Libero scambio, ma al ribasso 5 marzo, 2010 | Redazione A Sud

[Giuseppe De Marzo A Sud su Carta.org] L’Unione europea ha concluso trattati di libero scambio bilaterali con Perù e Colombia. Pochissima attenzione ai diritti umani e sociali. La negoziazione degli «accordi di associazione» era partita già nel settembre del 2007 tra la Ue e la Can – Comunità andina di nazioni, che include non solo i paesi in questione ma la Bolivia e l’Ecuador. Il percorso strutturato su tre pilastri: cooperazione, dialogo politico e aperture commerciali. Sin da subito l’Ue ha fatto capire, dietro la pressione delle grandi corporations europee interessate ai mercati ed alle risorse della regione andina, come ci fosse poco spazio su temi come cooperazione e dialogo politico. Il cuore degli accordi di associazione altro non erano che accordi di libero scambio. 
 
Le negoziazioni hanno da subito vissuto un percorso molto più travagliato del previsto grazie all’indisponibilità da parte boliviana ed ecuadoriana a sottoporsi ad accordi capestro, privi di un reale beneficio per le loro popolazioni, seppur edulcorati da parole come «cooperazione» o «dialogo politico». Il governo boliviano di Evo Morales ha lasciato già nel giugno 2008 i tavoli dei negoziati, denunciando l’inutilità di accordi così concepiti per il suo popolo e l’impossibilità a firmare accordi che si traducano in violazione dei diritti sociali ed ambientali.
Altrettanto ha fatto il governo ecuadoriano di Raffael Correa nel maggio 2009, richiamando l’Ue alle sue responsabilità e stigmatizzando i tentativi in corso di dividere la comunità andina per procedere ad accordi bilaterali, sicuramente più vantaggiosi per gli interessi delle corporations europee. 
Ma nonostante le proteste ufficiali dei due governi latinoamericani a procedere in forme bilaterale da parte dell’Ue, la Commissione Europea ha appena chiuso, come dicevamo, accordi di libero scambio con Perù e Colombia che saranno annunciati il prossimo maggio a Madrid durante la riunione dei capi di Stato e di Governo dell’America Latina e Caribe con quelli dell’Ue. I Tlc – trattati di libero commercio, tra Ue e Perù e Colombia, sosterrano l’esportazione ed il commercio bilaterale nelle forme conosciute e studiate abbondantemente in questi anni.
Esportazioni e commercio che lungi da migliorare la situazione dei paesi d’origine, la peggiorano da ogni punto di vista: ambientale, sociale ed economico. Forme di commercio già ampiamente criticate nel corso dell’ultimo decennio ed ormai considerate incapaci di rispondere ai problemi legati alle crisi in corso [ecologica, migratoria, alimentare, energetica, economica, finanziaria, tra le altre]. Un commercio non solo privo di regole che tutelino i diritti umani e dell’ambiente ma ormai senza nessuna logica economica. A chi serve dunque questo tipo di commercio? Non certo a creare lavoro e risolvere i problemi endemici di povertà dei paesi del sud del mondo [in questo caso america latina], visto che dopo venti anni di libero commercio all’interno di queste logiche la disoccupazione, la povertà e la distruzione ambientale sono cresciute ovunque. 
Il coordinatore del gruppo della Sinistra Unita Europea, Helmut Scholz, commentando i Tlc appena chiusi con Perù e Colombia ha dichiarato come la Commissione Europea fosse purtroppo poco interessata ai diritti umani ed all’integrazione regionale della Comunità Andina: «Sono accordi che vanno nella direzione sbagliata. Fare accordi commerciali separati con due paesi, escludendo l’Ecuador e la Bolivia, semplicemente per il fatto che questi paesi abbiano chiesto alla UE di adattare le negoziazioni alle proprie Costituzioni, attenta gravemente all’integrazione della regione andina. Invece, aver voluto concludere così velocemente con i governi che commettono le peggiori violazioni dei diritti umani in tutta la regione, in particolar modo con la Colombia, dimostra come le priorità della Commissione europea non fossero le libertà civili e la democrazia«.
Le due nuove Costituzioni di Ecuador e Bolivia prevedono infatti che il commercio internazionale e gli accordi di integrazione si debbano fondare sul rispetto dei diritti umani e dei diritti della natura, visti come vera ricchezza da conservare e valorizzare. La società civile ed i movimenti europei e latinoamericani contestano proprio su queste basi gli accordi di libero scambio. Basti pensare che il 60 per cento dei sindacalisti uccisi nel mondo sono colombiani per capire come premiare un governo come quello di Uribe in Colombia corrisponda a legittimare le violenze compiute da un governo considerato da tutto il mondo para-fascista. Ed è esattamente quello che ha fatto la Ue, visto che nessun dialogo da parte della Commissione Europea è stato mai avviato su questi temi con il governo colombiano, nè tantomeno sulle violazioni commesse contro le comunità indigene da parte di quello peruviano. Come se questi morti non ci fossero mai stati. 
La Commissione davanti ai crimini contro l’umanità di cui si macchia il governo Uribe ha deciso dunque di girare la testa dall’altro lato, ignorando le atrocità commesse e tutte quelle che continuano ad accadare.
Ancora una volta emerge come la prospettiva e le scelte compiute dalla Commissione europea vadano in direzione opposta agli impegni assunti in termini di diritti umani, diritti sociali, conservazione e difesa dell’ambiente. Nonostante le belle parole, i bei convegni ed i visi contriti, la vera unità europea continua a fondarsi sul profitto. Se così non fosse, allora vorrebbe dire che la Ue non esiste più ed a fare le politiche commerciali ed energetiche siano in realtà gli uffici legali e commerciali delle multinazionali europee, quelle si sempre unite.
 
da: Carta.org
 

Tags:



Back to Top ↑