Kathputli: lo slum indiano che rischia di sparire 10 febbraio, 2017 | Redazione A Sud

[su sottosopraindia.wordpress.com] Cosa c’è di più sgradevole di una baraccopoli? Spesso nei documentari, nei film o nella letteratura questi insediamenti spontanei, identificati come slums, che sorgono spesso nelle periferie, ma a volte in zone anche più centrali della città, sono presentati come luoghi sporchi e miseri, facendoci sviluppare una sorta di disgusto verso queste realtà e i suoi abitanti.

 

In India si stima che più di 65 milioni di persone vivano nelle baraccopoli, slum appunto, e solo a New Delhi sono circa il 30 per cento le famiglie che dimorano in questi spazi quasi “invisibili”. Spesso dietro queste realtà considerate improduttive oltre che imbarazzanti, si celano delle personalità uniche e degli ambienti altamente creativi.

 

Nella vecchia Delhi, non lontano dal centro moderno della città, giace uno di questi numerosi e miseri slum, chiamato Kathputli: dimora dei dimenticati maghi che un tempo resero onore e fama alla grande India.

 

Kathputli rappresenta il più grande ghetto d’artisti dell’India, abitato da saltimbanchi, burattinai, acrobati, cantanti, musicisti e sciamani che condividono questo spazio apparentemente misero, cui arte e magia prendono forma tra le anguste stradine colorate. Come altri slum, anche Kathputli è considerato sgradevole e sporco, e non a torto. La mancanza di servizi igienici, acqua corrente, sistemi fognari, etc. rende la vita degli abitanti, una continua lotta, ma non impedisce loro di praticare la loro amata arte, di saltare su palcoscenici di lusso, ed esibirsi di fronte ad una platea rispettata.

 

Ma Kathputli non rappresenta il sogno di una Delhi moderna, e oggi questo antico slum è nuovamente minacciato di sfratto.

 

Parte di uno schema di sviluppo lanciato dal governo Indiano, The Master Plan of Delhi, il progetto si presta a “ripulire” la capitale dai miseri e sporchi slumKathputli rappresenta il primo di una lunga serie di progetti per lo ‘ri-sviluppo in-situ’ –in-situ redevelopment – un programma lanciato dal governo di Delhi nel 2015 per fornire alloggi ‘decenti’ agli abitanti dei quartieri poveri sfrattati dalle slum.

 

Kathputli, che significa burattinaio nella lingua locale Hindi, non è solo il nome di un povero slum, ma rappresenta l’arte che ha accompagnato, e continua ad accompagnare questi artisti in molti palchi nazionali e internazionali.

 

Mr. Nikka, burattinaio e mangiafuoco, dall’aria un po’ buffa e la codetta ben posta, mi mostra fiero il suo album di famiglia. “Questo sono io, mentre ballo kachipuri al cospetto del presidente Rajiv Gandhi. Quelli si, che erano tempi d’oro! Si recitava e ballava per grandi celebrità, ci chiamavano dall’America e dall’Europa, e tutti ci acclamavano come i maghi dell’India!”. Commenta divertito e un po’ nostalgico Mr. Nikka. Sfogliando le foto mi racconta la sua storia di duro lavoro ma di grande gioia, di balli e spettacoli, di viaggi oltre oceano e di giovani avventure. Storie che a primo impatto sembrano quasi non poter appartenere a questa gente, la cui dimora è uno slum, una baraccopoli dimenticata dalle istituzioni, dove la corrente e l’acqua potabile sono ancora oggi un lusso. Eppure sono loro che un tempo hanno, e ancora rappresentano, al cospetto di personalità illustri, l’arte Indiana attraverso le voci delle marionette Rajasthane.

 

Migrati a New Delhi ormai da quasi 60 anni, il gruppo di artisti provenienti dal Rajasthan, trova casa in questa zona abbandonata,periferica, ma che oggi con l’espansione urbana si ritrova quasi a ridosso del centro della Nuova Delhi.

 

Il ghetto dei maghi attirò l’attenzione dell’acclamato scrittore Salman Rushdie, che menziona i maghi in uno delle sue opere più famose, “Bambini della Mezzanotte”, dove racconta le minacce di sfollamento subite dal ghetto nel periodo dell’emergenza, negli anni ‘70. Rushdie descrive il ghetto dei maghi come un luogo pieno di sorprese, colori, magie che accompagnano il giovane Saleem alla scoperta del colorato labirinto dimora degli artisti. Allora l’idea postcoloniale di creare un’India moderna basata su una realtà immaginata non era altro che il frutto di una magia bizzarra, commentava Rushdie.

 

Ma oggi a Shadipur, dove giace il piccolo ghetto, la storia sembra ripetersi, e quell’idea bizzarra rappresenta oggi un progetto gestito da chi ha in mano la bacchetta magica del potere. Le nuove minacce di una Delhi ormai moderna, capitalista e un po’ crudele, potrebbero cancellare la loro storia per sempre.

 

Inizia tutto nel 2009, quando l’agenzia della gestione al suolo, la Delhi Development Authority (DDA), decide in nome dello ‘sviluppo’ di vendere questo appezzamento di terra ad una agenzia di costruzioni privata, la Raheja, celebre per avere creato – a discapito di numerose baraccopoli – la Mumbai moderna. Secondo il progetto, sull’area in cui oggi dimorano gli artisti, sorgeranno una serie di palazzi da 54 piani, che ospiteranno zone commerciali e 156 appartamenti premium, e rappresenteranno la potenza economica del paese; visione di una nuova classe media, quasi vittima di politici ciarlatani che vendono sogni a prezzi troppo alti.

 

Gli echi di un’arte dimenticata devono essere soppressi per dar spazio ai templi della modernità; ed è così che marionette e tamburi rischiano di esser rimpiazzati da lussuosi appartamenti, e la vita di coloro che un tempo rappresentava gloria e onore, è oggi meramente un problema.

 

Il vero problema risiede nella modalità, scorrettezza e insensibilità della Delhi Development Authority (DDA), verso gli abitanti della colonia. Il terreno fu infatti venduto alla Raheja dal DDA senza consultare affatto gli abitanti della colonia, che vennero a conoscenza dell’intero piano di sfollamento solo nel 2013, quando la notizia già alleggiava nell’aria. Inoltre l’intero territorio in cui giace la colonia, che corrisponde ad un aria pari a 5.22 ettari, e il cui valore reale si attesta sui 130 milioni di rupie, è stato venduto per l’irrisoria somma di 61 milioni di rupie (circa 835.000 euro); tutto ciò per agevolare i colossi privati Indiani e vendere un area considerata inutile e sporca, per poterla ritrasformare in un sogno capitale.

 

Oggi Delhi vuole essere città globale, non importa se solamene per pochi, non importa se qualcuno va sacrificato, ma è necessario ripulire – ovvero mandare via questa parte della popolazione considerata inutile, per rimpiazzarla con attività commerciali che possano continuare ad alimentare una classe consumista in crescita.

 

L’apparente calma della colonia viene interrotta nei giorni delle oramai lontane feste natalizie. Quando nelle nostre case ci si accingeva a preparare i doni per i bimbi, a Kathputli, in India, ci si preparava a lottare. Da Dicembre fino ad oggi sono state sfollate più di 180 famiglie, che a detta della DDA hanno volontariamente firmato il contratto per il loro “spostamento” – ma secondo i gruppi sociali che supportano la colonia, sono stati indetti e intimiditi dalle stesse forze dell’ordine che incedono ininterrottamente per i vicoli delle colonie.

 

Nella anguste stradine i vestiti sgargianti delle donne oggi si mischiano con le divise militari delle forze dell’ordine; i capelli arancioni dei maestri saltimbanchi si confondono con i berretti gialli dei lavoratori; marionette e percussioni sembrano essere già sepolte sotto le macerie di quelle piccole case, e i canti che un giorno evocavano le storie mitologiche indiane, sono oggi sostituiti da agguerriti slogan politici.

 

La paura e l’ansia è nell’aria.

 

Un’anziana signora mi chiama per mostrarmi la casa demolita del fratello recentemente morto. “Nessuno ha potuto firmare, nessuno ha chiesto niente, eppure la casa è stata demolita; questa era proprietà mia, chi mi risarcirà ora?”

 

Bhirju Bhaat, un giovane burattinaio della colonia e attivo nel movimento contro la demolizione, mi spiega le incongruenze del progetto, e mi accompagna nelle piccole stradine della colonia dove incontro personaggi di diversa origine.

 

“Dopo ormai 4 anni di discussioni, la DDA non ci ha ancora consegnato dei documenti in cui vi siano chiaramente espresse tutte le modalità di questo sfratto. Ci promettono che in una parte del territorio (il 20% dell’intera zona) saranno costruiti 2800 appartamenti per tutti noi, ma il numero di famiglie dell’intera colonia ammonta a circa 3600, e inoltre noi non vogliamo vivere in un palazzo da 54 piani. Dove metteremo la nostra attrezzatura per lavorare? In uno spazio pari a 30 mq, dove apparentemente dovremmo accomodare il nostro materiale e anche l’intera famiglia? E cosa succederà se l’ascensore si rompe? Chi lo riparerà?”.

 

Nel cammino incontro Badal Pradhan, il capo della comunità dei Marathi, una delle 8 comunità che vivono pacificamente nella colonia. Lo trovo indaffarato a raccogliere i documenti di una giovane donna per assicurare che nel processo di sfratto nessuno venga lasciato senza casa. “Noi non ci muoveremo finché le nostre richieste non verranno acconsentite e se ci sposteremmo staremmo tutti assieme. Prima di tutto il DDA ci deve dare un documento scritto con il numero dell’appartamento assegnato a ogni singola famiglia. Ci promettono appartamenti e servizi, ma quali sono le condizioni? Siamo sicuri che non ci lasceranno buttati nella strada come è accaduto in passato con altre comunità? Nessuno si è finora interessato della colonia, come possiamo ora credere che questo progetto ci possa beneficiare?”.

 

Le problematiche sono diverse e complesse, dal piano incongruente e inaccettabile del progetto, al sito di rilocazione temporanea che apparentemente manca di servizi basici quali l’acqua, e cui condizioni igieniche sembrano essere peggiori che quelle dello slum. Inoltre le violenze subite dagli abitanti in precedenza e la brutalità con cui le forze dell’ordine hanno invaso la colonia, sicuramente non aiutano a creare un ambiente dove soluzioni e decisioni possano essere negoziate.

 

Ciò che ‘sorprende’ maggiormente è l’incapacità del governo ‘democratico’ Indiano di pensare ad un piano di sviluppo che possa essere più consono alle esigenze della comunità, e che possa allo stesso tempo creare vantaggio sia per gli abitanti, l’economia della città e per il turismo. Non è difficile immaginare la colonia di Kathputli come una reale attrazione, uno spazio in cui gli artisti possano sentirsi a casa e onorati del loro mestiere e della loro arte. Invece di considerare questa colonia come una risorsa, il governo li vede solo come un problema. Se le politiche esistessero per sostenere i propri cittadini – così come dovrebbe essere – Kathputli sarebbe trasformata in uno spazio attraente, con un mercato artigianale, un teatro all’aperto, una scuola di danza, etc.

 

Come la professoressa Tapan Chakravarti afferma, “sarà una tragedia se perdiamo queste testimonianze viventi di pratica architettonica intuitiva; tutto ciò si sta rapidamente deteriorando, e si ha bisogno di reinventare lo stato attuale del sito con una grande sensibilità”.

 

E invece, secondo il piano di sviluppo, la colonia di Kathputli sarà presumibilmente reinsediata esattamente adiacente a questo enorme spettacolo lussuoso commerciale. E’ ovvio che gli abitanti della colonia non si sentiranno esattamente a loro agio nel dover condividere questo spazio con i ricchi della città, in un luogo che non li appartiene, e in cui molto probabilmente si sentiranno inferiori e in imbarazzo. Ma soprattutto sorge il dubbio che adiacente ad una tale torre iconica, vengano costruiti degli appartamenti gratuiti per la gente delle baraccopoli! “Nessuno vuole vivere vicino ai poveri”, commenta Vikraam Bhaat, un giovane burattinaio della colonia.

 

E’ chiaro che questa tipologia di appartamenti creerà un ambiente in cui gli abitanti delle baraccopoli non si sentiranno a loro agio nel continuare a sviluppare la loro arte. Saranno quindi costretti a cercarsi un nuovo lavoro, e generare reddito da altre fonti. La colonia di Kathputli verrà distrutta e la gente si sentirà isolata e depressa. Le donne inizieranno a sbrigare le faccende domestiche nelle vicine colonie e negli appartamenti di fascia alta per soddisfare le loro esigenze quotidiane. Ma tutto ciò potrebbe succedere anche solo in quei due o tre anni in cui l’intera colonia verrà traslocata nel campo provvisorio.

 

L’India continua ad essere una contraddizione, e mentre si creano spazi turistici e mercati per ospitare gli artigiani del paese, si demoliscono i luoghi in cui gli stessi artigiani creano quell’arte che vuole essere ancora rispettata, ma solo se e quando è fuori dalla sua realtà.

 

Purtroppo viviamo in un periodo buio e sia le politiche sia l’architettura stanno fallendo nel ricostruire spazi che possono essere adatti ai propri abitanti. Viviamo oggi in luoghi che non ci appartengono, sogniamo di vivere in territori lontani dalla nostra cultura, radici e tradizioni. Se questo continuerà ad essere un modello valido per tutto il mondo, ci ritroveremo tra qualche decennio una popolazione di persone internamente e esternamente sfollate.

 

(Pubblicato il 31 gennaio 2017)

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