[di Giuseppe De Marzo su L'Unità del 28 novembre 2011] Il rapporto dell'IPCC redatto da 220 climatologi di 62 oaesi parla chiaro: servono misure di adattamento, mappe di rischio. E di più: invertire la rotta. “Gli sconvolgimenti climatici causati dalle attività umane sono la più grave minaccia per l’umanità”, queste le parole di Obama e di altri presidenti due anni fa alla vigilia del COP15, la conferenza mondiale sul clima tenutasi a Copenaghen. Sia in quella occasione che durante il COP16 dello scorso dicembre in Messico, a Cancun, nulla di concreto è stato fatto. Oggi siamo alla vigilia dell’ultima conferenza delle parti, la COP17, che si terrà a Durban in Sudafrica dal 28 novembre al 9 dicembre e l’IPCC- International panel on climate change delle Nazioni Unite- lo scorso 18 novembre ha presentato la sintesi dell’ultimo rapporto sui rischi e sulle misure per adattarsi ai mutamenti climatici già in corso. I dati sono sconvolgenti.
La concentrazione di CO2 nell’atmosfera aumenta, invece che diminuire. Dalla prima conferenza sull’ambiente di Rio nel 1992 siamo passati da una concentrazione di 356 ppm (parti per milione) a 390 ppm. Siamo abbondantemente sopra i 350 ppm, indicati come il livello di sicurezza fissato dall’IPCC per evitare un ulteriore aumento della temperatura di 2°centrigradi, indicati come la soglia esiziale. Un limite invalicabile secondo tutti che si tradurrebbe in catastrofi sociali, ambientali ed economiche capaci di mettere in ginocchio la razza umana. L’attuale concentrazione di CO2 è la più alta negli ultimi due milioni di anni e dover limitare l’aumento della temperatura della terra a non oltre i 2 gradi significa in termini concreti ridurre dal 25 al 40% le emissioni entro il 2020, dell’80% entro il 2050. Invece oggi sappiamo con certezza che la CO2 dal 1990, anno base nel calcolo delle emissioni e delle riduzioni necessarie, è aumentata del 30%.
Nonostante la diminuzione delle emissioni europee passate da 5,2 a 4,1 miliardi di tonnellate, l’impronta ecologica di Cina e Stati Uniti, rispettivamente con 7,4 e 5,95 miliardi di tonnellate annue di gas clima alteranti, è enorme. Seguono Russia ed India con 1,53 miliardi di tonnellate ed il Giappone con 1,23. Ma è soprattutto il dato delle tonnellate emesse procapite a scattare la fotografia della gigantesca ingiustizia climatica, e quindi economica. Sono 24 le tonnellate di gas serra annue emesse per ogni cittadino statunitense, a seguire canadesi ed australiani; parliamo di quantità almeno sette volte superiori rispetto ad un abitante dei sud del mondo. I paesi industrializzati sono dunque con il loro modello di sviluppo, di produzione e di consumo i principali inquinatori del pianeta.
L’UNEP ed il World Resources Institute nel loro ultimo rapporto denunciano come non ci siano sufficienti sforzi internazionali per contenere l’aumento della temperatura indicata, considerata già di per se come una misura non sufficiente per evitare effetti potenzialmente catastrofici. Il documento dell’IPCC, che sarà presentato integralmente nel febbraio del 2012 ed al quale hanno lavorato 220 scienziati provenienti da 62 paesi, ribadisce i legami tra cambiamento climatico e l’aumento degli eventi climatici/meteorologici estremi che ormai colpiscono con maggior frequenza ed intensità non solo i paesi dei sud del mondo, come abbiamo visto a Genova.
I due gruppi di lavoro che hanno elaborato il documento si sono concentrati sullo studio del sistema climatico e sui suoi cambiamenti, sulle conseguenze sui sistemi naturali e socioeconomici, sulle opzioni per l’adattamento e la mitigazione attraverso la riduzione e la prevenzione delle emissioni. Gli impatti e gli scenari futuri tracciati richiedono un’immediata assunzione di responsabilità da parte di tutti, a partire ovviamente dalla politica. Gli scienziati della Royal Society ci avvisano che se le tendenze in atto si prolungassero senza che la politica intervenga immediatamente in maniera radicale, l’aumento alla temperatura sarà di 4° centigradi già nel corso di questo secolo. L’Agenzia Internazionale per l’Energia infatti annuncia che nel periodo tra il 2010-2035 la domanda di energia crescerà infatti di oltre un terzo rispetto a quella attuale. Questo significa, come sostiene l’IPCC, che dovremmo pensare immediatamente ad una riconversione energetica dell’apparato produttivo.
Vista la mancanza di volontà della governance globale, i ricercatori sottolineano come siano fondamentali iniziative locali, in particolare nelle città, dove si produce tra il 30 e il 75% delle emissioni a secondo delle regioni. C’è una grande potenzialità di riduzione di emissioni se si creasse una collaborazione tra amministratori locali, movimenti, associazioni, forze produttive, lavoratori e cittadini. Le misure di adattamento e la gestione del rischio vanno sviluppate a seconda dei contesti e delle necessità locali, considerando che gli eventi climatici estremi, la vulnerabilità e l'esposizione variano da una regione all'altra. Serve quindi un approccio che costruisca un processo interattivo, multicriteriale e multidimensionale basato sul monitoraggio, la valutazione, l'apprendimento e l'innovazione.
Solo così saremo in grado di migliorare la gestione del rischio di disastri nell'immediato, offrire opportunità di sviluppo nei settori produttivi disponibili alla riconversione industriale ecologica, promuovere l'adattamento e ridurre la vulnerabilità a lungo termine. L’economia, qualora fosse sfuggito, è solo un sottosistema dell’ecologia da cui tutti e tutte dipendiamo per la nostra sopravvivenza. Possiamo farcela ma abbiamo bisogno di un dibattito e di forze politiche capaci non solo di parlare di debito e pareggio di bilancio, ma di alternative per affrontare la più grave minaccia dell’umanità. Scopriremmo come certe misure possano allo stesso tempo essere altamente desiderabili dalla popolazione e trasformarsi nell’unica vera opportunità di uscita dalle molteplici crisi che l’umanità, di cui il nostro paese è parte, sta affrontando.
Giuseppe De Marzo, Portavoce A Sud – www.asud.net
su L'unità del 28 novembre 2011, pag 22.






