L’ambiente è il nuovo campo della difesa dei diritti umani 16 maggio, 2017 | Redazione A Sud

[di Chiara Soletti e Giovanna Borrelli per La Stampa] L’ambiente è uno degli elementi necessari al pieno godimento dei diritti umani: il suo degrado può compromettere l’esercizio delle libertà fondamentali fino a minacciare, nei casi più gravi, la sopravvivenza di intere popolazioni. È in questo scenario che la battaglia in difesa dei diritti umanisi intreccia con quella della protezione ambientale, in un approccio che non lascia spazio di separazione tra due ambiti così fortemente interdipendenti.

 

Secondo l’organizzazione internazionale Global Witness l’ambiente è diventato il nuovo campo di battaglia dei diritti umani. Nel suo rapporto “ On Dangerous Ground” emerge come il 2015 è stato un anno nefasto per gli attivisti ambientali, con più di tre persone uccise ogni settimana. In particolare tra il 2014 e il 2015 è stato registrato un aumento di questi crimini del 60%, con 185 uccisioni in 16 Paesi diversi. Nel 2016 la situazione non è migliorata. L’associazione Front Line Defenders, nel suo rapportoannuale, ha denunciato l’omicidio di almeno 282 difensori dei diritti umani in ambito ambientale. È significativo che in entrambi i documenti emerga come la difesa dei popoli indigeni sia un ambito particolarmente rischioso. La percentuale delle vittime che difendeva i diritti di queste popolazioni o che ne faceva direttamente parte è altissima, confermando il triste primato dell’America Latina come il luogo più pericoloso per gli attivisti ambientali.

 

“Tutti i giorni il mio popolo muore e soffre la distruzione delle sorgenti di acqua e della foresta.“ – è la testimonianza di Ladio Veron, leader del popolo dei Guarani Kaiowa, che lotta per la riconquista delle terre ancestrali degli indigeni dello Stato del Mato Grosso do Sul. – “In Brasile troppo forti sono gli interessi dell’agribusiness, dei grandi coltivatori di canna da zucchero, eucalipto, soia e dei grandi allevatori di bestiame”. Nel suo recente viaggio in Europa, Veron ha denunciato la continua violenza subita dalle popolazioni indigene in Sud America. Con 51 mila persone, i Guarani-Kaiowá sono la seconda maggior popolazione indigena del Brasile. In passato la tribù occupava un territorio di foreste e pianure grande come l’Italia, oggi ridotto a poche riserve che rappresentano lo 0.2% dei territori tradizionali. Per ribellarsi a questa situazione e riprendersi le terre che anche la Costituzione Federale del 1988 riconosce agli indigeni, i Guarani tentano periodicamente “riprese” (“retomada(s)”) dei territori sfruttati dalle multinazionali. Gli imprenditori, in risposta, hanno reagito violentemente assoldato gruppi paramilitari e milizie armate a difesa dei confini.

 

Quello dei Guaranì Kaiowa purtroppo non rappresenta un caso isolato. Nonostante la comunità internazionale abbia riconosciuto i diritti di queste popolazioni e abbia richiamato al loro rispetto nella Dichiarazione delle Nazioni Unite dei diritti dei popoli indigeni, la pratica è ben lontana dalla teoria. Le popolazioni indigene sono vittime degli interessi utilitaristici radicati nel modello occidentale di sviluppo, un sistema che perpetua valori e azioni all’origine dello sfruttamento ambientale e della violazione dei diritti umani. La tensione sociale tra queste popolazioni e i governi che non sembrano fare nulla di concreto per garantire i loro diritti è altissima e la proteste di questi giorni a Brasilia contro il presidente Michel Temer ne sono un esempio. Per superare questa impasse è necessaria la creazione di un nuovo modello di sviluppo che miri alla coesistenza tra uomo e ambiente, sostituendone la visione utilitaristica con quella morale della giustizia climatica. L’azione degli attivisti in questa direzione è fondamentale, ma non tutelata. Rivendicare il “diritto” a un ambiente sano, protetto e accessibile alle popolazioni autoctone è un atto rivoluzionario, soprattutto se, come in questo caso, viene fatto a rischio della propria vita. È sempre più urgente che la comunità internazionale metta in atto gli impegni presi con l’Accordo di Parigi nel 2015, e che nel farlo non eluda il legame tra i diritti umani legati e la protezione ambientale.

 

(Pubblicato il 15 maggio 2017)

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