La Primavera dei movimenti sociali 14 aprile, 2014 | Redazione A Sud

fiom-25-620x350[di F. Ferrari su coreonline.it] Crisi economica e ambientale, disoccupazione e decadenza democratica. L’attualità delle interconnessioni tra lotte territoriali e agenda europea. 

 

 

Dopo il meeting tenutosi lo scorso fine settimana a Napoli, passando per la manifestazione contro il Jobs Act e la prossima tornata per le elezioni europee, i movimenti tornano ad affermare l’opposizione alle misure di austerity imposte dalla troika ed implementate dai governi nazionali.

 

Intervista a Salvatore Altiero, attivista di A Sud e del Csoa La Strada.

 

Core      Il meeting di Napoli Noi Pigs Contro Troika è servito per rilanciare le mobilitazioni nazionali dei movimenti sociali, dall’appuntamento del12 aprile, passando per la tornata elettorale europea, fino all’11 luglio a Torino in occasione del vertice europeo sulla disoccupazione giovanile. Qual è la connessione individuata tra le lotte territoriali – tra cui recentemente quella incardinata sulla campagna #Stopbiocidio – e l’agenda europea? Quali sono le leve per incidere su di essa?

 

Salvatore Altiero       Era inevitabile che da un meeting di movimento a Napoli saremmo tornati con una forte spinta a mettere al centro dell’agenda di movimento le lotte ambientali; su queste va compiuto uno sforzo di elaborazione politica: non è più possibile ritenere che lo sfruttamento dissennato delle risorse naturali sia questione di puro ambientalismo. La categoria del Biocidio, in Campania, ha posto l’accento su un primo nesso fondamentale tra la devastazione dei territori e la salute delle popolazioni che li abitano. Lo sforzo di elaborazione compiuto in occasione del meeting di Napoli riguarda il disegnare e mettere in connessione la geografia dei conflitti ambientali che unisce il paese: dal no alle grandi navi nel porto di Venezia, alle cementificazioni inutili per l’Expo di Milano, dal Biocidio campano a quello abruzzese.

 

Le lotte ambientali pongono in luce, anzitutto, la pluralità di una crisi sulla quale diventa oltremodo necessario ragionare in termini economici, sociali, ambientali e democratici. La lettura solo economica del reale è limitante, le crisi vanno poste in connessione. L’aspetto interessante della mobilitazione campana contro il Biocidio è, certamente, il lavoro di lettura ed elaborazione politica sulle lotte ambientali, che ha portato movimenti sociali a stretto contatto con il mondo del comitatismo e ha creato molteplici percorsi di mobilitazione. Oggi siamo alla vigilia della prima manifestazione nazionale contro il governo Renzi, per la quale è prevista un’affluenza di 10.000 persone, mentre lo scorso 29 marzo la protesta contro il progetto di nuova discarica ha portato in piazza a Chiaiano circa 5000 persone, segnale che attesta un evidente disagio della comunità.

 

Il prossimo 16 maggio da Napoli verrà rilanciata una giornata di mobilitazione nazionale contro il Biocidio e le devastazioni territoriali. Credo che nel movimento siano poche le intelligenze che comprendono il valore politico e l’importanza delle lotte ambientali. A tal proposito, cito solo il caso più recente: nella località di Bussi 700.000 persone sono state avvelenate da mercurio nell’acqua. Bisogna stare nelle lotte reali: l’anticapitalismo significa anche questo. In Europa sono 250.000 i siti da bonificare. La giornata del 16 maggio, a sei mesi dalla manifestazione del 16 novembre, che ha visto a Napoli 150.000 persone contro il biocidio, s’ inserisce nella 10 giorni di mobilitazione europea contro le politiche di austerity e la troika. Un appello che non mette al centro la parola d’ordine dell’antieuropeismo sterile e destrofilo ma che, al contrario, punta sulla trasposizione europea delle lotte sociali e su un disegno di Europa dei popoli fondata sulla democrazia reale e sui diritti, che sappia andare oltre i suoi confini.

 

Core      La manifestazione di sabato 12 aprile porta a Roma i movimenti sui temi del diritto alla casa, con un no al Piano Casa e, in special modo, al decreto Lupi e al Job Act. C’è una diretta connessione tra questi provvedimenti del governo e le politiche di austerity che l’Unione Europea sta progressivamente imponendo all’Italia? Il nostro paese rischia di diventare, sotto la spada di Damocle del debito, un nuovo laboratorio di politiche economiche soffocanti etero imposte com’è, di fatto, oggi la Grecia?

 

Salvatore Altiero       Ti rispondo con un esempio: il decreto Salva Roma è l’ultimo tentativo  del Governo volto ad utilizzare il ricatto del debito per spianare la strada alle privatizzazioni e alla messa in vendita del patrimonio pubblico. Si tratta di un piano triennale di rigore, in cui riduzione del disavanzo e riequilibrio del bilancio costituiranno la morsa entro la quale schiacciare i diritti dei cittadini, in un contesto dove si rende invece necessaria una gestione efficiente, pubblica e partecipata dei servizi e un utilizzo sociale del patrimonio immobiliare oggi obiettivo di una costante dismissione al fine di fare cassa.

 

Il decreto prevede l’estensione del patto di stabilità alle società controllate per l’acquisto di beni e servizi e per le assunzioni del personale, per l’abbattimento dei costi dei servizi pubblici locali, licenziamenti del personale delle partecipate in perdita, l’adozione di non meglio precisati “modelli innovativi” nella gestione dei servizi di trasporto pubblico, la pulizia delle strade e raccolta rifiuti con possibilità di ricorrere alla totale privatizzazione. Inoltre si rende possibile il riequilibrio finanziario del Comune attraverso la dismissione del patrimonio immobiliare.

 

Una tenaglia che impedisce di derogare alla linea del rigore imposta dal Governo, sotto sorveglianza del Ministero dell’Economia, della Presidenza del Consiglio e del Ministero dell’Interno, una rivisitazione nostrana della Troika che ha messo in ginocchio la Grecia.

 

Core     Come vedi l’antieuropeismo di certe componenti del movimento? E’ possibile riformare la struttura, oggi esistente, dell’Unione in direzione di un’armonizzazione e di una maggiore attenzione al welfare?

 

Salvatore Altiero     Bisognerebbe ripartire dalle origini antifasciste e antimperialiste dell’europeismo e considerare l’Europa come campo d’azione esteso delle lotte sociali che ciascuno agisce nel proprio paese, considerare l’Europa dei popoli come trampolino di lancio verso un oltre di respiro globale.

 

Immaginavamo l’Unione Europea come la culla di un nuovo occidente, fulcro di politiche di cooperazione globale volte alla cancellazione degli squilibri socio-economici planetari in direzione di un nuovo modello di sviluppo. Al contrario, a partire dallo scoppio della crisi del 2008, invece che al necessario progresso del funzionamento delle istituzioni democratiche e della loro apertura a processi di partecipazione diretta, abbiamo assistito ad una loro involuzione destituente attraverso la verticalizzazione espressa dai governi di grosse koalition, puntualmente in accordo con i diktat della “troika”.

 

La Grecia, paese culla della civiltà, della cultura e della democrazia occidentale, è stata messa in ginocchio e umiliata, venduta a pezzi in nome dello spread. Un caso che ha assunto valore simbolico dello smottamento dell’asse decisionale di parlamenti democratico-rappresentativi mal funzionanti di fronte all’autoritarismo economico-finanziario sovranazionale.

 

Tuttavia la Grecia è anche il luogo più interessante di sperimentazione conflittuale dell’alternativa: un necessario cambiamento di rotta accolto in termini rivendicativi e radicali dalle piazze.

 

Non è un caso, allora, che proprio in questo paese anche la sinistra partitica sia stata in grado di trovare una risposta o, quantomeno, di abbozzare una strada, almeno in termini di ragionamento, affermando con nettezza una scelta che interroga tutta la sinistra europea rispetto alla rotta che è necessario intraprendere nel tentativo di porre fine ad una crisi sociale, non economica, sempre più generalizzata, dove il vero problema è la ridistribuzione di una ricchezza esistente ma male allocata e, soprattutto, ottenuta attraverso forme di sfruttamento, non più sostenibile, dell’uomo e della natura.

 

La verità dimostrata dal caso ellenico è che le misure d’austerità non funzionano. La popolazione sconta il proprio dramma sociale senza che la crisi sia stata risolta e ciò è servito a salvare solo il sistema bancario e finanziario europeo.

 

La seconda verità, che la Grecia riporta nel dibattito politico, riguarda la necessità e la possibilità di un’opzione terza che sappia affermarsi come risposta all’Europa dei mercati e ad un revanscismo antieuropeista, nazionalista e destrofilo, che prende le mosse da una rabbia sociale giustificata ma non politicamente elaborata in idea alternativa propositiva.

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