La battaglia NoTap dagli albori a oggi. Intervista ad Alberto Santoro* 11 aprile, 2017 | Redazione A Sud

* Alberto Santoro è un attivista dell’Associazione Tramontana, una delle prime che si è occupata della questione TAP e che poi è confluita all’interno del Comitato NO TAP.

 

L’attenzione sulla questione Tap, nelle ultime settimane, a causa dell’inizio effettivo dei lavori con l’espianto degli ulivi, si è acuita vertiginosamente. Raccontaci quali sono stati i primi passi di questa lotta che dura ormai da 7 anni.

 

Abbiamo conosciuto il progetto tramite un consigliere comunale e abbiamo iniziato a studiarlo nel 2011. A tal proposito abbiamo presentato delle osservazioni perché ci sembrava che il progetto fosse notevolmente impattante e abbiamo utilizzato anche la campagna elettorale di Melendugno per proporre ai candidati sindaci di prendere posizione sul progetto. Prima delle elezioni del 2012 abbiamo proposto una Delibera Comunale che è stata votata all’unanimità in cui il Comune si dichiarava contrario all’opera. L’impostazione che abbiamo voluto dare alla battaglia è quella di una battaglia popolare che coinvolgesse la maggior parte dei cittadini e delle istituzioni. E così è stato. La battaglia è stata abbracciata da tutti i sindaci della Provincia di Lecce tranne da due comuni commissariati e dal comune di Otranto. In tutte le sedi abbiamo palesato la nostra opposizione all’opera che è veramente impattante per un territorio che vive di turismo. L’opera è incompatibile con la vocazione di questo territorio: è uno dei tratti di costa più belli di Italia. Il progetto dovrebbe approdare a San Foca e attraversare 55 km fino ad arrivare a Mesagne, per ricollegarsi alla rete nazionale, in un periodo in cui la richiesta di gas in Europa sta diminuendo.

Attualmente la battaglia si è intensificata. Qui è più intesa per una questione di prossimità ma ormai c’è una mobilitazione che ha una dimensione provinciale e regionale. Tra l’altro anche fuori dalla Regione si stanno attivando dei comitati No Tap: a Torino, a Roma, a Bologna. Sta diventando una battaglia nazionale.

 

Fino ad arrivare ad oggi. Tap ha iniziato i lavori procedendo con l’eradicazione degli ulivi nonostante manchino delle autorizzazioni per il micro tunnel.

 

Per quanto riguarda la realizzazione del tunnel ci sono dei problemi a livello geofisico. Il tubo probabilmente non si potrà realizzare perché il terreno è costituito da sabbia e fango, per cui il tubo potrebbe galleggiare o affondare, e quindi hanno dovuto cambiare il progetto e si renderà necessaria una nuova Valutazione di Impatto Ambientale. Per tale ragione non c’è un’imminenza di lavori. Entro l’8 Aprile vanno presentate le osservazioni. Noi, come comitato, le stiamo presentando in quanto puntiamo a riaprire la Valutazione di Impatto Ambientale perché le differenze con il progetto originale sono importanti.

 

Se non c’è l’emergenza di procedere e se mancano ancora dei passaggi autorizzativi perché hanno iniziato a sradicare gli ulivi?

 

L’inizio dei lavori voleva essere solo un segnale visto l’annuncio della visita del Commissario Europeo per vedere a che punto era l’opera. Tra l’altro gli ulivi da espiantare sono 211. Fino ad ora ne sono stati espiantati 148. Su 16 non hanno ancora l’autorizzazione perché sono monumentali. A tal riguardo si deve ancora esprimere il Comitato sugli ulivi monumentali, di cui fa parte anche il Comune di Melendugno.

Analizzando il conflitto è evidente che c’è una visione differente del territorio da parte dello Stato centrale e delle comunità. E’ palese che le autorità centrale hanno cercato di imporsi sulle istituzioni di prossimità e sulla Regione.

Nonostante l’esito del referendum del 4 Dicembre, sembra chiaro che quando si crea un dissenso tra Regione e Governo, quest’ultimo forzi la mano arrogandosi delle competenze. A livello di procedura, per esempio, sapendo che la Regione Puglia aveva fatto una Valutazione di Impatto Ambientale negativa e che aveva negato l’intesa, l’Autorizzazione Unica è stata rilasciata dalla Presidenza del Consiglio, in barba a tutto quello che si dice sul trovare un accordo con i territori. Così come anche per la questione della prescrizione A 44 della Regione Puglia. Secondo la Regione, tale prescrizione non era stata ottemperata. Nonostante la vigilanza di tale prescrizione, che riguarda l’espianto degli ulivi, spettasse alla regione, il Ministero ha scavalcato le competenze della Regione ed ha autorizzato.

 

C’è quindi un fronte compatto composto da Regione, Comuni e Comitato e cittadini? Sono tutti d’accordo con la dicitura “No Tap né Moi né Mai” oppure siete aperti ad altre possibilità?

 

Il comitato ha avuto sempre una linea del No Tap né ora né mai, che è una linea di sintesi tra le varie anime del comitato. La posizione generale è che ogni grande opera non deve essere imposta ma deve essere discussa con il territorio. Il Comune di Squinzano per esempio ha fatto una delibera di Consiglio Comunale in cui si era dichiarato disponibile a parlare di accogliere la Tap, vincolandola alla questione di decarbonizzazione di Cerano. Cerano è la centrale a carbone più grande d’Europa. Questa è anche la linea di Emiliano che dice appunto che se leghiamo il gas alla decarbonizzazione è una cosa che va bene, perché stando nel PD accetta il fatto che il gasdotto sia strategico.

Noi come comitato invece pensiamo che non sia strategico perché la richiesta del gas in Europa sta diminuendo. Non si sa quanto gas abbia l’ Azerbaigian da inserire in questo tubo; tra l’altro non è vero che ci servirebbe per slegarci dalla Russia, perché all’interno del consorzio c’è anche una società russa. Ovviamente considerare che sia strategico un gasdotto che passa dalla Turchia e da tanti altri stati che hanno una condizione dei diritti umani forse anche peggiore di quella russa è qualcosa che il governo italiano dovrebbe spiegare. Il corridoio Sud non è più sicuro dal punto di vista geopolitico dal corridoio Nord e il gas non è il futuro energetico di questo paese. Non esiste un’emergenza gas al momento ed il gasdotto TAP non è alternativo alla Russia. E tutta una narrazione dell’emergenza che in realtà non esiste.

 

Se non c’è un’emergenza Gas e non è davvero strategico, a cosa serve questo TAP?

 

Sono dei grandi business economici. Parliamo di un’opera che ha un valore stimato di 45 miliardi di euro. Se si pensa che a finanziare quest’opera potrebbero essere in parte la mafia, in parte la banca europea e in parte le bollette dei cittadini. Si capisce quali sono gli interessi: sono interessi finanziari.

 

A tal proposito è uscita poco fa un’inchiesta dell’Espresso in cui veniva ipotizzata una connessione tra mafia ed imprenditoria, cosa pensi a riguardo?

 

Io penso che se l’Espresso ha fatto un’inchiesta del genere non è perché voglia beccarsi delle querele. Si sta ancora lavorando su questo. Non è un mistero che quando si ha a che fare con grandi opere si abbia a che fare con infiltrazioni mafiose. Si è visto con l’Expo. Il contrario sarebbe qualcosa di nuovo. Ovviamente sono delle questioni molto delicate. Tap poi ha sede legale in Svizzera e l’accesso alle informazioni non è un accesso semplice, ma da molti anni stiamo supportando questa linea di approfondimento e a breve ci saranno novità sulla questione dei fondi.

 

Un’ultima domanda. Quale potrebbe essere secondo te una soluzione a questo conflitto? Oltre all’opposizione alla Tap come comitato avete proposto delle soluzioni alternative?

 

Noi siamo partiti dalla contrarietà al Tap per costruire un modello alternativo. Se diciamo No al gas abbiamo anche una visione diversa di strutture energetiche. Ci piacerebbe che ogni comunità si potesse organizzare con una propria rete di produzione e di scambio. Adesso ci sono delle tecnologie che permettono una rete diffusa: ci sono gli accumulatori di energie elettrica che hanno dei prezzi molto competitivi. Ci sono delle realtà come il comune di Melpignano dove con le cooperative di comunità di produzione di energia elettrica si stanno avendo dei buoni risultati. C’è poi il caso del Comune di Specchia, che ha una pala eolica comunale. Ovviamente la visione è che tutte queste grandi opere che sono rigide e accentrate siano più un problema che una risorsa per i cittadini. Il senso di elettrificare i paesi negli anni ‘60 e ‘70 era quella di dare la possibilità tecnica di avere l’energia a casa per il miglioramento delle condizioni di vita. Adesso invece si ha la possibilità di emanciparsi da queste grandi reti ma c’è una volontà di non farlo perché c’è un grande business dietro queste opere. Quindi la nostra battaglia è anche una battaglia di democrazia perché le istanze dei territori vengano riconosciute. Lo Stato deve intervenire quando i cittadini non possono auto-organizzarsi ma ormai nel campo dell’energia c’è la tecnologia affinché le comunità si organizzino per un modello policentrico e non rigido che è fondamentalmente anche più sicuro. Nel momento in cui si interrompe il gasdotto, ci sono problemi per intere nazioni; invece se ci fosse una rete costruita diversamente si riuscirebbe ad assorbire meglio quelli che possono essere i problemi anche geopolitici o di qualsiasi tipo.

 

 

 

 

 

 

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