Il dramma ambientale del Delta del Niger. Intervista a Lucie Greyl 4 aprile, 2013 | Redazione A Sud

Gasnigeria[Intervista a Lucie Greyl di A Sud, di Andrea Salati per Dailystorm] Nell’ultimo periodo l’Ecowas con una sentenza storica ha ritenuto all’unanimità il governo nigeriano responsabile per gli abusi commessi dalle aziende petrolifere e il 30 gennaio Shell è stata condannata da un tribunale olandese in merito all’inquinamento di terreni adiacenti agli oleodotti. Sta cambiando qualcosa?

Da tempo ormai lo strumento legale costituisce un metodo per offrire visibilità a chi non potrebbe averla altrimenti, nonché una strategia per influenzare il comportamento delle multinazionali. Nel 2005 ad esempio, una sentenza dell’Alta Corte Federale della Nigeria ha sentenziato che la pratica del “gas flaring” dovesse cessare. Dopo questa sentenza sono state portate avanti numerose proposte legislative ma di fatto la situazione non è cambiata. La stessa Eni, pur avendo rivendicato più volte la cessazione dell’attività, di fatto ha lasciato tutto invariato.

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Il popolo Ogoni è il manifesto della devozione di un popolo alle proprie terre. Quanto a lungo potrà resistere senza il supporto di una comunità internazionale, apparentemente incapace di mettere in atto misure di sostegno alle popolazioni colpite?

Anche in questo caso la situazione è drammatica. Riporto un esempio emblematico. Nel 2004, a causa di una fuoriuscita di greggio da un oleodotto Shell, circa 1000 persone residenti a Goi (Ogoniland) furono sfollate e costrette a ripararsi nell’entroterra. A distanza di quattro anni, nel 2008, c’è stato un nuovo sversamento di 400.000 barili di greggio senza che nessuna bonifica nel frattempo sia stata attuata. Come se non bastasse, la scarsa consapevolezza sui rischi per la salute non aiuta le popolazioni a proteggersi e a mobilitarsi. Oggi, oltre ad un tasso di mortalità infantile molto elevato, nel Delta, l’aspettativa di vita è di soli 42 anni.

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Le drammatiche condizioni di vita delle comunità locali sono l’esempio tangibile del fallimento di un modello orientato all’accumulazione e allo sfruttamento, del tutto slegato dai concetti di “diritto” e “giustizia”. Quante responsabilità ricadono sul Governo locale?

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Sicuramente il modello economico è alla base del problema, tuttavia la Nigeria è strettamente dipendente dal settore petrolifero ed il governo ovviamente non rinuncerà ad una simile risorsa. Chiaramente emergono le criticità nel momento in cui la popolazione locale non ha alcun ritorno né in termini di benessere, né dal punto di vista economico. A tal proposito si sta discutendo in questi giorni una proposta di legge, la Petroleum Industry Bill, grazie alla quale, a detta del governo, verrebbe destinato il 10% delle entrate per le comunità e i governi locali. Purtroppo, come ci è stato riferito dall’organizzazione ERA(Environmental, Rights Action),  nella proposta di legge si afferma anche che in caso di sabotaggio degli impianti, a pagare sarà la comunità locale. Quello dei sabotaggi è un problema oggetto di un’ampia discussione nel paese. Spesso, nonostante la fuoriuscita di greggio sia dovuta a scarsa manutenzione degli impianti, è la comunità ad essere criminalizzata. Il rischio è che mediante questa legge, il peso economico del problema finisca col ricadere sistematicamente sulla popolazione.

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Parliamo del debito ambientale. Falde acquifere contaminate da idrocarburi, coltivazioni inondate dal greggio e aria rarefatta dal fenomeno del “gas flaring”. Se per caso lo sfruttamento dei territori finisse oggi stesso, ci sarebbero oggettivamente margini per un recupero della regione del  Delta?

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Purtroppo è così. Durante la nostra missione non solo abbiamo incontrato pochissimi animali ma ci siamo imbattuti in territori abbandonati da oltre 20 anni a causa della contaminazione. In questi luoghi non solo non è possibile pescare, ma nemmeno coltivare per il rischio di produrre alimenti dannosi per la salute. Si potrebbe bonificare l’intera regione qualora ci fossero le risorse economiche e la volontà politica, ma è necessario considerare che solo Ogoniland ricopre una superficie di 1000 km²   e il Delta, che si estende per 70,000 km² , ospita oltre 30 milioni di abitanti.

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Alla luce di quanto hai visto nella tua esperienza, cosa si potrebbe fare?

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Da parte di chi? Governo, società o multinazionali? In realtà di cose da fare ce ne sarebbero molte. Si  dovrebbero obbligare le multinazionali a rispettare le normative, si dovrebbe educare la comunità per renderla consapevole dei rischi come fa ERA da molti anni, ma soprattutto bisognerebbe intraprendere un percorso diverso. L’esempio del parco nazionale Yasuni in Ecuador in tal senso è la prova dell’esistenza di un’alternativa. Lasciare il petrolio nel sottosuolo per tutelare l’ambiente, la biodiversità e le popolazioni locali è stato finora possibile grazie ad enormi sacrifici da parte del governo. “Leave the oil in the soil” è diventato il manifesto delle popolazioni minacciate in Ecuador, in Nigeria e in diverse parti del mondo dall’attività estrattiva di greggio e per fortuna non si tratta solo uno slogan ma di un’alternativa da considerare.

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A questo punto è naturale chiedere una riflessione sulla politica energetica italiana…

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Di fatto il nuovo piano energetico nazionale prevede un’accelerazione riguardo lo sfruttamento dei combustibili fossili in particolare con nuove estrazioni offshore. La frontiera estrattiva degli idrocarburi sta investendo anche il resto dell’Europa. Non è stato fatto nessun passo avanti rispetto agli anni passati e continuiamo a sentir parlare di combustibili fossili nonostante in molti altri paesi la sostenibilità ambientale stia diventando un “must”. E’ quindi fondamentale importare il messaggio “Leave the oil in the soil” col sostegno delle molte associazioni che operano sul territorio come ad esempio i No Triv.

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VIDEO: La strada del petrolio di L. Greyl

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**Per maggiori informazioni e notizie sulla missione in Nigeria e sul Delta del Niger visita la pagina speciale sul sito di A Sud**

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