Profughi climatici: le piccole isole del Pacifico come Atlantide 6 novembre, 2017 | Redazione A Sud

migranti climatici[di Maria Marano per A Sud] Dal 6 al 17 novembre si terrà a Bonn la Conferenza mondiale delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici, la COP23. L’obiettivo è quello di definire le linee guida per rendere operativo l’Accordo di Parigi (entrato in vigore il 4 novembre 2016) in vista dell’appuntamento fissato in Polonia il prossimo anno, dove verrà chiesto ai governi di rivedere gli INDC, ossia gli impegni nazionali di riduzione delle emissioni di gas serra, che i singoli Paesi hanno assunto e che come già sappiamo non bastano a contenere le temperature sotto i 2°C. La presidenza della ventitreesima Conferenza sul clima non sarà della Germania, che ospiterà i lavori solo per ragioni logistiche, bensì delle Isole Fiji, un arcipelago di circa 330 isole nell’oceano Pacifico. Le Fiji sono state il primo Paese al mondo a ratificare l’Accordo globale sul clima assumendo un ruolo guida nella lotta ai cambiamenti climatici. Questo perché, paradossalmente, benché contribuiscano in minima parte alle emissioni di gas serra (meno dell’1%) sono tra i primi Paesi ad aver subito gli effetti del cambiamento climatico che, come ampiamente dimostrato dalla comunità scientifica, è causa diretta delle attività antropiche. Molte delle Piccole isole del Pacifico sono atolli o isole di barriera a forma di anello che si trovano a pochi metri sul livello del mare e proprio per questo sono particolarmente vulnerabili al riscaldamento globale.

 

Come sappiamo queste isole sono note nell’immaginario collettivo per i loro paesaggi mozzafiato e le acque cristalline ma ancora poco per il rischio che corrono di finire sottacqua a causa dell’innalzamento del livello del mare, che insieme agli eventi climatici estremi sempre più frequenti, come le tempeste e gli uragani, e all’alterazione degli ecosistemi oceanici (ad esempio, l’erosione costiera e la perdita di barriere di protezione per effetto dell’aumento della temperatura e dell’acidificazione degli oceani) stanno mettendo a rischio l’esistenza stessa di questi luoghi paradisiaci e delle popolazioni che li abitano.

 

In questa parte del globo, così come in molte altre zone della Terra, il rischio del cambiamento climatico non è affatto una suggestione apocalittica ma una realtà che ne sta già modificando la morfologia. Ne sono testimonianza cinque atolli disabitati dell’arcipelago Salomone (che conta circa 600 mila abitanti) inghiottiti dall’oceano Pacifico qualche anno fa. Dalla fine degli anni ’90 il livello del mare in quest’area si è alzato di circa 10 millimetri all’anno, tra gli incrementi più alti registrati sul nostro Pianeta. Sempre in questa zona si trovano altre sei isole fortemente danneggiate dall’erosione costiera. Di queste, due hanno visto distrutti i loro villaggi costringendo così le comunità locali a trasferirsi altrove.

 

L’isola di Nuatambu, ad esempio, abitata da 25 famiglie, ha perso già metà della sua superficie e più di 10 case sono state distrutte dal mare dal 2011. Altro caso emblematico sono le isole Carteret, al largo della Papua Nuova Guinea. Queste isole sono state completamente abbandonate, gli abitanti, circa duemila, sono stati costretti a trasferirsi temporaneamente nella vicina Bougainville, che a sua volta è stata scenario di una cruenta guerra civile fino al 2005 per lo sfruttamento delle sue miniere di rame. Gli abitanti delle Carteret detengono il triste primato di essere i primi profughi ambientali “ufficiali” al mondo. La stessa sorte accomuna molti abitanti di Kiribati che hanno iniziato a spostarsi su isole più sicure, mentre altri hanno chiesto accoglienza alla Nuova Zelanda e all’Australia come rifugiati ambientali. Un caso noto è quello di Ioane Teitiota, cittadino di Kiribati, prima persona a chiedere alla Nuova Zelanda, nel 2014, asilo per motivi ambientali, richiesta che fu però respinta.

 

Va precisato che lo status di rifugiato per cause ambientali non trova un riconoscimento giuridico nella Convenzione di Ginevra e non è ancora stato definito a livello internazionale (la questione viene demandata ai singoli governi) per cui parlare di rifugiati ambientali da un punto di vista giuridico è tuttora inesatto. Al riguardo, va menzionata una notizia di questi giorni che riguarda proprio la Nuova Zelanda, dove James Shaw, Ministro del Climate Change, ha annunciato che il governo sta valutando la possibilità di introdurre un visto per le persone dell’area del Pacifico costrette a migrare a causa degli effetti del cambiamento climatico.

 

Dunque, se quella di Atlantide resta ancora una leggenda, quanto sta accadendo nell’oceano Pacifico è purtroppo già una dura realtà con la quale dover fare i conti.

 

A fronte di quanto detto la scelta delle isole Fiji per la presidenza della COP23 è tutt’altro che simbolica visto che gli stati isola stanno realmente scomparendo. Se consideriamo che secondo i dati dell’IPCC, il gruppo di scienziati che studia i cambiamenti climatici su mandato delle Nazioni Unite, al 2100 è previsto un aumento da 52 a 98 centimetri del livello del mare, è evidente che si avrà sempre un maggiore impatto dei suoi effetti su territori e popolazioni locali, che saranno costrette a lasciare le proprie terre perché rese inospitali.

 

Consapevoli del pericolo, queste piccole isole si stanno muovendo per trovare soluzioni alla questione alle migrazioni indotte da cause ambientali, attraverso piani di evacuazione in zone più sicure, accordi bilaterali con i Paesi confinanti, ancora, portando al centro dei dibattiti delle Nazioni Unite la questione del cambiamento climatico e delle sue conseguenze sulle popolazioni più vulnerabili del Pianeta.

 

Ma il problema del riscaldamento degli oceani e dell’innalzamento del livello del mare non rimane certo confinato nell’area del Pacifico, tutt’altro, rappresenta sempre di più una minaccia per molte città costiere (o attraversate da grandi fiumi), come Mumbai, Dhaka, Jakarta ma anche città moderne come Tokyo e Singapore, Miami, New York, Londra, Venezia, per citarne alcune.

 

E’ ormai sempre più evidente che il cambiamento climatico è responsabile in tutto il mondo di trasformazioni profonde, e che avrà conseguenze sempre di più ampia portata nei prossimi decenni, se non si metteranno in campo azioni efficaci. Alcune aree del mondo sono certamente più vulnerabili al clima che cambia e con esse anche le popolazioni che le abitano. Le migrazioni climatiche sono difatti legate a doppio filo con i contesti umani di sviluppo, la disuguaglianza, i conflitti o la pace, con la capacità di adattarsi ai cambiamenti climatici, che vede sicuramente, per diverse ragioni, i Paesi del Sud del mondo in una posizione di svantaggio.

 

Alcuni numeri per misurare la portata del fenomeno migratorio vengo dati dall’OIM, l’Organizzazione Internazionale delle Migrazioni, secondo la quale nel 2050 ci saranno tra i 200-250 milioni di migranti ambientali, viene, inoltre, evidenziato che oggi la possibilità di essere sfollati a causa dei disastri naturali è aumentata del 60% rispetto agli ultimi 40 anni.

 

Purtroppo, nonostante gli innumerevoli campanelli d’allarme il fenomeno delle migrazioni ambientali resta ancora relegata ai margini delle agende politiche internazionali. All’ordine del giorno della prossima COP non si leggono punti specifici sulla questione, al momento non resta che seguirne i lavori per poi tirare le somme e vedere se, nonostante la presidenza delle Fiji, anche quest’occasione è stata mancata.

Tags:



Back to Top ↑