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Sudafrica - Attivisti protestano al Vertice sul clima: "Occupy Durban"

 

[Marica Di Pierri su Il Manifesto del 3 dicembre 2011] La sede della Cop17 è nel Centro Conferenze di Durban, nel cuore commerciale e finanziario della città. Dietro il cancello dell'entrata principale, dove campeggiano enormi manifesti con cubitali scritte “un futuro verde ha bisogno di banche verdi”, svetta il grattacielo dell'Hilton, che ospita il grosso delle negoziazioni.

 

Nel parco di fronte, dall'altro lato della strada, c'è il presidio permanente della società civile, con un megafono utilizzato a turno dagli attivisti arrivati dall'Africa e dagli altri continenti. Ieri mattina si sono ritrovati ancora una volta di fronte al cancello, brandendo cartelli e gridando slogan che chiedono di scegliere il futuro di tutti e non gli interessi di pochi. “Occupy Durban, Occupy Earth” è uno dei grandi striscioni che campeggia tra gli alberi del parco.

Giunge così al termine la prima settimana di lavori della 17° conferenza Onu sul clima, una settimana in cui pochissimo si è avanzato nelle decisioni che sarebbero necessarie per non fare di questo summit l'ennesimo costoso buco nell'acqua.

Era lunedì quando nelle sale del Conference Center il presidente del Sud Africa Zuma, padrone di casa del summit, inaugurava il vertice lanciando un monito ai paesi partecipanti, circa 190: "per gran parte dei popoli dei Paesi in via di sviluppo e del continente africano, il cambiamento climatico è una questione di vita o di morte", ha detto. Del resto gli esempi non mancano: dalla siccità che sta colpendo il Corno d'Africa e il Sudan, alla desertificazione progressiva di gran parte del territorio africano, fino alle tempeste ed alluvioni che hanno spazzato nelle scorse settimane la costa sudafricana, colpendo gravemente anche la città che ospita il summit. Zuma ha auspicato che i governi guardino oltre gli interessi nazionali alla ricerca di soluzioni che grantiscano invece “il bene comune e il benessere dell'umanità”.

Nel vivo delle negoziazioni, con la presenza delle delegazioni dei governi, si entrerà solo martedì prossimo. Nessun capo di stato è atteso, ad eccezione di alcuni – pochi – leader africani. Nel frattempo, i round preparatori e le negoziazioni dei tavoli tecnici ci raccontano di posizioni distanti e di un accordo che difficilmente verrà raggiunto. Neppure sul contestato Fondo Verde per il clima si intravede via d'uscita: a Cancun un anno fa avevano annunciato lo stanziamento di 100 miliardi di dollari l'anno entro il 2020, ma sul finanziamento non c'è alcun accordo. Giovedì pomeriggio la rete Climate Justice Now ha organizzato un'azione di contestazione contro la Banca Mondiale, che dovrebbe tra l'altro, secondo i piani, avere una ruolo di primo piano nella gestione del fondo.

Sono in tanti a denunciare con allarme l'inconcludenza di questi primi giorni di lavori. L'Alleanza dei Piccoli Stati Insulari, AOSIS – i primi a rischio scomparsa con l'innalzamento dei mari conseguente a innalzamento delle temperature e scioglimento dei ghiacci – reclama misure che contengano le emissioni entro i 350 ppm, livello massimo per garantire la sopravvivenza dei loro territori. I rappresentanti dei popoli indigeni che partecipano da osservatori al vertice ufficiale avvertono sul rischio che questa Cop seppellisca la stessa convenzione quadro, l'UNFCCC, tradendone l'impostazione originale che, ricordano “differenziava le responsabilità e quindi gli impegni da assumere tra paesi industralizzati e paesi emergenti”. Dello stesso avviso i paesi dell'Alba, Alleanza Bolivariana per i Popoli dell'America “dobbiamo evitare questa prospettiva catastrofica” ha avvertito Rene Orellana, capo del grupppo negoziatore della Bolivia.

Nel frattempo le statistiche diffuse in questi giorni dalla società energetica BP parlano di un aumento della Co2 di quasi il 6% rispetto ad appena due anni fa, con Cina e Russia a coprire assieme il 44% delle emissioni globali. La stessa Cina e i paesi del G77 si dicono favorevoli a cercare una via per la prosecuzione del protocollo di Kyoto. Ma un Kyoto bis è osteggiato dagli Stati Uniti, cui si sono aggiunti Canada, Russia, Giappone. “Posizioni che denotano l'irresponsabilità criminale dei governi, non si rendono conto di giocare con le vite di milioni di persone” - grida al megafono Luanda, contadina africana del Lesotho arrivata a Durban per la 2° assemblea delle donne contadine dell'Africa del Sud. No Fish, No Food! Rispondono a ritmo le centinaia di attiviste arrivate con lei. Una cosa è certa. Non di sterili negoziazioni si tratta, ma del futuro di centinaia di popoli. Molti degli africani arrivati qui in questa settimana lo sanno bene e lo ripeteranno oggi, durante la Giornata globale di mobilitazione sul clima, che avrà proprio qui a Durban il suo cuore pulsante.

Marica Di Pierri, Associazione A Sud

 

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