Inceneritori: da Nord a Sud, giustizia bruciata 3 aprile, 2017 | Redazione A Sud

1[di Alessandro Coltrè per A Sud]

“Insediamenti strategici di preminente interesse nazionale”. Da quando è entrato in vigore il decreto Sblocca Italia – il 5 ottobre scorso – le ciminiere degli inceneritori italiani godono di questa definizione.

 

Una promozione istituzionale che ha reso più complessa e problematica la lotta agli inceneritori.

 

Da Nord a Sud, i movimenti ambientalisti, le associazioni territoriali e i comitati tentano di arginare in ogni modo una deriva centralista che sta sottraendo, agli enti locali e alla società civile, strumenti e possibilità capaci di contrastare la scelta politica dell’incenerimento dei rifiuti.

 

Perché di scelta politica si tratta e non di necessità come vuole far credere il ministro Galletti che –ospite all’evento sui venti anni del decreto Ronchi, organizzato dalla Fondazione per lo sviluppo sostenibile – ha difeso l’articolo 35 dello Sblocca Italia e l’esigenza di ricorrere agli inceneritori come soluzione alla chiusura del ciclo integrato dei rifiuti.

 

Non si discute: l’incenerimento dei rifiuti è la via maestra da seguire, gli inceneritori sono infrastrutture necessarie al paese, siti industriali su cui puntare e investire, tanto da prevedere la costruzione di altri 8 impianti in diverse regioni e il potenziamento di quelli esistenti.

 

Inoltre, con questo decreto è stato individuato un fabbisogno di rifiuti destinati all’incenerimento fortemente sovrastimato: siamo intorno al 60% in più rispetto al reale fabbisogno nazionale.

 

Il trend positivo di riduzione dei rifiuti urbani sembra non contare, neanche se a confermarlo è L’ISPRA nel suo ultimo Rapporto rifiuti Urbani. Seppur lentamente, la produzione dei rifiuti sta calando, crescono la percentuale di rifiuti differenziati e le esperienze virtuose.

 

Il governo centrale invece, stando al disegno delineato dallo Sblocca Italia, non prevede una crescente riduzione dei rifiuti ma profetizza per i prossimi anni un inalterato andamento di produzione pari a 29 milioni di tonnellate.

 

<<Questo decreto è una condanna per i territori come il nostro! L’inceneritore di Pozzilli diventerà un impianto di interesse strategico, questo significa che aumenteranno le tonnellate di rifiuti bruciati!>>

 

Parole di Gianna Scarabeo, attivista molisana che il 22 marzo scorso a Roma, insieme alle altre Mamme per la salute e l’ambiente di Venafro, ha presidiato la sede del Tribunale amministrativo del Lazio durante l’udienza sul ricorso contro lo Sblocca Italia.

 

Sotto il Tar c’erano anche l’associazione UGI di Colleferro, il comitato Donne 29 agosto di Acerra e i promotori del ricorso, il movimento legge rifiuto zero e l’associazione Verdi Ambiente e Società.

 

Sono tanti i movimenti ambientalisti che hanno seguito quest’azione amministrativa contro lo Sblocca Italia e nello specifico contro l’attuazione dell’articolo 35.

 

La richiesta di sospensione cautelare del decreto, invocata dal ricorso è stata rigettata dal Tar perché le conseguenze ambientali e sanitarie dell’articolo 35 sono solo potenzialmente temute e non comprovabili.

 

Nelle sedi amministrative, passando per quelle giudiziarie a quelle politiche, chi lotta contro gli inceneritori anziché ottenere giustizia ambientale e sociale, continua a ricevere schiaffi.

 

Lo sanno bene a Brescia, a Colleferro, ad Acerra, territori che da più di venti anni subiscono gli impatti di queste “infrastrutture strategiche”.

 

La multiutility A2A ha incenerito la sentenza della Corte di Giustizia Europea che, nel 2007, condannò l’Italia per aver autorizzato la terza linea dell’inceneritore di Brescia senza valutazione d’impatto ambientale (V.I.A.). Sostanzialmente la terza linea dell’inceneritore più grande d’Europa brucia rifiuti senza autorizzazioni in una città dove le grandi industrie chimiche, come la Caffaro hanno lasciato una pesante eredità fatta di PCB, metalli pesanti e diossine.

 

Colleferro, una piccola Brescia alle porte della capitale, continua a bruciare i rifiuti provenienti dai TMB (Trattamento meccanico Biologico) di Roma nei due inceneritori costruiti nel quartiere storico della città e distanti 200 metri in linea d’aria da una scuola elementare. L’attuale gruppo dirigente degli impianti è ancora sotto processo con l’accusa di traffico illecito di rifiuti. Carcasse di animali, pneumatici, rifiuti di ogni tipo sono finiti per anni nei forni degli inceneritori di Colleferro.

 

<< Le associazioni ambientaliste e il Comune di Colleferro sono stati buttati fuori dal processo. Spiega Luca Giordani, segretario dell’associazione UGI. Il giudice ha deciso di escludere le parti civili asserendo che non si può dimostrare il danno sanitario e ambientale procurato alla popolazione. Probabilmente questo processo cadrà in prescrizione – continua Giordani- e sarà difficile credere al principio chi inquina paga >>.

 

La città di Acerra è scesa in strada lo scorso 3 marzo per contestare il piano rifiuti della Regione Campania che decreta l’aumento di tonnellate da bruciare nell’inceneritore di Acerra. L’impianto potrebbe arrivare a bruciare fino a 930.000 tonnellate annue.

 

<<Faremo di tutto per fermare l’ampliamento dei rifiuti da bruciare! – Racconta Gennaro Piccirillo, attivista della rete della conoscenza Napoli -. L’inceneritore di Acerra ha bruciato per anni senza rinnovo dell’AIA e continua a bruciare i rifiuti provenienti da diverse regioni del paese. Ancora una volta, a quindici anni di distanza, ci troviamo a contrastare le politiche portate avanti da una Regione che in nome dell’emergenza decide di incrementare le politiche di incenerimento.>>

 

Brescia, Colleferro e Acerra raccontano l’evoluzione di vertenze territoriali che hanno saputo sviluppare percorsi di democrazia dal basso; sono espressione di lotte ambientali piene di ostinate singolarità impegnate quotidianamente nella difesa della salute della popolazione che, a quanto pare per il governo del paese sembra non essere di <<preminente interesse nazionale>>.

 

 

 

 

 

 

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