali Civitavecchia ha subito due principali mutazioni: la distruzione causata dal bombardamento del 1943 e la ricostruzione accompagnata da una massiccia industrializzazione a partire dagli anni ’50.

Nei primi due gruppi di parola, durante i quali abbiamo raccolto testimonianze, racconti, foto e ricordi, il primo arco temporale è stato ampiamente discusso. I racconti ci hanno condotto tra i vicoli del centro storico con i bambini che esercitavano senza saperlo l’arte del riciclo trasformando oggetti di scarto in veri e propri giochi; nel cortile di Elide a guardare la tv tutti insieme affascinati da immagini,  suoni e  luci che quella scatola era in grado di riprodurre; all’uscita dalla chiesa in fila dinanzi al parroco per avere obliterato il biglietto che permetteva di vedere un film al cinema a prezzi scontati; in piazza durante il carnevale a raccogliere le caramelle che piovevano dai carri di cartapesta; e ancora in strada a tirare pietruzze contro gli sfortunati che passeggiavano al di là delle mura delle città o in osteria a bere la “canaiola” in compagnia. Mentre passeggiavamo tra i ricordi, abbiamo sentito da lontano il prolungato rombo degli aerei che squarciava i cieli di Civitavecchia trasformando le risa festose dei bambini ed i richiami delle madri in grida di paura. Uno, due, tre tonfi sordi e tutto attorno solo polvere. Delle strade attraversate a piedi scalzi e della casa al molo Vespucci rimaneva soltanto una timida ombra.
Il passato era troppo vicino per poter essere dimenticato, così quei gruppi di bambini che avevamo incontrato lungo il nostro cammino durante i due primi gruppi di parola iniziavano ad uscire dai loro rifugi ormai adulti, con i loro petti irsuti e le gonne cinte da un grembiule ricamato a mano. Una a una scansavano le pietre che impedivano il passaggio dei carretti e le accostavano l’una sull’altra con la cura di chi ricompone i tasselli per dargli la forma originaria del mosaico. Alcuni pezzi non trovavano il loro compagno o non erano più sufficienti. Il centro della città iniziava a diventare una distesa vuota e triste di abitazioni che si estendevano imponenti verso le zone rurali. I contadini in attesa di vedere i loro pomodori rossi venir fuori dalla terra, iniziavano ad assistere all’avvento di alti casermoni circondati da infinite torri rosse e bianche che nelle sere di agosto coprivano il brillio delle stelle con dense nuvole grigie. Era l’avvento della modernità che ci ha riportato ad un tratto in casa della signora Laura, al terzo gruppo di parola, attorno ad un tavolo in compagnia di Tiziana, MariaGrazia, Luigi, Antonio, Elide e Graziella.

Decidiamo di stendere sul tavolo la cartina di Civitavecchia nell’intento di rendere più semplice il racconto. Il risultato è oltre ogni aspettativa: la mappa è letteralmente scomparsa tra i corpi di quelle donne e di quegli uomini che con affanno e precisione certosina brandiscono pezzi di carta e le penne per ridisegnare letteralmente tutti i luoghi, protestando per l’assenza di alcuni e la posizione impropria di altri. Un coinvolgimento talmente travolgente da indurci a benedire gli errori grafici. Ognuno afferra un post-it per segnalare una spiaggia, una pineta, una piazza creando un flusso narrativo talmente copioso da avere difficoltà a contenerlo. Pian piano che quei pezzetti di carta trovano il loro spazio nella cartina, il puzzle interrotto durante i due gruppi di parola precedenti inizia nuovamente a prendere forma e così ci spostiamo nell’arco temporale che dagli anni cinquanta ai giorni nostri ha ridisegnato i confini e l’identità di Civitavecchia. E’ come se stessimo attraversando una strada divisa in due: una parte “il com’era” e l’altra “il com’è”.

Le donne prendono la parola e ci raccontano attraverso le foto di famiglia la Frasca: un luogo sacro per le scampagnate in famiglia e con gli amici. La domenica tutti montavano sulla cinquecento della signora Elide, stracolma di cibo, figli, parenti, tavoli e cianfrusaglie, con tanto di divano sulla cima di quella che avrebbe dovuto essere un’utilitaria trasformata per l’occasione in un furgone. Con l’avvento delle centrali quel luogo risulta oggi dismesso, abbandonato e per tale motivo non più fruibile dai civitavecchiesi come un tempo. Lo stesso destino è toccato al Pirgo: una passerella in mezzo al mare in cui Antonio e Graziella si sono conosciuti tra un concerto dei Dik Dik e un twist di Rita Pavone. Della piattaforma in legno decorata con luci e sedie intarsiate è rimasta una struttura in cemento che si erge poderosa su una spiaggia deturpata dagli scarichi fognari che raggiungono il mare con la loro massa maleodorante di detriti. Ma il luogo che più di altri ha subito gli effetti della modernizzazione e dell’industrializzazione è il porto che da meta di incontri e di lunghe passeggiate al tramonto è diventato una frontiera no-limits.

Per ragioni di sicurezza l’accesso in alcune zone è interdetto ai cittadini e le pescherie che animavano la darsena hanno chiuso i battenti insieme ai pescherecci che hanno lasciato il posto alle grandi navi da crociera che per alcuni e non per tutti sono fonte di guadagno. Alcuni dei presenti ricordano gli incontri sulla banchina animati dalla degustazione del pesce crudo servito in coni di carta e con nostalgia rivivono con la mente le lunghe giornate al mare in compagnia dei familiari. I racconti proseguono con le descrizioni di strani accadimenti che hanno segnato questo processo di mutazione forzata, in cui i cittadini non si sono sentiti parte del cambiamento, ma sue vittime. Tumori, tiroiditi, asme e altre patologie diventano parte integrante della narrazione. Ci colpisce la naturalezza con cui raccontano anche gli avvenimenti più tristi; ci stupisce la loro fame di riscatto; inondano di senso il gruppo di parola i vari “grazie” che ci porgiamo reciprocamente alla fine del gruppo.

Durante il primo incontro abbiamo sottolineato che il nostro intento non era quello di determinare un cambiamento, ma semplicemente prendere consapevolezza della realtà di Civitavecchia insieme ai cittadini che la vivono ogni giorno. A conclusione del terzo gruppo di parola, senza sviscerare il dolore che l’industrializzazione ha portato insieme a ciò che si definisce progresso tecnologico (forse ancora non umano), ci sentiamo custodi di tanti racconti che testimoniano come il grande male che ha attanagliato Civitavecchia oltre alla diverse cause e forme di inquinamento, è stata la perdita dell’identità collettiva e di un sentimento di appartenenza che ha reso deboli negli anni le rivendicazioni dei diritti, soprattutto quello alla salute.

 

Simona Maltese per A Sud

 

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