[di Giuseppe De Marzo su Liberazione del 27 luglio 2011] Quando il 23 luglio siamo entrati in corteo nel cuore di Genova, i nostri pensieri sono andati a ritroso nella memoria sino a toccare le emozioni mai dissolte dalla brutalità con cui dieci anni prima quegli stessi luoghi ci furono sbarrati. Oggi è l'Italia ad essere diventata una gigantesca zona rossa. Da una parte un blocco di potere che difende angosciato la propria rendita e dall'altra la grande maggioranza del paese confinata negli spazi inagibili lasciati dalla degenerata democrazia italiana.
Gli strumenti per tenere lontano il popolo questa volta sono più sofisticati dei manganelli, delle pallottole o dei gas lacrimogeni, non che questi non siano sempre attuali come dimostra la repressione autorizzata in Val di Susa. Giornalmente si alzano barriere culturali che vorrebbero il paese proiettato esclusivamente sulle urgenze e necessità dettate dalla crisi finanziaria e dalla politica di austerity. Nonostante la vittoria storica ai referendum del 12 e 13 giugno, l'autismo che caratterizza questa fase politica ha portato immediatamente alla chiusura della finestra di dialogo annunciata tra la società in movimento ed i partiti rappresentati in parlamento.
I dettami della Bce e le minacce delle agenzie di rating hanno reso carta straccia le dichiarazioni iniziali del centrosinistra legate alla volontà nuova di intercettare il vento del cambiamento tanto enfatizzato. Si è messo in moto un apparato mediatico, economico e politico che fa della crisi lo scudo con cui deviare qualsiasi richiesta di cambiamento sospinta da settori diversi nel corso degli ultimi mesi. Così mentre in Italia divampa la questione sociale, fotografata dai rapporti del Censis e dall'Istat che raccontano di un paese con il 14% di poveri, milioni di precari e disoccupati, abbiamo assistito sgomenti all'approvazione in tempi record della peggior manovra finanziaria degli ultimi decenni. Attraverso la regia del presidente della Repubblica è stata inflitta al paese una punizione che già a settembre mieterà le sue vittime. Una vera e propria macelleria sociale che porterà le classi medie e deboli a pagare la maggior parte della manovra, mentre le grandi rendite di posizione o i grandi capitali continueranno impunemente a sfuggire a qualsiasi criterio di progressività della tassazione come previsto dalla Costituzione. Le condizioni di milioni di persone e famiglie saranno ancora peggiori nel prossimo anno, senza che a questi sacrifici corrispondano maggiori investimenti o speranze di cambiamento concreto negli anni a venire.
Dinanzi a questa situazione ci appare evidente che dobbiamo ripartire da noi e dalla parte del paese che non ci sta a rinunciare ai propri diritti ed al proprio futuro. A Genova molte delle iniziative erano legate a come si esce da questa crisi. Rigas, la Rete italiana per la giustizia ambientale e sociale, nel corso di un'affollata assemblea che ha visto la partecipazione di comitati territoriali, lavoratori, movimenti, associazioni, oltre che di don Gallo e padre Zanotelli, ha provato a declinare una serie di proposte pratiche ed un'agenda di lavoro che sappia incrociare i temi della vita con quelli della giustizia climatica. Del resto che ci sia un legame tra modello di sviluppo, democrazia e beni comuni è ormai un dato acquisito. Per questo oggi si tratta di agire su più fronti, a livello locale quanto globale, attraverso pratiche e proposte che contribuiscano a costruire attraverso la partecipazione un nuovo modello di sviluppo.
Eco efficienza ed eco sufficienza energetica, riconversione ecologica, innovazione del ciclo di prodotto, reddito di cittadinanza, difesa dei beni comuni, giustizia climatica, sono le questioni al centro dell'agenda politica del prossimo autunno. Le stesse che saranno incrociate dai movimenti a livello planetario nell'appuntamento sudafricano del Cop17 sui cambi climatici. Nell'incontro che si terrà a Durban a fine novembre sono in ballo le sorti del pianeta. La governance globale ci spinge velocemente verso la catastrofe ecologica continuando a proporre privatizzazioni, mercato e green economy. Si finanziarizza la natura e la crisi ecologica per fare cassa, con l'obiettivo di andare avanti con questo modello per altri 20 o 30 anni, sino all'inevitabile collasso planetario causato dall'aumento di 4/5° centigradi come previsto dagli scienziati in assenza di un cambiamento strutturale.
La sfida che ci attende è enorme ma possiamo vincerla se saremo capaci di spiegare a tutti e tutte che il cambiamento delle nostre condizioni materiali dipenderà dalla capacità di intrecciare a partire dai territori pratiche concrete che rispondano alla crisi a livello locale quanto globale. A Durban la necessità sarà costruire un'Internazionale della Terra che sappia sfidare sul piano dell'egemonia l'immaginario capitalista; a casa nostra invece dovremo impedire il saccheggio dei beni comuni, difendendoli attraverso le forme della democrazia partecipata e comunitaria. Realizzare il bilancio energetico nazionale, che manca da 25 anni, sarà il primo passo di Rigas a settembre per contribuire a liberare energie e proposte su ogni territorio.
Giuseppe De Marzo






