La cura dell’ambiente è un compito di tutti 7 giugno, 2017 | Redazione A Sud

 

[di Diego Colombo su L'Eco di Bergamo] «Quando avranno inquinato l’ultimo fiume, abbattuto l’ultimo albero, preso l’ultimo bisonte, pescato l’ultimo pesce, solo allora si accorgeranno di non poter mangiare il denaro accumulato nelle loro banche». La frase, attribuita al capo indiano Toro Seduto, è il miglior commento all’infausta dichiarazione del presidente Donald Trump, che ha annunciato l’uscita degli Stati Uniti dall’accordo di Parigi sui cambiamenti climatici. Il riscaldamento globale è un fatto, non è un’opinione, soggetta agli umori del politico di turno.

 

Non significa, banalmente, che può esserci un clima più caldo e piovere meno. Anzi, può succedere, in determinati luoghi e periodi, l’esatto contrario: qua e là, di tanto in tanto, c’è più fresco, un po’ come il brivido che si avverte durante la febbre. Nel mondo scientifico impera un generale consenso circa il ruolo che l’aumento di anidride carbonica, prodotta dalle emissioni dei combustibili fossili, riveste nei cambiamenti climatici in atto. Il noto effetto serra.

 

Nell’era preindustriale il dato atmosferico era di 280 parti di CO2 per milione. Nel 1915 è stata superata la barriera tra le 299 e le 300 parti per milione. Oggi, dopo cent’anni, si è andati sopra le 400, un valore destinato a restare per generazioni. L’uomo, con l’uso dei combustibili fossili, immette nell’atmosfera – come CO2 – quanto la natura, in milioni di anni, ha stoccato in colossali giacimenti organici sotterranei, che, nell’arco di pochi decenni stiamo, letteralmente, polverizzando. Nel mondo il 2016 è stato l’anno più caldo di sempre. In Italia la temperatura è aumentata di 1,5 gradi in un secolo. Se cresce il caldo, nell’aria c’è una maggior quantità di energia disponibile, quindi più carburante per i fenomeni atmosferici, che si nutrono di calore. Per questo motivo, i temporali sono più violenti, le piogge più intense, i fulmini più frequenti, le grandinate più numerose e devastanti. Non solo: aumentano e crescono d’intensità le trombe d’aria, tant’è vero che, sempre più spesso, anche in Italia, si registrano veri e propri tornado. Senza scomodare gli scienziati, basterebbe parlare con gli agricoltori bergamaschi: ci ricordano che, in particolare dal 2003 in poi, non c’è più la regolare alternanza di piogge e di periodi asciutti; ci sono 50-60 giorni di siccità, poi arrivano 100-150 millimetri di acqua tutti insieme. Il clima del pianeta ha subito e sta subendo, in modo sempre più evidente e rapido, un cambiamento, che non trova giustificazioni in cause naturali. Nonostante questo, c’è ancora chi dubita che l’origine del riscaldamento globale siano le emissioni prodotte dall’uomo. Bene. Poiché non possiamo accendere e spegnere il sole e i vulcani, possiamo ridurre i gas serra, pensando alle future generazioni.

 

Quest’anno la Giornata mondiale dell’ambiente, che, istituita dall’Onu nel 1972, ricorreva ieri – nell’imminenza, tra l’altro, del G7 dell’Ambiente, a Bologna dal 10 al 12 giugno – è stata un’occasione importante per richiamare, ancora una volta, l’attenzione dell’opinione pubblica su emergenze come il surriscaldamento, l’inquinamento e l’esaurimento delle risorse. Il tema di quest’anno era «Riconnettersi con la natura». Ricordiamo, per esempio, come tre quarti della superficie terrestre siano stati irrimediabilmente modificati e i materiali artificiali superino di centomila volte il peso degli esseri umani. E anche come un bambino statunitense giochi ogni giorno all’aperto solo per mezz’ora e stia, invece, ben sette ore davanti alla tv. Nel 2100, se il tasso di distruzione delle aree naturali procederà con il ritmo attuale, non ci saranno più zone selvagge. Il Wwf avverte che, in poco più di quarant’anni, dal 1970 al 2012, abbiamo perso quasi il 60 per cento della ricchezza delle varietà di fauna.

 

La virata di Trump rende, ancor più di quanto già fosse, una corsa a ostacoli il raggiungimento dell’obiettivo di limitare l’aumento della temperatura globale, a fine secolo, «ben al di sotto dei 2 gradi», come si legge nell’Accordo di Parigi. Conforta come India e Cina stiano rispettando le promesse, come la Russia di Putin, che avrebbe potuto approfittare dell’abbandono di Trump, non l’abbia seguito. Soprattutto, come molti Stati americani, dalla California a New York, abbiano già adottato politiche di contenimento delle emissioni. Papa Francesco – il cui monito di ieri è stato «Non dimentichiamo mai che l’ambiente è un bene collettivo, patrimonio di tutta l’umanità e responsabilità di tutti» – ci ricorda nella «Laudato si’»: «Gli impatti più pesanti probabilmente ricadranno nei prossimi decenni sui Paesi in via di sviluppo. Molti poveri vivono in luoghi particolarmente colpiti da fenomeni connessi al riscaldamento… È tragico l’aumento dei migranti che fuggono la miseria aggravata dal degrado ambientale».

 

Intanto, quali buone pratiche può seguire, nel proprio piccolo ambito, il cittadino comune? Per esempio, moderare il ricorso all’aria condizionata e al riscaldamento, preferire i mezzi pubblici e le biciclette all’automobile, utilizzare l’acqua con parsimonia, scegliere lampadine a basso consumo, rispettare le indicazioni della raccolta differenziata. La «cura della casa comune» è un compito di tutti.

 

(Pubblicato il 6 giugno 2017)

 

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