Negli Usa di Trump gli sfollati climatici sono già realtà 8 gennaio, 2017 | Redazione A Sud

161156491-06a0510e-f74f-4522-ae76-242cbdea487f[di Valerio Gualerzi su repubblica.it] Il nuovo presidente nega il riscaldamento globale, ma in Louisiana sono già iniziati i lavori per traslocare un villaggio di nativi americani che rischia di essere sommerso dall’innalzamento del mare.

 

SEMBRA lo spunto perfetto per la trama di un film horror: le anime dei nativi americani tornano sulla terra per vendicarsi del presidente che non ha agito contro i cambiamenti climatici, lasciando che il cimitero dove risposavano finisse sommerso dall’innalzamento del livello del mare. Zombie a parte, è invece una storia vera, esempio illuminante di uno dei tanti paradossi che stanno vivendo gli Stati Uniti dopo l’elezione di Donald Trump.

 

Malgrado la mole enorme di prove scientifiche, il futuro inquilino della Casa Bianca è infatti l’unico capo di Stato al mondo a negare la gravità del riscaldamento globale. Eppure gli Usa sono anche una delle poche nazioni del Pianeta ad aver già riconosciuto lo status di rifugiati climatici ad una fetta della sua popolazione. Grazie ad uno stanziamento di 52 milioni di dollari da parte del Dipartimento della Casa e dello Sviluppo Urbano di Washington, tutti gli abitanti di Isle de Jean Charles, un dedalo di isolotti sulla costa meridionale della Louisiana, saranno trasferiti in una località vicina posta sulla terraferma, al riparo dall’innalzamento del livello dal mare e dalla forza degli uragani che negli ultimi anni hanno investito puntualmente le loro case provocando danni enormi.

 

Secondo gli scienziati, la zona diventerà inabitabile nel giro di appena dieci anni non solo per colpa dei cambiamenti climatici, ma anche per la crescente subsidenza provocata dalle estrazioni di gas e petrolio nel Golfo del Messico. I circa 400 discendenti della tribù Biloxi-Chitimacha-Choctaw sono pronti al trasloco, ma non senza qualche rimpianto. “L’uomo bianco ci ha spinto alla fine della terra, ora madre natura ci vuole rispingere indietro”, ha commentato con amarezza il capo tribù Albert Naquin. “La cosa che mi rende davvero triste riguarda il cimitero: mio nonno è stato l’ultimo ad essere stato sepolto lì e non potrò portarlo con me”, ha raccontato a Sky News Chris Brunett.

 

Se trasferire le case è costoso e complicato, spostare le tombe non è proprio possibile. Per quanto possa sembrare un dettaglio, si tratta in realtà di un aspetto importante, al centro di una riflessione molto seria tra i ricercatori e le istituzioni che si occupano delle politiche di adattamento. La futura questione dei rifugiati climatici non coinvolge infatti solo aspetti logistici. Garantire un luogo dove vivere a chi è minacciato dal riscaldamento globale, a iniziare dagli abitanti delle isole del Pacifico, è ovviamente la priorità, ma ad essere messe in salvo devono essere anche le loro tradizioni e la loro identità culturale e di comunità, di cui i cimiteri sono appunto un elemento fondamentale. Non a caso le tante televisioni che si sono spinte fino a questo estremo lembo di Stati Uniti per raccontare la storia di Isle de Jean Charles hanno raccolto molte testimonianze di persone che fanno resistenza e non vogliono andarsene.

 

Il capo tribù Naquin sta facendo il possibile per convincerle che un trasloco di massa, anziché una fuga individuale quando la situazione sarà diventata ingestibile, è la scelta migliore, soprattutto se i Biloxi-Chitimacha-Choctaw vogliono continuare ad esistere in quanto comunità. “Ci consideriamo fortunati perché possiamo rimanere insieme, sappiamo che nessuno vorrebbe andare via, ma si tratta di poter rimanere insieme”. Il vero rischio è che l’amministrazione Trump, infarcita di ministri e alti funzionari che negano l’esistenza del riscaldamento globale, potrebbe ora decidere di tagliare il finanziamento statale per il nuovo dislocamento di Isle de Jean Charles, come promesso di fare in campagna elettorale con tutti i fondi destinati alle politiche climatiche. A meno che lo spirito di qualche vecchio capo indiano non vada a trovare il futuro presidente nel sonno.

 

(Pubblicato il 14/12/2016)

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