I due volti degli USA alla Cop23 17 novembre, 2017 | Redazione A Sud

REDAZIONE A SUD (5)[di Cecilia Erba per A Sud] È quantomeno particolare la posizione degli Stati Uniti alla Conferenza delle Nazioni Unite sul clima (COP23) di Bonn. La delegazione ufficiale, molto ridotta rispetto agli scorsi anni, rappresenta un governo che ha già annunciato il proprio ritiro dall’Accordo di Parigi, e un Presidente che ha più volte dichiarato di non credere che il riscaldamento globale e i cambiamenti climatici siano causati dalle emissioni umane.

 

Gli interessi messi al primo posto dall’attuale amministrazione americana sono dichiaratamente quelli delle società petrolifere e della lobby dei combustibili fossili. E così l’unico evento ufficiale organizzato dagli Stati Uniti ai margini della Conferenza, significativamente chiamato “Il ruolo di combustibili fossili più puliti ed efficienti e dell’energia nucleare per la mitigazione dei cambiamenti climatici”, ha visto rappresentanti dell’industria americana del carbone, del gas e del nucleare cercare di giustificare l’utilizzo di queste fonti di energia. L’evento è stato presieduto da George David Banks, assistente speciale di Trump per l’energia e l’ambiente, che ha apertamente dichiarato ai reporter di Climate Home News di non capire l’obiettivo di mantenere il riscaldamento globale sotto la soglia dei 2°C, e ha affermato che le priorità per il proprio governo sono la sicurezza energetica e la crescita economica.

 

L’evento tuttavia non si è svolto come anticipato: poco dopo l’inizio, tre quarti del pubblico si è alzato in piedi e ha iniziato a cantare, sulle note della famosa canzone patriottica americana God Bless the U.S.A. (dio benedica l’America), le parole “E così dici di essere americano, ma noi vediamo attraverso la tua avidità, che sta seminando morte nel mondo, per i soldi del carbone”. Subito dopo, i contestatori sono usciti, mentre il pubblico rimasto ha cominciato a rivolgere domande decisamente critiche e polemiche agli oratori.

 

Il tentativo del governo americano di promuovere i combustibili fossili non è quindi passato inosservato. “Promuovere il carbone a una conferenza sul clima è come promuovere il tabacco a un evento sul cancro” ha dichiarato Michael Bloomberg, ex sindaco di New York e attuale inviato speciale delle Nazioni Unite per le città e i cambiamenti climatici. Ma la reazione della società civile alla linea adottata dalla presidenza Trump fin dal suo insediamento va molto oltre questo singolo evento.

 

L’immagine più iconica della scissione che spacca il popolo americano è la presenza del padiglione della coalizione We Are Still In, Noi ci stiamo ancora, network formatosi spontaneamente dal basso subito dopo la dichiarazione di Trump di voler uscire dall’Accordo di Parigi e che raggruppa a oggi più di 2500 leader americani di municipi, governi statali, consigli di amministrazione aziendali e campus universitari. La coalizione, il cui padiglione è il più grande tra quelli presenti a Bonn, rappresenta quindi in totale oltre 127 milioni di cittadini dei 50 Stati americani e oltre metà del PIL statunitense, tanto che è stato calcolato che, se costituisse una nazione a se stante, sarebbe la terza economia più grande al mondo. I sottoscriventi si sono impegnati a continuare e rafforzare le proprie politiche di mitigazione e adattamento ai cambiamenti climatici tramite la riduzione delle emissioni, contribuendo allo sforzo globale per mantenere il riscaldamento ben al di sotto dei 2°C e promuovere la transizione verso le energie pulite.

 

L’amministrazione Trump rimane quindi sempre più isolata nella linea intrapresa rispetto ai cambiamenti climatici, sia a livello nazionale che internazionale. Proprio in questi giorni è uscito il Rapporto Speciale sulla Scienza del Clima, prima parte dell’analisi quadriennale sui cambiamenti climatici effettuata dal programma di ricerca americano sui cambiamenti globali, supervisionato dall’ufficio esecutivo del Presidente. Sorprendentemente, la Casa Bianca non ha interferito con la pubblicazione del rapporto (di cui alcune bozze erano già trapelate nei mesi scorsi), che afferma chiaramente che stiamo vivendo il periodo più caldo nella storia dell’umanità e che le attività umane sono la causa principale del riscaldamento globale. Le conclusioni non sono nuove, ma colpisce che vengano dall’interno di un governo che ha adottato una linea negazionista rispetto ai cambiamenti climatici e che sta, passo dopo passo, annullando le politiche delle amministrazioni precedenti per la riduzione dell’inquinamento e delle emissioni.

 

Anche a livello internazionale, gli unici due Paesi che non avevano ancora firmato l’Accordo di Parigi, ovvero Siria e Nicaragua, hanno annunciato nelle ultime settimane la decisione di sottoscriverlo, per cui gli Stati Uniti sono adesso la sola nazione al mondo che ne resta al di fuori. Le implicazioni geopolitiche di questa situazione rispetto al potere d’influenza della superpotenza americana meritano sicuramente un’analisi a parte. Nel frattempo, il clima che si respira a Bonn tra le delegazioni degli altri Paesi è la risoluzione a fare fronte unito nell’andare avanti sulla strada della riduzione delle emissioni, colmando il vuoto lasciato dagli Stati Uniti.

 

Ma è straordinaria soprattutto la mobilitazione internazionale della società civile, che unendosi alla coalizione We Are Still In ha manifestato in questi giorni a Bonn e in tutta la Terra chiedendo la fine dell’era dei combustibili fossili e la transizione verso un mondo più pulito e più rispettoso dell’ambiente.

 

 

Climate science special report: https://science2017.globalchange.gov/chapter/executive-summary/
Coalizione We are still in: https://www.wearestillin.com/

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