Il mio Ecuador: cronache ambientali dal centro del mondo 29 maggio, 2018 | Redazione A Sud

[di Maura Peca per A Sud]

 

E’ difficile spiegare con delle parole scritte a mo’ di articolo che significa, in questo paese, lottare per difendere il diritto alla vita, alla natura, alla salute e alla propria identità. Ci troviamo al centro del mondo, lì dove il giorno dell’arrivo della primavera il sole cala perpendicolare a te e non esiste ombra. Nessuna parte oscura: solo raggi fortissimi che il sole decide di donarti come un regalo prezioso.  E’ un pezzo di mondo in cui la relazione con la naturaleza è viscerale, onirico, magico così come il rapporto tra le persone; e non è una visione minoritaria: dalla maestra di spagnolo all’attivista, dall’estetista, che con pochi dollari ti disegna bellissime decorazioni sulle unghie, al portiere, tutti, chi con una maggiore sensibilità chi con meno, riconoscono il potere che la natura e le relazioni umane hanno.

 

Ce ne si rende conto guardando gli sguardi di coloro che non si sono lasciati corrompere dalla post-modernità e sono rimasti fedeli alla vita della selva, dallo spirito di condivisione e di benevolenza verso il prossimo coadiuvata nella formula di congedo “que te vaya bien” tipica di questa parte di mondo ma non della lingua spagnolo in generale (non avevo mai sentito questo modo di salutarsi in Spagna, per esempio), dai numerosi avvisi che si incontrano nelle passeggiate in montagna, che più che divieti sono invocazioni di protezione della Pachamama, alla musica. Tralasciando un attimo il ritmo travolgente di reggaeton, salsa e la cumbia, che comunque – si metta a verbale – hanno un loro perché, nel momento in cui si mette piede in America Latina, indagando ritmi più soavi, è incredibile quanti sono i gruppi musicali e cantanti che usano parole come torrenti, fiumi, aria, suolo, acqua, bosco. Ho fatto uno sforzo enorme per provare a trovare un vocabolario musicale del genere in italiano e alla fine mi sono arresa. Allo stesso modo ho provato a immaginare se, anche in Italia, ci sono persone che hanno questo stesso legame lirico con la natura e con il paesaggio. Logicamente è stato facile pensare a quelle comunità che quotidianamente combattono per la difesa dei propri territori; ma gli altri? E soprattutto, come vengono etichettate, nella maggior parte dei casi, queste persone? Come passionari che difendono la terra in cui vivono o come malaticci affetti dalla sindrome Nimby?

 

Eppure, nonostante mi sembri che ci siano dei modi differenti di relazionarsi con la natura e con il mondo circostante, ci sono delle piaghe importanti in comune tra noi e l’Ecuador: la devastazione ambientale, per esempio.

 

L’Ecuador, nonostante sia il primo paese al mondo che ha una Costituzione che tutela i diritti della natura (cioè non è solo l’uomo ad avere il diritto di vivere in armonia con la natura ma è la natura stessa – soggetto – che costituzionalmente ha dei diritti), ha gravissimi problemi di contaminazione ambientale.

 

E’ un paese meraviglioso fatto di Ande, Amazzonia e Pacifico, in cui da nord a sud e da est a ovest il paesaggio cambia così rapidamente che se per caso ti capita di addormentarti in un viaggio in autobus potresti chiudere gli occhi guardando l’oceano circondata da una vegetazione con banani e palme e aprirli nel mezzo della foresta, passando da una sensazione di calore marino al freddo delle Ande al clima umido della selva.  Questa caleidoscopica vegetazione però ha delle ferite aperte sanguinanti gravissime. Una delle tante ferite, tra le più gravi, è legata alla condotta che nei precedenti anni ha avuto Texaco (ora Chevron) nell’Amazzonia ecuadoriana. Ricordiamo le lezioni di scienze in cui ci parlavano dell’Amazzonia? La foresta più grande al mondo? Circa 23 volte l’Italia? Area a più alta biodiversità del mondo? Ebbene, nella parte nord dell’Amazzonia ecuadoriana, Texaco ha estratto petrolio per la bellezza di 28 anni senza preoccuparsi minimamente degli effetti che tali attività stavano apportando al territorio; così facendo ha guadagnato circa 8500 milioni di dollari illegalmente, distruggendo e contaminando fiumi, sversando direttamente nel fiume milioni di galloni di acqua contaminata. Il tutto, ancora più grave, è stato il frutto di un disegno premeditato e di una pratica dell’impresa il cui obiettivo era quello di minimizzare i costi a discapito dell’ambiente e del comparto sociale di un intero territorio. Chevron ha distrutto non solo un tessuto naturale unico ma anche un tessuto sociale ricco di storia, cultura e tradizioni locali. Da quando l’impresa americana ha iniziato le sue attività nella selva la cultura dei popoli indigeni Cofanes, Sionas, Siekopai, Quechuas, Huaraníes, Shuar e anche dei Tetetes e Sansahuaris si è completamente estinta. Oggi, dopo tantissimi anni di sentenze legali (per le quali l’avvocato delle comunità coinvolte Pablo Fajardo ha anche vinto il premio Goldman per l’ambiente nel 2008) non c’è ancora giustizia per questo abominio.

 

Chevron ha abbandonato l’Ecuador nel 1992, eppure la storia recente non ci racconta episodi più gloriosi, come il caso dell’azienda Petroamazonas. A Pacayacu dove c’è il campo Petrolero Libertador con all’incirca 120 pozzi petroliferi sono stati contaminati 10 fiumi, danneggiate 30 comunità rurali che vivono nel territorio. In questa comunità tutto è contaminato: le acque di superficie, quelle sotterranee, le acque freatiche, pozzi domestici familiari, lagune fino all’acqua piovana. Secondo uno studio condotto da Acción Ecológica in collaborazione con la Clinica Ambiental di 23 campioni presi nei pozzi d’acqua di uso familiare 22 avevano elevata percentuale di idrocarburi policiclici aromatici. Logicamente devastanti sono le conseguenze sanitarie di tale contaminazione: sempre secondo uno studio delle due associazioni si stima che c’è una media di 2,43 malattie per persona e le più comuni sono relazionate con il consumo di acqua e con il lavoro in campo petrolifero. Sempre la stessa impresa ha operato e opera anche all’interno del Parco Nazionale Yasunì, paradiso in miniatura all’interno della paradisiaca foresta amazzonica, designato dall’UNESCO nel 1989 “Riserva della biosfera” per essere una delle regioni con la più alta biodiversità al mondo. Per capire di cosa stiamo parlando, questo pezzetto di mondo di 982 mila ettari contiene in un solo ettaro più specie di piante di quante ne contiene tutto il Nord America. Nonostante le premesse, dagli anni ‘70 a oggi si è estratto petrolio nel 60% di quello che era il Parco Nazionale e della restante parte già sono stati contaminati 90 mila ettari per mezzo di piattaforme petrolifere e strade. A oggi l’attenzione è tutta concentrata sui blocchi 31 e 43, cuore del Parco nazionale (per avere una visione generale qui c’è una mappa del Parco in cui vengono registrati gli incidenti).

 

Un’altra questione, che ci riguarda più da vicino, è la questione del Blocco 10. Unico blocco petrolifero in mano all’impresa italiana ENI (qui conosciuta con il nome Agip Oil Ecuador B.V., sua sussidiaria). La relazione prodotta da Eni sull’operato dell’azienda in Amazzonia acclama che “la strategia di Eni [..] ha come fine la promozione dello sviluppo sostenibile basato sul dialogo, la cooperazione e la volontà di integrazione nel contesto locale ” Eppure qui le popolazioni dicono tutt’altro. In un comunicato stampa molto recente (marzo 2018) Federico Katan, presidente della Fenash-P Federazione Shuar di Pastaza (la regione dell’Ecuador dove Eni lavora) ha affermato che nonostante sembri che l’impresa italiana abbia dichiarato che ci sia stata una consultazione preventiva della popolazione indigena per poter attuare le estrazioni petrolifere, alla Fenash-P non risulta e non risulta neanche alla popolazione del territorio. Per tale ragione le comunità stanno respingendo l’entrata della multinazionale sul loro territorio. La situazione è piuttosto grave visto che la consulta previa è obbligatoria per legge. L’articolo 57 della Costituzione Ecuadoriana garantisce e tutela i diritti delle nazionalità indigene a svilupparsi liberamente in accordo alle loro tradizioni e costumi; ad essere consultati e alla loro territorialità. In che modo tale diritto si concilia con il comportamento di ENI?

 

Purtroppo però il problema petrolifero non è l’unica piaga del paese: dall’estrazione mineraria alla palmicultura, dagli allevamenti intensivi all’urbanizzazione selvaggia l’Ecuador è un campo minato dell’inquinamento ambientale. Come riferito dall’Agenzia Ecologista il 15% del territorio nazionale, secondo fonti aggiornate a gennaio del catasto minerario, è in concessione a imprese minerarie. Più di 8000 concessioni di cui più della metà corrispondono a concessioni per miniere di metalli, in maggioranza miniere in grande scala. Tra i conflitti più rilevanti non si può non nominare il caso di Intag, diventato “famoso” soprattutto per i fenomeni repressivi (il presidente della comunità Javier è stato incarcerato per anni solo per essersi opposto e per aver difeso il territorio in cui viveva); quello del Rio Blanco, che oggi presenta un nuovo momento di tensione a causa della militarizzazione del territorio (per capire cosa sta succedendo c’è un bellissimo video realizzato da Yasunidos su questo argomento); oppure il caso del Progetto Minerario Mirador che prevede l’estrazione di 60000 tonnellate al giorno di minerali. Secondo quanto riferito dal Professore William Sacher dell’università Flacso di Quito, l’attuazione di tale progetto produrrebbe 10 milioni di tonnellate di rifiuti. In pratica il 98% della produzione del progetto sarebbe rifiuto. La situazione è ancora più critica però a causa dei rischi associati. Di fatti, come specificato dall’accademico, non ci sono i requisiti minimi che la scienza moderna esige per assicurare la sicurezza delle installazioni: mancano dati idrogeologici storici, fondamentali per la progettazione, così come mancano dati sismici della zona; la conseguenza è che lo studio di impatto ambientale presentato dall’azienda non tiene conto di queste gravi mancanze. Anche in questo caso, comune denominatore dei conflitti citati, ci sono stati gravi fenomeni repressivi e di sgombero della popolazione residente.

 

Il filo conduttore che collega tutti i conflitti raccontati (ma anche quelli che per brevità non sono stati nominati) è composto da contaminazione ambientale e sanitaria, sgomberi, repressione ma soprattutto lucha. Una lotta che quotidianamente popolazioni ancestrali, popolazioni indigene, associazioni, cittadini comuni portano avanti con fermezza per fermare lo sfruttamento del proprio territorio.

 

A modo nostro, anche noi, in Italia, lottiamo contro le conseguenze delle politiche energetiche, infrastrutturali e dei rifiuti distruttive vigenti nel nostro paese. Quello che, immergendomi in Ecuador, mi sembra che a volte manchi è la convinzione di aver ragione. Sia chiaro, non perché noi stessi non siamo convinti delle battaglie territoriali che portiamo avanti ma perché a causa dell’indifferenza generale, del poco interesse comune sulle questioni ambientali (ridotte solo a una questione di perdita di bellezza e non di diritti), degli occhi annoiati delle persone che ci circondano quando proviamo a raccontare perché è importante scendere in piazza perché non vogliamo che riattivino l’inceneritore di Colleferro, a volte succede che finiamo a parlarci tra di noi. Tra noi che abbiamo quello stesso interesse; quella stessa passione. Forse quello che dovremmo fare è ricordare e urlare al mondo circostante che non siamo noi quelli strani che combattono per queste cose; ma che sono loro ad aver perso il contatto con la realtà, con quello che conta davvero e con la propria territorialità; che il problema non sono io che non voglio mandare il curriculum a Eni o a imprese che devastano i territori prodigando solo belle parole sul loro operato, ma coloro che in nome del profitto, decidono di lavorare per tali imprese non curandosi (e a volte anche ignorando) quello che imprese nazionali e non stanno provocando in italia e in giro per il mondo; che essere fedeli ai propri ideali vale di più di qualsiasi fiorente stipendio.

 

Il giorno dell’arrivo della primavera ero a Quito. Per celebrare tale festività abbiamo partecipato a un rito indigeno che si chiama Mushuk Nina. Questo giorno è considerato per i popoli ancestrali come un’opportunità per entrare in connessione  con noi stessi, con la famiglia, con la natura, con il cosmo, con le piante e con le divinità. Il giorno non è stato scelto a caso: nei giorni di solstizio e dell’equinozio, dicono, c’è una maggiore concentrazione di energia nella terra. È un’occasione speciale in cui il sole emana luce senza produrre ombra (a causa della perpendicolarità dei raggi solari); durante il rito è possibile ricevere e canalizzare nel corpo umano tale luce che dovrebbe provocare una serie di effetti favorevoli per ristabilire l’armonia e per svegliare la coscienza delle persone. Io, cinica DOC, mi sono emozionata tanto. E non provavo una connessione del genere con la terra, con il suolo che quotidianamente calpesto per correre da una parte e l’altra, da un impegno a un altro, da tantissimo tempo. Forse a volte servirebbe solo fermarsi e pensarci un attimo.

 

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