G20: la riunione dei ‘grandi’ che non offre reali soluzioni 6 ottobre, 2009 | Redazione A Sud

“Il vecchio sistema di cooperazione economica internazionale è terminato”, ha annunciato il Primo Ministro inglese Gordon Brown, nel corso dell’ultimo  incontro del ‘Gruppo dei venti’. “Da oggi ha inizio il nuovo sistema. Secondo l’anlisi chhe segue, la prima parte di questa affermazione è parzialmente vera (si veda sotto). La seconda invece è solo fantasia.

Il Gruppo dei venti non è un sistema di cooperazione economica, non è nemmeno un consiglio direttivo, né un consiglio che dirige l’economia mondiale, che seleziona ai alcuni dei termini della strategia. Si tratta, piuttosto, di un foro in cui i presidenti di venti economie discutono di alcuni temi economici importanti, con una capacità molto limitata di implementare decisioni e politiche concrete.

Le istituzioni che possiedono tale capacità di imporre e far rispettare politiche economiche sono il Fondo Monetario Internazionale (FMI), la Banca Mondiale e l’Organizzazione Mondiale del Commercio (WTO). I primi due sono direttamente controllati dai paesi ricchi, in modo particolare dal Dipartimento del Tesoro degli Stati Uniti. La terza organizzazione, il WTO, che prende decisione che interessano centinaia di milioni di persone, non è completamente controllata dagli Stati Uniti e da altri paesi ricchi, questo perché la sua creazione è di mezzo secolo posteriore rispetto alle altre due.

I paesi in via di sviluppo dispongono di un potere formale che consiste nel potere di veto nel momento decisionale. Nonostante ciò, tale organizzazione continua ad essere dominata nella prassi dai paesi ricchi e, cosa ancor più importante, il suo sistema normativo tende a favorire tali paesi rispetto a quelli in via di sviluppo- specialmente per via del potere esercitato dalle multinazionali dei paesi ricchi. Per esempio, l’Accordo sui Diritti di Proprietà Intellettuale attinenti al Commercio (ADPIC, conosciuto con l’acronimo inglese TRIPs) è inequivocabilmente disegnato con il fine di estorcere denaro a fvore dei proprietari dei brevetti, come le grandi aziende farmaceutiche.

Tali fatti ci aiutano a porre il Gruppo dei venti nel giusto contesto. Primo, l’espansione del Gruppo degli otto al Gruppo dei venti costituisce poco più che un cambiamento simbolico. Come i paesi ricchi controllano le istituzioni con il vero potere – oltre al loro enorme potere economico internazionale, militare e la loro influenza diplomatica – il Gruppo dei venti continua ad essere più che mai il Gruppo dei sette con altri 13 paesi nel ruolo di ascoltatori (mi riferisco al G7 invece che al G8 perchè considero la Russia appartenente del gruppo degli altri paesi a medio reddito. I paesi ricchi ancora non hanno infatti ancora permesso alla Russia di incorporarsi al WTO).

Inoltre, il nuovo e accresciuto Gruppo dei sette non è nemmeno ciò che era 25 anni fa, in quanto al suo potere decisionale. Per esempio, nel 1985 cinque dei paesi del gruppo (USA, Francia, Inghilterra, Germania e Giappone) concordarono con gli Accordi del Plaza la svalutazione del dollaro. Traguardo reso possibile dall’intervento coordinato con le banche centrali. Il dollaro fu svalutato di un terzo del suo valore nel corso dei due anni successivi.

Oggi il dollaro è ancora sovrastimato e come risultato si è creato un disequilibrio mondiale particolarmente elevato, che il Gruppo dei venti, nella declamazione finale del 26 settembre, ha promesso di correggere. Tuttavia non c’è da sperare che vengano realmente messe in atto misure con tale fine.

Per il momento il governo degli Stati Uniti non assume una posizione logicamente coerente sul tema. Il Segretario del Tesoro, Tim Geithner, afferma che il Paese desidera un “dollaro forte”. Allo stesso tempo, il nostro governo si lamenta del mantenimento della svalutazione della moneta cinese. Queste due dichiarazioni sono tra loro in contraddizione da un punto di vista logico, considerando che una moneta cinese svalutata equivale a un “dollaro forte”. Inoltre senza un discesa del valore del dollaro – non solo in confronto alla moneta cinese ma anche alle altre- non possiamo sperare che i disequilibri del commercio mondiale si correggano (il deficit commerciale degli Stati Uniti è sceso di più della metà da quando ha avuto inizio la recessione, ma questo processo si invertirà quando l’economia riprenderà).

Una soluzione a questo problema richiederebbe, tra le altre cose, l’inclusione della Cina nel Gruppo dei sette, in una posizione di uguaglianza; pare tuttavia che questo non rientri nelle intenzioni dei componenti del Gruppo. L’economia cinese è attualmente la terza più forte al mondo (o la seconda, in base alla conversione della moneta).

L’FMI è l’istituzione più potente tra le istituzioni controllate dagli Stati Uniti e i suoi alleati ricchi, e attualmente conta all’incirca 59 accordi con i paesi a basso e medio reddito. Nella maggior parte di questi accordi sono state prescritte politiche economiche “pro-cicliche”, come tagli ai bilanci e svalutazione monetaria, misure che vanno ad aggravare l’impatto della recessione mondiale. Per molti anni i paesi in via di sviluppo hanno richiesto una maggiore partecipazione, con riferimento al diritto di voto, ma l’esigua redistribuzione (1.8%) del 2006 è risultata insignificante.

Nel summit tenutosi nell’ultima settimana di settembre, i leader hanno promesso una ridistribuzione del 5% delle azioni che conferiscono il diritto di voto, da parte dei  paesi che detengono maggiore potere decisionale verso quelli che dispongono di una minore rappresentanza. Non è tuttavia chiaro se questo accadrà. È stato riportato che i governi europei non si sono dimostrati molto propensi all’idea di rinunciare a parte della loro influenza, nonostante negli ultimi 65 anni non abbiano quasi mai votato contro le politiche di Stati Uniti e dell’FMI. Anche se questo 5% fosse redistribuito, comunque, gli equilibri di potere non verrebbero alterati. Gli Stati Uniti con il loro 27% delle azioni potranno esercitare il veto su qualsiasi decisione importante che, per essere approvata, richiede l’85% dei voti e quindi, assieme ai suoi alleati, potrà ottenere l’approvazione di tutto ciò che vorrà.

La maggior parte degli altri temi che il Gruppo dei venti include nell’ultimo documento o sono inadeguati,o dovrebbero essere implementati dai paesi stessi, a livello statale. Questo include le tanto necessarie riforme finanziarie e il tema degli stimoli economici.

A ciò si aggiunge la questione del debito da cui i paesi in via di sviluppo non sono ancora stati affrancati in maniera significativa, proprio quei paesi  dove la recessione ha portato milioni di persone sempre più vicine alla soglia della sopravvivenza. I prestiti sono meglio che nulla, anche se possono offrire solo una frazione delle entrate di capitali che i paesi poveri hanno perso come conseguenza della recessione mondiale, causata dagli stessi paesi ricchi. La  maggior parte dei paesi poveri però, è già eccessivamente indebitata per permettersi di aggiungerne di nuovi.

La riforma del sistema economico internazionale menzionata all’inizio è insomma, come evidente, ancora molto molto lontana.

Mark Weisbrot è direttore del Centro per la Ricerca Economica e Politica (Center for Economic and Policy Research, CEPR) a Washington, D.C. www.cepr.net. È inoltre presidente dell’organizazione Just Foreign Policy.

(questo articolo è stato pubblicato dal quotidiano The Guardian Unlimited del 27 settembre 2009).

Traduzione di Anna Bianchi

 

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