[di Marica Di Pierri su ilmanifesto.it del 12 Dicembre 2011] Il documento finale della 17° Conferenza delle Parti Onu sul clima battezzato Durban Package, non si discosta di una virgola dalle pressochè nulle aspettative della vigilia - L'ultimo atto della 17° Conferenza delle Parti dell'Onu da poco conclusasi a Durban, in Sudafrica, è arrivato in ritardo rispetto al calendario dei lavori. Si è dovuto attendere infatti fino alla notte di sabato per l'annuncio ufficiale di chiusura e la diffusione del documento.
Eppure erano tredici giorni che dalla mattina alla sera i negoziatori e i rappresentanti dei governi si incontravano, si scontravano, discutevano, bocciavano proposte e si rimbalzavano responsabilità. Il documento finale, battezzato Durban Package, non si discosta di una virgola dalle pressochè nulle aspettative della vigilia. Non vengono previsti obblighi di riduzioni per il post Kyoto mentre è previsto un generico impegno per i 194 paesi della Cop a discutere entro il 2015 di un nuovo protocollo operativo dal 2020. Una follia, considerati gli allarmi della scienza.
Curioso che molti media, accompagnati da una manciata di organizzazioni non governative, abbiano invece gridato ad un accordo storico che di storico non ha nulla
se non la responsabilità di un disastro imminente, quello climatico appunto.
Ma andiamo con ordine. Il pacchetto di misure afferma di salvare Kyoto. Intanto però nulla è previsto neppur transitoriamente dal 2012, anno della sua cessazione, al 2015, anno indicato per la stipula un nuovo accordo sulle emissioni di cui non viene neppure sottolineato il carattere vincolante. Non prevedere alcun vincolo coercitivo per la riduzione delle emissioni - vale la pena ricordarlo - significa ulteriore svuotamento del senso del protocollo, basato sul principio di responsabilità storica e differenziata. E con la scienza che ripete che o si inizia a far calare contretamente le emissioni già a partire dal 2015 (anno massimo per il picco emissivo) oppure i giochi sono fatti e di invertire la rotta non c'è speranza, lo spazio per l'ottimismo riservato a questo vago accordo pare ancor più fuori luogo.
E' perciò che secondo organizzazioni sociali, sindacali, contadine, indigene, ecologiste, il Durban Package è soltanto fumo negli occhi: una timida intesa di facciata su un futuro accordo globale che entrerebbe in validità addirittura nel 2020, tra 9 lunghissimi anni, condannando il pianeta ad un aumento di almeno 4°c. Un aumento che va oltre le più nere previsioni, e che significherebbe condannare il pianeta a una apocalisse senza precedenti.
Si confermano invece, anche questo era chiaro, i meccanismi di mercato utilizzati come fasulle soluzioni per il cambiamento climatico ma vera linfa per il mondo della finanza. Redd+ e carbon trade continuano a giocare un ruolo centrale nelle politiche della Cop pur essendo chiara la loro inutilità a ridurre le emissioni.
Ultimo punto del documento, anch'esso placebo, riguarda il Green Fund. Nulla di nuovo anche qui, con il ruolo della Banca Mondiale ancora non chiarito, l'affacciarsi nella sua gestione di altre organizzazioni internazionali come l'OMC e soprattutto nessuna indicazione chiara sul finanziamento del fondo, che rischia di essere insufficiente e non incisivo nelle politiche di adattamento e mitigazione necessarie soprattutto per i paesi del Sud.
Dopo due settimane di lavori e l'incessante susseguirsi di vacui annunci, fa impressione vedere la coincidenza tra questi commenti finali e le considerazioni preliminari che aprivano le corrispondenze da Durban. Nonostante certi rutilanti entusiasmi il 'pacchetto Durban' non è, in buona sostanza, che l’ennesimo rinvio infiocchettato da pacchetto natalizio. Pericolosissimo per giunta. Perchè il tempo stringe, e un altro rinvio nell'assunzione delle necessarie decisioni può farci perdere altro prezioso tempo in una battaglia, quella al caos climatico, che diventa ogni volta di più una lotta contro il tempo.
Marica Di Pierri, Associazione A Sud






