Il Piano che fa acqua: Politici grandi assenti 16 aprile, 2019 | Redazione A Sud

Guerra al Tar del Lazio tra Città Metropolitana e Regione sul Piano di Tutela delle Acque, la legge che disciplina l’intero settore idrico

 

[di Daniele Castri] Al Tribunale Amministrativo Regionale è in corso una guerra giudiziaria senza esclusione di colpi tra la Città Metropolitana e la Regione Lazio.

Uno scontro molto duro che riguarda la qualità dell’acqua potabile che verrà distribuita nei rubinetti di oltre 4 milioni su 6 milioni di cittadini residenti nel Lazio, oltre che sulla qualità del mare dei 330 chilometri di coste laziali per i prossimi decenni.

Eppure amministratori e politici nazionali, regionali e locali hanno la bocca cucita e non si sono nemmeno presentati in aula.

Ma riavvolgiamo il nastro di questa storia per capire di cosa stiamo parlando.

Poco prima di Natale la Commissione regionale Agricoltura e Ambiente, presieduta dal pentastellato Valerio Novelli, ha varato due piccole ma importantissime modifiche del Piano di Tutela delle Acque del Lazio, la legge che disciplina l’intero settore idrico regionale, poi votate dall’intero Consiglio. Il 15 febbraio scorso la Città Metropolitana di Roma ha presentato un ricorso al Tar del Lazio contro tali modifiche. La prima udienza si è tenuta lo scorso 2 aprile.

 

IL TAR DECIDE DI NON DECIDERE, PER ORA La Città Metropolitana ha chiesto di annullare la validità delle nuove disposizioni di legge che riguardano, per l’appunto, la qualità delle acque potabili distribuite nella rete idrica di Roma e provincia e dei reflui fognari che finiscono a mare. La ex Provincia di Roma ha presentato ai togati anche una richiesta di istanza cautelare, così si chiama in gergo tecnico. Vale a dire che ha chiesto ai giudici di sospendere sin da subito la validità delle nuove disposizioni di legge, in attesa della sentenza di primo grado. I tre magistrati della sezione prima quater, Salvatore Mezzacapo, Donatella Scala e Ines Pisano hanno respinto, almeno per il momento, le richieste della Città Metropolitana ed hanno rinviato la trattazione della vicenda all’udienza di merito nel corso della quale si discuterà in modo più approfondito ed esteso del ricorso stesso, udienza che è attesa entro qualche settimana. Il timore dei giudici, così hanno scritto, era di determinare altrimenti un pericoloso “vuoto di regolamentazione, sia pure pro tempore (ovvero per un breve lasso di tempo, ndr)”.

 

PRESENTI E ASSENTI Oltre alla Regione Lazio, la Città Metropolitana ha chiamato in giudizio anche l’Acea (municipalizzata dell’acqua di Roma), il Ministero dell’Ambiente, l’Arpa Lazio (Agenzia Regionale di Protezione Ambientale), le Province di Latina, Frosinone, Viterbo e Rieti ed i Comuni di Ardea e Ciampino, oltre ad altri 7 municipi. Ma a presentarsi in giudizio e ad attaccare la Città Metropolitana sono stati solo la Regione Lazio e l’Acea. L’Acea in particolare è stata definita da fonti autorevoli de il Caffè, che preferiscono non comparire, come “agguerritissima”.

 

L’ACEA PORTA IL TEVERE NEI RUBINETTI DI ROMA E PROVINCIA La prima modifica al Piano di Tutela delle Acque contro cui si è scagliata la Città Metropolitana riguarda l’articolo 12.

Articolo che nella versione originale non permetteva di utilizzare a fini potabili le acque dei fiumi in cui finiscono reflui industriali, tra i quali figura il Tevere. La ‘nuova’ versione prevede ora che tale divieto si continuerà ad applicare, ma “solo nelle zone di influenza – riporta il nuovo testo di legge – individuate con deliberazione della Giunta regionale, per ogni punto di prelievo per il quale si rilascia concessione per l’utilizzo di acque superficiali potabilizzate da destinare al consumo umano”. In altre parole, il divieto di potabilizzare le acque di fiume in cui finiscono reflui industriali si applicherà, ma solo nelle zone gradite ai politici.

 

TEVERE DA BERE, ACEA È NERVOSA Una postilla di legge che sembra fatta apposta per far entrare in funzione il potabilizzatore dell’acqua del Tevere di Acea. Il grosso impianto industriale a cui la municipalizzata romana a trazione 5 Stelle ha affidato il compito di succhiare 500 litri di acqua al secondo da uno dei fiumi più inquinati d’Italia. Acqua che poi l’Acea distribuirà nei rubinetti di tutto il bacino Ato 2, che corrisponde a tutta la città di Roma e all’intera provincia, ovvero 112 comuni tra i quali tutti quelli dei Castelli Romani, più Ardea e Pomezia. Il potabilizzatore è stato ideato, progettato e autorizzato in soli 127 giorni. Il progetto del potabilizzatore è nato nel dicembre 2017, quando alla guida della municipalizzata della città eterna c’era l’avvocato Luca Lanzalone, scelto dai vertici nazionali del 5Stelle. Lanzalone ha assunto la guida dell’Acea il 1° aprile 2017, ma il 13 giugno 2018 è stato arrestato nell’ambito dell’inchiesta sul nuovo stadio della Roma. Il progetto del ‘potabilizzatore’ è stato approvato, almeno in via preliminare, il 20 dicembre 2017, nel corso della Conferenza dei Sindaci e dei Presidenti delle Province, ovvero dai 112 comuni serviti da Acea Ato 2. Conferenza guidata proprio dalla città eterna, visto che rappresenta la maggioranza dei cittadini che vivono tra Roma e provincia. Al progetto è stato anche assegnata la pubblica utilità: vale a dire una corsia preferenziale che garantisce tempi rapidi de poche scocciature burocratiche.

 

ACCORDO RAGGI – ZINGARETTI? Il 13 aprile 2018 è arrivato l’ultimo e decisivo via libera al potabilizzatore dell’Acea da parte della Conferenza dei Servizi, il tavolo istituzionale che si è tenuto in Regione Lazio, dopo una istruttoria lampo di appena 51 giorni. A dire “sì” al potabilizzatore non è stato però solo il Comune di Roma, ma anche la Regione Lazio con il parere unico positivo scritto e sottoscritto dall’ex capo del settore idrico regionale, l’ingegner Mauro Lasagna, spostato poco dopo dal Governatore, Nicola Zingaretti, al Dipartimento regionale Caccia e Pesca. Parere favorevole al progetto anche da parte di: Asl Roma 2, Istituto Superiore di Sanità, Autorità di Bacino dell’Appennino Centrale, Ministero dei Beni Culturali e Autorità di Demanio. L’impianto è situato a Roma-nord, in località Grottarossa. È costato quasi 13 milioni di euro.

 

NESSUNO VUOLE CONTROLLARE I DEPURATORI La seconda modifica apporatta dalla Regione al Piano di Tutela dell Acque riguarda invece l’articolo 32 che nella sua ‘nuova’ formulazione permetterà in sostanza di effettuare i controlli sulla qualità della acque in uscita dai depuratori, ma solo “nell’unico punto finale di scarico dell’impianto” e solo con “campionamenti istantanei”, così si legge nelle nuove disposizioni regionali. Un obbligo che alla Città Metropolitana proprio non va giù visto che l’ex Provincia chiedeva da tempo, al contrario, di poter effettuare le analisi di controllo delle acque sia in entrata che in uscita dai depuratori e non solo con campionamenti mobili ed istantanei, quindi effettuati di rado e solo nel corso di appositi controlli, ma anche con l’ausilio di campionatori fissi, in grado di svolgere un’analisi dei liquami in modalità no-stop, quindi nell’arco delle 24 ore. I campionatori fissi sono degli apparecchi elettronici che permettono di verificare con estrema precisione i processi di depurazione dell’acqua. Rilevano e registrano qualsiasi inquinante, senza possibilità di inganno. In soldoni, anziché stringere le maglie dei controlli sui depuratori per cercare di migliorare la qualità delle acque che finiscono in mare, i politici regionali hanno preferito lasciare campo libero ai gestori degli impianti di depurazione.



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