Honduras: nuovamente sospesa la costituzione 29 settembre, 2009 | Redazione A Sud

da Carta.org – Per 45 giorni in Honduras sono sospese la libertà personale, di espressione, di circolazione e di associazione, e anche i diritti dei detenuti. Cacciata la delegazione dell’Osa che domenica si è recata nel paese per tentare una mediazione, minacciato il Brasile. Zelaya chiama la società civile alla mobilitazione, almeno tre i manifestanti uccisi.

Il governo golpista dell’Honduras, fra sabato e domenica, ha mostrato la sua faccia all’opposizione interna e alla comunità internazionale. Per 45 giorni nel paese sono state sospese la libertà personale, di espressione, di circolazione e di associazione, e anche i diritti dei detenuti [alcune centinaia dei quali sono rinchiusi nei due stadi della capitale, Tegucigalpa].

Il governo golpista ha inoltre ordinato lo sgombero di tutte le istituzioni pubbliche occupate dai manifestanti, l’arresto delle persone considerate sospette, il coprifuoco; ha vietato le riunioni pubbliche non autorizzate e ha ordinato ai mezzi d’informazione di non pubblicare articoli che vadano contro «le risoluzioni del governo» o possano alterare «il rispetto della pace e l’ordine pubblico».

Domenica poi è stato impedito l’ingresso in Honduras di quattro funzionari dell’Organizzazione degli stati americani [Osa]. Il ministro degli Esteri golpista, Carlos Lopez, ha spiegato che la crisi in corso «è affare interno dell’Honduras».

Una decisione «incomprensibile» per José Miguel Insulza, segretario generale dell’Osa, che «mette seriamente in difficoltà gli sforzi per promuovere la pace sociale e la ricerca di soluzioni». Le relazioni con Spagna, Messico, Argentina e Venezuela sono interrotte. Micheletti ha anche lanciato un ultimatum di dieci giorni al Brasile, che ospita Zelaya nella sua ambasciata in Honduras da lunedì scorso, affinché definisca entro dieci giorni «lo status» del presidente. Lula ha risposto che il suo paese «non si farà intimidire da un governo di golpisti».

Il decreto, emanato lo scorso 22 settembre nel Consiglio dei ministri e pubblicato sabato nella Gazzetta ufficiale, è stato motivato dagli «atti di violenza» attribuiti ai sostenitori di Zelaya. Nella notte le disposizioni sono state annunciate a tutto il paese tramite radio e televisione. Nel precisare che le forze armate sono autorizzate a sostenere la polizia «per garantire l’ordine», il decreto prevede «l’arresto di chi viene trovato fuori dall’orario previsto per la circolazione, o di chi venga considerato in qualche modo sospettato di poter danneggiare le persone o i beni». Alcune reti radio e tv, prosegue il decreto, «stanno diffondendo odio e violenza contro lo Stato, lanciando appelli all’insurrezione popolare.

La Commissione per le telecomunicazioni è quindi autorizzata, tramite la polizia e le forze armate, a sospendere ogni radio, tv o via cavo che non rispetti i programmi dettati dalle presenti disposizioni». Le prime a «cadere» sono state l’emittente Canal 36 e Radio Globo, più volte in queste ultime settimane oscurate con l’accusa di diffondere le notizie dei sostenitori a favore di Zelaya: ieri sono state chiuse.

Secondo il New York Times si tratta di «mosse disperate». Comunque, sono decisioni che gettano il paese nel terrore e colpiscono i manifestanti a favore del presidente deposto, che dal giorno del golpe hanno organizzato cortei quotidiani in tutto il paese nonostante la repressione e il coprifuoco.

Contattato da Radio Globo prima della chiusura, il presidente deposto Manuel Zelaya ha definito questi provvedimenti «una barbarie che indigna» e ha rivolto un appello al Parlamento perché sospenda il decreto e ai deputati perché tornino «al dialogo». Zelaya ha poi chiamato i suoi sostenitori «alla resistenza civile».
Il Fronte nazionale della resistenza contro il golpe, rete che riunisce diversi movimenti della società civile, ha denunciato la morte di studentessa universitaria, uccisa dai gas lacrimogeni respirati mercoledì scorso proprio davanti all’ambasciata brasiliana a Tegucigalpa, e che erano stati lanciati da polizia ed esercito per disperdere i manifestanti. Salgono così a tre le vittime accertate da quando, la settimana scorsa, il presidente è rientrato a sorpresa nel paese dopo 86 giorni di esilio forzato.

 

di Linda Panco

Carta.org

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