Profughi ambientali. Il caso Bangladesh 11 dicembre, 2014 | Redazione A Sud

profughi ambientali[di Stefania Ragusa suCorriere delle Migrazioni]

 

Gli eco-profughi o vittime del clima hanno fatto la loro comparsa sui media italiani solo in tempi recentissimi e sono la “conseguenza” di un problema serio e sottovalutato.

 

La prima definizione del termine, che si deve all’allora direttore dell’UN Environment Programma Essan El-Hinnawi, è del 1985. L’environmental refugee, dice El-Hinnawi, è una “persona che ha dovuto forzatamente abbandonare la propria dimora, in modo permanente o temporaneo, a causa di grandi sconvolgimenti ambientali (naturali e/o indotti dall’uomo) che hanno messo in pericolo la sua esistenza o danneggiato seriamente la sua qualità di vita” (1). Questa definizione, sebbene criticata per la sua generalità (2), è tutt’ora largamente condivisa e rappresenta un punto di partenza ricorrente nei ragionamenti sui profughi ambientali.

 

Lo stesso accordo non si ritrova quando dal piano terminologico si passa a quello pratico, quando si affronta cioè la questione del “trattamento” politico e umanitario da riservare agli eco-profughi. Tra gli addetti ai lavori ci sono tre orientamenti prevalenti: chi ritiene che agli eco-profughi vada accordato lo stesso status dei rifugiati di guerra e sollecita una modifica della Convenzione di Ginevra in questa direzione; chi li considera un caso a se stante, meritevole di una protezione specifica; chi non riconosce loro una particolare specificità e pensa che essi vadano considerati come “normali” migranti economici (3). Nessuna di queste posizioni ha la forza per imporsi sulle altre, ma tutte e tre contengono nuclei di verità. E’ innegabile che gli eco-profughi necessitino di una protezione, specifica o meno. Ugualmente innegabile è che, in molti casi, essi non siano distinguibili dai migranti spinti da necessità economiche, e a volte anche dai profughi “tradizionali”.
Il numero di eco-profughi, indipendentemente da come li si voglia considerare, negli ultimi 50 anni è cresciuto vertiginosamente: milioni di esseri umani, provenienti soprattutto dai paesi del cosidetto terzo mondo, che si riversano su un occidente sempre più affaticato e in crisi e a sua volta – anche se in modo meno massicio – produttore di eco-profughi (Katrina docet). Dietro questo aumento, prescindendo dai fattori non antropici, ci sono responsabilità globali e in molti casi occidentali (pensiamo al global warming) e altre specifiche dei singoli paesi “esportatori” di eco-profughi. Secondo l’Institute for Environment and Human Security dell’Università delle Nazioni Unite, il numero dei profughi ambientali nel mondo nel 2010 ha superato la soglia dei 50 milioni (nel 1990 erano la metà).

 

Mentre 340 milioni erano le persone esposte al rischio dei cicloni tropicali e circa 520 milioni quelle minacciate dalle inondazioni. Nel 2050 il numero effettivo degli sfollati potrebbe complessivamente raggiungere i 250 milioni. La stima è del professor Norman Myers del Green College dell’Università di Oxford, ed è considerata una delle più accurate. In realtà le previsioni sul numero potenziale di eco-profughi variano molto e vanno prese con beneficio di inventario. Come riconosce lo stesso Myers, nessuno oggi può dire con certezza quale sarà l’impatto dei cambiamenti climatici sulla distribuzione della popolazione mondiale (4).

 

Negli studi sulle conseguenze del global warming il Bangladesh compare sempre. E’ infatti uno dei Paesi più a rischio e, in potenza e in atto, tra i massimi produttori di eco-profughi. Myers ha calcolato che da qui al 2050 potrebbe “sfornarne” oltre 26milioni. Come è noto, il Bangladesh è a rischio innanzitutto per la sua morfologia e il suo clima: per le sue coste che si trovano al di sotto del livello del mare e per quel suo “galleggiare” su un delta immenso e volubile, esposto a cicloni ed alluvioni sempre più ricorrenti e devastanti. E’ stato calcolato che da qui al 2050 il 6% del terreno della coastal zone andrà perduto (5). La coastal zone è un mix di mare e terra, lungo 710 km che include circa 250 isolotti e tratti di foresta di mangrovie (nel Sunderbans) e una lunga e ininterrotta spiaggia di sabbia (a Cox’s Bazar). Su essa insistono 19 distretti (6) e vivono almeno 40 milioni di persone: sono tutti potenziali eco-profughi. Ma cicloni e alluvioni sono solo una parte del problema. L’innalzamento del livello del mare ha provocato l’aumento della salinità delle acque in tutta la zona costiera e questo ha conseguenze devastanti per l’agricoltura, l’accesso all’acqua potabile, la vita quotidiana delle persone. Fin qui stiamo parlando delle conseguenze semplici e dirette del global warming. Ma a rendere ulteriormente critica la situazione del Bangladesh ci sono anche fattori specifici: lo ship-breaking (7) praticato in totale deregulation a Chittagong, che sta avvelendo il mare e le persone e contribuendo all’erosione delle coste, il disboscamento (8), l’urbanizzazione senza regole (9), l’acquicultura intensiva…
Si tratta in prevalenza di pratiche di sfruttamento delle risorse che stanno distruggendo l’eco-sistema, privando il territorio delle sue naturali difese e compromettendo molti equilibri sociali. In questa sede, per ragioni di spazio e tempo, mi soffermerò su uno solo di questi fattori: l’allevamento industriale del gambero, un’attività che interessa il Sunderbans (10) e la coastal zone, e si intreccia con un’altra questione esiziale, la distruzione delle foreste e la loro sostituzione con piantagioni varie considerate più redditizie (11). Lo farò raccontando quello che ho visto con i miei occhi nel corso di vari sopralluoghi e riportando alcune testimonianze.

 

Il 15 novembre del 2007 il ciclone Sidr si è abbattuto sul golfo del Bengala e ha spazzato la coastal zone uccidendo 3500 persone e lasciandone 2milioni senza casa (creando dunque 2milioni di eco-profughi). In quell’occasione la foresta ha dimostrato di essere un fattore di protezione imprescindibile per il Bangladesh. Gli alberi hanno attutito la forza del vento e protetto l’entroterra. Dove invece che foresta autoctona c’erano le piantagioni molte piante invece sono state sradicate e si sono trasformate in inconsapevoli e ulteriori strumenti di morte (12). Nella Shrimp Region, dove non c’è più foresta e non ci sono nemmeno piantagioni, ma solo vasche di acquicoltura per chilometri e chilometri, Sidr ha avuto campo libero. Se lo stesso ciclone si fosse palesato 40 anni fa, quando quando le mangrovie lambivano le città di Khulna e Bagerhat e ricoprivano l’intera zona di Chokoria, i danni sarebbero pressocchè irrisori.

 

La Shrimp Region comprende i distretti di Satkhira, Khulna, Bagerath e la parte meridionale di quello di Jessore. Circa 190mila ettari di mangrovie e terre fertili, più o meno nel tempo di una generazione, sono stati convertiti in bacini di acquicoltura. Il “raccolto” annuo sfiora le 50mila tonnellate, esportate per l’ottanta per cento in Occidente e per il venti in Giappone (13). I bangladesi non mangiano i bagda (è il nome locale per i gamberi da acqua salata) che allevano. Possono permettersi, al massimo, i golda, i gamberi di fiume. La coltivazione intensiva è cominciata all’inizio degli anni ’80, con la sponsorizzazione di alcune agenzie di sviluppo (come Usaid) e istituzioni finanziarie (come la Banca Mondiale e la Banca di Sviluppo Asiatica). Gli speculatori si mossero in massa per accaparrarsi le terre più adatte all’allestimento di shrimp farm. Dove queste non c’erano, si industriarono a “crearle”: facendo scempio della foresta ed espropriando con qualsiasi mezzo i terreni agricoli.
Con qualsiasi mezzo non è un modo di dire. Ecco per esempio cosa accadde nel 1998 nel distretto di Satkhira. L’Alta Corte aveva emanato una disposizione con cui si impediva di affittare determinati terreni dello Stato agli imprenditori del gambero. Era una misura volta a proteggere un gruppo di 1200 contadini-pescatori che stavano rischiando di perdere le loro case. A distanza di pochi mesi, l’amministratore del distretto, messo sotto pressione da persone potenti e facoltose, decise di ignorare l’Alta Corte e stabilì che si poteva procedere all’affitto. I contadini furono portati via con la forza. Scoppiarono dei disordini e la polizia privata aprì il fuoco, ferendo 250 persone e uccidendone quattro. L’ong inglese Environmental Justice Foundation riferisce che, dal 1980 al 2005, sono stati uccisi più di 150 bangladesi che si erano opposti agli allevamenti. Questa cifra, però, è approssimata per difetto. Perché non tiene conto delle centinaia di morti ascrivibili solo indirettamente al gambero. Persone che sono state messe in prigione per avere opposto resistenza alla speculazione e dimenticate lì, o che si sono ammalate per le conseguenze di una vita passata a mollo nell’acqua paludosa. Questo destino accomuna in particolare le donne. Prima dei gamberi potevano guadagnare qualcosa e contribuire all’economia famigliare allevando animali domestici e coltivando ortaggi. Non si trattava di grosse somme, ma comunque esse erano sufficienti a dar loro una certa autonomia e, quindi, a farle rispettare di più. Adesso questa possibilità è tramontata.
L’acquicoltura non ha bisogno di braccia femminili. Preferisce quelle forti e disincantate di operai forestieri, che emigrano al sud per lavorare nelle vasche, non hanno legami con la terra che li ospita e dunque non creano problemi. Alle donne non è rimasto che unirsi ai bambini. Insieme passano ore e ore dentro l’acqua stagnante, senza guanti o gambali di protezione, cercando larve da rivendere agli allevatori. Il guadagno è pressoché irrilevante. In compenso, senza rendersene conto, contribuiscono ad aggravare l’impatto ambientale. Per ogni larva di gambero raccolta, infatti, centinaia di altre, appartenenti a creature dell’acqua meno appetibili dei gamberi ma necessarie alla biodiversità, vengono abbandonate sulla riva.
Secondo Nijera Kori, una ong locale impegnata nella difesa dei contadini senza terra, l’aumento della violenza contro le donne è una delle tante conseguenze della politica agricola che ha trasformato il sud del Paese in un gigantesco allevamento di gamberi. Dalle altre regioni arrivano sciami di lavoratori stagionali, senza nessun legame col territorio, senza mogli, senza un tetto. I responsabili della maggior parte delle violenze sarebbero tra loro. Prima che cominciasse l’allevamento industriale del gambero la zona costiera del Bangladesh non era certo ricca ma possedeva un suo equilibrio. Riporto la testimonianza che ho raccolto durante un sopralluogo da Luigi Paggi, un missionario italiano che vive nella Coastal zone da molti anni: «L’acquicoltura veniva praticata anche prima ma non nella forma fagocitante tipica della monocoltura. Si allevavano i gamberi ma anche altri tipi di crostacei e pesci. Si coltivava il riso, si coltivavano le verdure. Le donne allevavano animali da cortile. Anche chi non possedeva un campo poteva coltivare le terre libere che appartenevano al governo, le khas e, in certi periodi dell’anno, tutti avevano il diritto di prendere ciò che cadeva dagli alberi. Si trattava di un tipo di solidarietà diffusa e condivisa. In inverno, venivano chiusi i canali che entravano nella terra ferma. Con le piogge, verso maggio o giugno, si tornava a liberarli.
Il terreno era protetto dal sale per quasi tutto il tempo. Nessuno era ricco, ma nessuno moriva di fame. A lavorare e ad abitare queste terre erano quelli che ci erano nati. Adesso, invece, vengono da fuori gli operai che innalzano gli argini per trattenere l’acqua salata e i guardiani che impediscono l’accesso alle khas. I nativi non hanno più lavoro. Il sale poi si è infilato dappertutto. Per chi vive qui è difficile trovare anche l’acqua per bere. Sono stati creati nuovi posti di lavoro, come sottolineano i sostenitori delle shrimp farm, ma molti di più ne sono stati eliminati. Gli abitanti dei villaggi hanno visto sfumare il loro diritto a usufruire delle risorse ambientali pubbliche. Oggi devono acquistare pesce, riso, verdura. Non ci sono più pascoli, quindi non ci sono più animali e non c’è più sterco. Per riscaldarsi o cucinare bisogna procurarsi la legna. Dunque: spese aggiuntive e un’ulteriore minaccia per il Sunderbans. Nella foresta la vegetazione sta morendo, prosciugata dal sale, e i pesci d’acqua dolce sono praticamente spariti. Gli uccelli fanno fatica a trovare le bacche, i frutti e gli insetti di cui si nutrivano. Le rane e le lontre sono state uccise perché mangiavano i gamberi e le loro larve». Ho incontrato Paggi in una zona al confine con l’India chiamata Burigaolini che vuol dire la vecchia venditrice di latte. Un nome come questo non viene dato a caso. «Nel passato, in questa località, pascolavano tanti bovini», mi ha confermato il mio interlocutore. «A Burigaolini cresceva anche il riso. La sua paglia era il principale foraggio per le mandrie. Il limo che restava sul terreno dopo le piene rendeva i campi fertilissimi». Adesso, per chilometri e chilometri, si vedono solo ghers, le vasche dei gamberi: stagni grigi che incanalano e trattengono l’acqua. Le mucche sono un ricordo dei vecchi. Per molti anni in Bangladesh non c’è stata alcuna consapevolezza del problema.

 

Sollevavano la questione solo pochi giornalisti coraggiosi (come Manik Chandra Saha, capo redattore del Daily New Age a Khulna e corrispondente della Bbc, ucciso nel 2004 dopo avere ricevuto minacce proprio per le sue inchieste sull’allevamento industriale del gambero ) e ong locali come la Coastal Development Partnership o la già citata Nijera Kori. Adesso l’acquicoltura comincia a essere messa in discussione anche dal potere politico, ma più in conseguenza della crisi economica (le esportazioni di gamberi all’estero sono drasticamente calate negli ultimi due anni) che per effetto della lezione di Sidr. Alcuni comuni hanno previsto incentivi per i proprietari terrieri che avessero scelto di convertire ad altre produzioni lo spazio occupato dalle vasche ma il livelo di salinità raggiunto non permette in realtà altre opzioni. Ashraf-Ul-Alam Tutu, coordinatore di Coastal Development Partnership, uno dei pionieri nella denuncia degli scempi ambientali e sociali prodotti dall’allevamento industriale del gambero, ritiene che allo stato attuale delle cose non si possa pensare di cancellare questo tipo di produzione, ma bisogna operare in modo da renderla ecologicamente sostenibile. E non si tratta di una sfida da poco.
Conclusioni Le vittime del gambero forse non possono essere considerate in senso stretto vittime del clima, ma dell’ambiente o, meglio ancora, della politica ambientale certamente sì. E, tra esse, chi ha lasciato la propria casa per trasferirsi in occidente o in India o a Dhaka o magari soltanto a pochi chilometri di distanza è sicuramente un eco-profugo, anche se alla decisione di muoversi non è arrivato dopo un evento catastrofico specifico, come un ciclone o un’alluvione, ma per l’impossibilità di provvedere a se stesso e/o alla sua famiglia. Se andassimo a considerare gli altri fattori antropici a cui ho accennato in precedenza (a partire dalla distruzione delle foreste) le conclusione sarebbero con ogni probabilità simili.
Tali fattori, intrecciandosi agli effetti del global warming, fanno del Bangladesh un paese ad altissimo rischio ambientale e hanno dei pesantissimi risvolti economici. In un contesto come questo, la distinzione tra eco-profughi e migranti economici si mostra nella sua totale impraticabilità. Ma altrove – nel delta del Niger o nelle regioni del Sahel, per esempio – è davvero più facile distinguere? In tutta franchezza ritengo di no. La fragilità economica di una regione è sempre intrecciata con la fragilità ambientale e con politiche di sfruttamento del territorio più o meno disinvolte. Ciò a mio avviso non deve indurre a una frettolosa equiparazione tra migranti economici ed eco-profughi, che molti governi tra l’altro userebbero come alibi per disinteressarsi alla questione. Al contrario, dovrebbe portare a un ripensamento totale della categoria del migrante, a riconoscere l’universalità di questa figura (oggi più che mai siamo tutti migranti, in atto o in potenza), il suo diritto a essere tutelata (14). Tutto questo può sembrare utopico ma, in presenza di un problema serissimo e in assenza di soluzioni convincenti, si impone un cambiamento radicale di punti di vista.
 


 

  1. Environmental refugee è l’espressione più generale. A seconda delle circostanze la lingua inglese dispone di espressioni più specifiche (environmental victim, climate change induced migrant, ecological refugee…). Per quanto riguarda l’italiano trovo molto calzante il termine eco-profugo, dove eco deriva dal greco oikos, che indica la casa ma anche l’ambiente in cui si vive e il complesso di relazioni che lo caratterizza, mentre profugo deriva dal latino fugere che vuol dire sia fuggire sia trovare rifugio
  2. Cfr. Diane C. Bates, Environmental Refugees? Classifying Human Migrations Caused by Environmental Change, pubblicato in Population and Environment, Vol. 23, No. 5, May 2002.
  3. Cfr. Olivia Dun e François Gemenne, Defining Environmental Migration, pubblicato in Forced Migration Review, October 2008.
  4. Quel che è certo è che l’impatto ci sarà e riguarderà tutti. Anders Levermann, docente di Dinamica del Clima al Physics Institute dell’Università di Potsdam, paragona le conseguenze del global warming a un muro nascosto nella nebbia. “Non lo vediamo ma c’è, e stiamo andando dritti contro di lui, alla più alta velocità possibile”. E ci faremo molto male quando lo incontreremo (cfr. http://ipsnews.net/newsTVE.asp?idnews=54210).
  5. Il 13% da qui al 2080, http://www.ids.ac.uk/climatechange/orchid.
  6. Il Bangladesh è diviso in 64 distretti.
  7. Cfr. www.shipbreakingbd.info/Environment.html
  8. Nel 1927 il 20 per cento della superficie dell’allora Bengala orientale era coperto da foreste, oggi non si arriva al 6 per cento.
  9. La popolazione di Dhaka, Chittagong, Khulna e delle principali città del Bangladesh è cresciuta in termini esponenziali in pochi anni, per effetto delle migrazioni dai villaggi rurali. Tutti gli spazi disponibili, indipendentemente dalla loro idoneità, sono stati occupati da slum e da edifici, in molti casi costruiti in spregio alle norma di sicurezza: in una situazione come questa non si contano i crolli, gli incendi e quando, durante la stagione delle piogge, i corsi d’acqua esondano migliaia di persone rimangono senza casa. Per farsi un’idea, www.bbc.co.uk/news/10238855.
  10. Il Sunderbans, con i suoi oltre quattromila chilometri quadrati di estensione, è la foresta di mangrovie più grande del mondo e un concentrato straordinario di biodiversità. Due volte al giorno essa viene completamente ricoperta dalle maree. I sundari tree, che sono le piante più comuni e anche quelle che danno il nome a quest’area, crescono nell’acqua e circondano la moltitudine di isole fluviali che il Gange e il Brahmaputra hanno formato nel tempo trasportando i detriti fino al loro immenso delta. Questi alberi anfibi, che affondano le radici nel letto del fiume e si allungano verso il cielo (raggiungendo anche i venticinque metri di altezza) si addentrano lungo i canali, cedendo poi il passo agli arbusti intricati della foresta pluviale di pianura. L’Unesco ha dichiarato questa foresta patrimonio dell’umanità.
  11. Per approfondire il tema della distruzione delle foreste e della loro sostituzione con piantagioni The Last forests of Bangladesh (1998) e Stolen Forests (2006), entrambi scritti da Philip Gain e pubblicati da SEHD.
  12. Cfr. Sidr- What have we Learnt? di Md Nadiruzzaman pubblicato sul numero 78 della rivista Tiempo.
  13. Il dato più recente a mia disposizione è 42 mila tonnellate esportate nel 2008 per un giro d’affari di 534milioni di dollari. La crisi mondiale ha provocato una flessione nelle esportazioni.
  14. Questa visione si ritrova in un documento noto come Carta Internazionale dei Diritti dei Migranti. Si tratta di un documento unico nel suo genere, costruito dal basso nel corso di più di cinque anni di lavoro, grazie agli interventi di oltre cinquemila persone provenienti da tutto il mondo. Per saperne di più: www.wcm-cmm.org

 

 

 

* Questo articolo è pubblicato negli atti del Decimo Seminario Internazionale di Geografia Medica, che si è tenuto a Roma dal 16 al 18 dicembre 2010, a cura di Giovanni De Santis, Università degli Studi di Perugia.

 

 

 

*Articolo pubblicato su corrieredellemigrazioni.it, 28 novembre 2014 

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