
Il climatologo Vincenzo Ferrara spiega quali siano le prospettive della lotta al global warming, alla luce del summit tedesco: «Si prevede un interregno alla scadenza del Protocollo».
Si sono appena conclusi a Bonn i negoziati ufficiali della Convenzione quadro dell’Onu sui cambiamenti climatici. Con quali risultati?
Questi negoziati sono andati avanti per la parte tecnica, gli aspetti riguardanti le questioni dell’adattamento, cioè le regole e i meccanismi. Si è andati avanti anche sul tema della deforestazione e sul know how del trasferimento tecnologico. Nessun passo è stato fatto per le decisioni finanziarie, mentre si sono letteralmente avvitati su se stessi sul problema di fondo: che cosa succede dopo la fine del Protocollo di Kyoto, che scade l’anno prossimo? Sull’ipotesi di un nuovo trattato o più d’uno, su nuovi impegni, vincolanti o non vincolanti, su come distribuirli non si sa ancora niente.
Il percorso per fermare il climate change è congelato?
La road map iniziata a Bali nel 2007 era fatta in modo che, nel 2009, si definisse un nuovo trattato post Kyoto. Però, Copenaghen è fallita e la strada non sta andando in alcuna direzione. Per fare un esempio, è come se 4 anni fa fosse stata progettata un’autostrada che doveva andare verso una destinazione. Hanno pensato a tutto: corsie di marcia, colonnine di servizio, distributori di benzina e uscite. Però, ancora non si sa dove deve andare questa autostrada. Si sa genericamente che va verso Nord, ma non in quale luogo, né attraverso quale percorso. Il contorno è pronto, ma non la strategia principale.
Che significato ha ora il summit di novembre a Durban?
In realtà in Sudafrica non si potrà fare più di tanto. Anche se gli Stati, per miracolo, si mettessero d’accordo su un trattato, ci vorrebbero almeno due anni per renderlo operativo: deve essere firmato, mandato ai governi nazionali, ratificato dai parlamenti, depositato alle Nazioni Unite e dopo 60 giorni entra in vigore. Prima del 2014 non se ne parla. Ed è già certo un periodo di interregno nel dopo Kyoto, una fase in cui ognuno deciderà come comportarsi da un punto di vista volontario. Nell’ambito della convenzione quadro delle Nazione Unite, facciano almeno un piano di lavoro. I tempi sono ormai più che superati.
Quali sono stati gli atteggiamenti delle nazioni a Bonn?
Christiana Figueres, la segretaria dell’Unfccc (Un Framework convention on Climate change, ndr), non lo ha fatto trasparire, ma è molto preoccupata. Ci vuole una leadership mondiale, ha detto, e si è lamentata del fatto che l’Unione europea ha mollato del tutto per mettersi in disparte, senza prendersi la responsabilità del leader. Questo perché al suo interno ha posizioni molto differenziate, con Francia e Germania da una parte, che puntano al 30 per cento di riduzioni di Co2 e al 45 di rinnovabili, e dall’altra Paesi come Italia e Polonia che invece frenano. Non può esserci leadership se non c’è unità d’intenti.
Diego Carmignani






