Grandi opere: non è questa la V.I.A. 31 marzo, 2017 | Redazione A Sud

Insieme a molte altre realtà che si occupano di ambiente e salute abbiamo lanciato un appello a rivedere il nuovo decreto sulla V.I.A. presentando una critica globale a quello che potrebbe trasformarsi in uno strumento di garanzia per quanti vorranno venire a trivellare sul nostro territorio, ma abbiamo anche presentato un lungo elenco di osservazioni puntuali su vari punti di criticità del decreto.

 

IL DOSSIER

 

Roma, 29/03/2017

Al Presidente della Repubblica

Al Ministero dell’Ambiente

Al Ministro dei Beni e delle Attività culturali

Ai Presidenti delle Commissioni Ambiente di Camera e Senato

Ai Parlamentari del Parlamento Italiano

Ai Presidenti della Regioni

Agli Assessori all’Ambiente delle Regioni

All’ANCI

Alla Commissione Europea Autorità Nazionale Anti-Corruzione

Ai Consiglieri regionali

 

OGGETTO: nuove procedure di Valutazione di Impatto Ambientale – rapporto Stato-regioni – qualità ambientale e tutela della Salute – richiesta di radicale modifica della proposta del Governo di recepimento della Direttiva 2014/52/UE

 

Siamo organizzazioni che da decenni operano in tutta Italia nel campo della tutela dell’ambiente e della salute, partecipando attivamente alla vita civica del paese. Abbiamo spesso evitato scempi e gravi danni al territorio e alla salute dei cittadini frutto di scelte errate e spesso scellerate degli amministratori.

 

Siamo venuti a conoscenza della proposta di Decreto predisposta dal Governo per il recepimento della Direttiva 2014/52/UE con modifiche al D.lgs.152/2006 “Norme in Materia Ambientale” (noto come Testo Unico dell’Ambiente) che ora è al vaglio della Conferenza Stato-Regioni e delle Commissioni parlamentari.

 

Vogliamo esprimere la più profonda amarezza ed indignazione per i contenuti del tutto inaccettabili della proposta di Decreto; si guarda con evidente fastidio alla partecipazione dei cittadini e degli enti locali alle scelte che interessano i territori dove essi vivono e viene alterato anche il rapporto tra Stato centrale e regioni. Enti locali e cittadini addirittura perdono del tutto la possibilità di intervenire per ben 90 categorie progettuali, dagli impianti estrattivi a quelli dei rifiuti, passando per una moltitudine di altre tipologie di opere. L’elenco dettagliato è alla fine della parte tecnica del presente documento.

 

Un provvedimento che possiamo definire in diversi passaggi foriero di corruzione per i vantaggi che offre ai funzionari pubblici infedeli e ai privati meno attenti, a chi vuole sfruttare l’ambiente illecitamente e abusivamente mettendo a rischio la salute delle persone e la qualità del territorio. Un vero e proprio vantaggio di posizione che, tra l’altro, minerebbe alla base la libera concorrenza in quanto penalizzante per le aziende più corrette che verrebbero costrette ad una competizione al ribasso.

 

Oltre a contenere diverse palesi violazioni della Costituzione e della stessa Direttiva Comunitaria che sulla carta vorrebbe recepire, in almeno un passaggio il Decreto, se approvato in questa versione, sovvertirebbe addirittura lo Stato di Diritto, con i funzionari dell’apparato amministrativo che potranno ignorare le decisioni dei tribunali amministrativi. Inoltre si propugnano addirittura metodi anti-meritocratici per la selezione dei soggetti che dovrebbero decidere e valutare le opere che possono avere impatto su salute ed ambiente.

 

Crediamo che questo paese non meriti tutto ciò, dopo decenni di depredazione dei territori con le devastazioni, i dissesti e la diffusa inottemperanza degli standard comunitari per acqua, aria e suolo che sono sotto gli occhi di tutti proprio a causa dell’incuria della classe dirigente che non ha ascoltato la voce dei cittadini organizzati che quasi sempre si è rivelata più lungimirante.

 

Basti pensare che le forze politiche che si sono succedute alla maggioranza di Governo di questo paese per anni, davanti ai conflitti sociali sulle grandi opere, hanno richiamato – a parole – l’importanza del dibattito pubblico preventivo. Peccato che non l’abbiano mai praticato nonostante sia previsto dal 2006 proprio nel Testo Unico dell’Ambiente! Ecco, ora che la Direttiva Comunitaria intende aumentare la dose di partecipazione nel sistema, la bozza di Decreto svilisce ulteriormente sia questo strumento che altri che potrebbero garantire un’ampia partecipazione degli enti locali e delle comunità alle decisioni. Sono tanti i cittadini che vogliono poter esprimere la propria posizione, come hanno dimostrato lo scorso 4 dicembre 2016 con l’enorme partecipazione al Referendum costituzionale. Tra l’altro hanno detto No alla riforma costituzionale che voleva cambiare proprio l’Art.117 proponendo un ulteriore accentramento dei poteri e delle competenze.

 

Questo decreto non prende atto della lezione data dai cittadini il 4 dicembre 2016 e persegue gli stessi obiettivi di quella riforma bocciata.

 

Qui di seguito passiamo velocemente in rassegna le principali criticità, rimandando al documento tecnico allegato alla fine del presente documento per un’analisi approfondita punto per punto con alcune delle numerose proposte che la nostra esperienza diretta ha maturato in questi anni in materia di procedimenti valutativi di carattere ambientale.

 

Vedrete che le nostre indicazioni non verteranno sulla questione dei tempi certi delle procedure perchè in questi anni siamo noi per primi ad aver accusato il Ministero dell’Ambiente delle inaccettabili lentezze nell’esame dei progetti, visto che vogliamo l’immediata definizione dei procedimenti. Non ci spaventa il confronto ma vogliamo che il paese si comporti in maniera adulta e matura. Altri, invece, per imporre dall’alto scelte illogiche e poco fondate che non saprebbero spiegare, introducono nel Decreto numerosi sotterfugi ed escamotage per eliminare il confronto alla radice; un provvedimento che mostra anche gravissimi limiti culturali e etici. La politica non dovrebbe fermarsi a stigmatizzare a parole le lungaggini ministeriali nella definizione degli esiti dei procedimenti ma dovrebbe prendere provvedimenti concreti contro i dirigenti politici ed amministrativi che le hanno determinate. I ritardi non possono essere certo strumentalizzati proprio da chi li ha causati proponendo norme anti-democratiche che uccidono quel dibattito serio ed approfondito sulle opere e sulla loro reale utilità che non può che migliorare la nostra democrazia e la stessa economia evitando gli sperperi e i danni che abbiamo visto in questi anni sui nostri territori.

 

Siamo disponibili ad un confronto, anzi, lo chiediamo, affinchè possiate comprendere tutti i gravissimi limiti di questo provvedimento che deve essere assolutamente modificato pena l’ulteriore decadimento della vita pubblica nel nostro paese.

 

Qui sotto riepiloghiamo le principali criticità rinviando al documento tecnico allegato l’esame “comma per comma” della bozza di Decreto predisposta dal Consiglio dei Ministri e trasmessa al Parlamento.

 

V.I.A. IN SANATORIA E I CANTIERI CONTINUANO ANCHE IN CASO DI ANNULLAMENTO DEL T.A.R. DEI PROVVEDIMENTI AUTORIZZATORI.

Il Decreto prevede di poter accedere in qualsiasi momento e per qualsiasi tipologia di opera alla V.I.A. “in sanatoria”, anche “postuma”. Addirittura si prevede la possibilità di continuare i lavori anche se “scoperti” a realizzare un progetto (una cava, un gasdotto ecc.) senza V.I.A. oppure quando il parere V.I.A., se esistente, è stato sospeso o annullato del Tribunale Amministrativo Regionale o in auto-tutela dall’ente che lo ha rilasciato! Il tutto con eventuali sanzioni ridicole di decine di migliaia di euro a fronte di opere che portano guadagni in alcuni casi miliardari.

 

PER 90 CATEGORIE DI OPERE NIENTE PARTECIPAZIONE DEI CITTADINI

La Verifica di Assoggettabilità a V.I.A. (V.A.), che oggi è un primo filtro per impianti di rifiuti, cave ecc. praticamente diventerà un orpello. Infatti è stata eliminata completamente la fase di partecipazione per i cittadini ed enti locali, che oggi hanno 45 giorni per presentare le osservazioni. Avverrà solo la pubblicazione sul WEB dello scarno documento di “studio preliminare ambientale” da parte del proponente, senza ulteriori elaborati. Da quel momento entro 60 giorni l’ente competente si deve esprimere.

 

La decisione del Ministero dell’Ambiente potrà avvenire anche entro un’ora senza che nessun cittadino o ente locale possa avere anche solo il tempo per accorgersi del deposito del progetto. A quel punto rimarrebbe solo il T.A.R., peraltro sempre con la possibilità di vedere proseguire i cantieri anche in caso di vittoria davanti al tribunale! Una procedura totalmente illegittima in quanto la Convenzione di Aarhus, ratificata dall’Unione Europea e dall’Italia con la legge 108/2001, prevede all’Art.6 che per tutti i progetti che possono avere impatti potenziali sull’ambiente, anche non sottoposti a V.I.A., deve essere assicurata la possibilità e tempi congrui per il deposito di osservazioni da parte dei cittadini.

 

NIENTE VALUTAZIONI SUGLI IMPATTI SUL PATRIMONIO CULTURALE E SULLA SALUTE

Diversamente da quanto accade oggi, il decreto del Governo non prevede più che nello Studio preliminare ambientale per la Verifica di Assoggettabilità si indichino quali effetti il progetto da realizzare produca sul patrimonio culturale sebbene il decreto dichiari che la VIA debba individuare, descrivere e valutare gli impatti ambientali anche sul patrimonio culturale. Pertanto potranno essere esclusi dalla successiva fase di V.I.A. interventi dal pesante impatto sui beni culturali. Inoltre non vi è alcun riferimento ai potenziali impatti sulla salute.

 

Inoltre l’ambito di applicazione della Valutazione di Impatto Sanitario, oggi prevista solo per le grandi centrali termiche, deve essere ampliato affinchè siano valutati tutti quei progetti che possono avere un impatto sulla salute dei cittadini.

 

TRADITI LO SPIRITO E LE NORME DELLA DIRETTIVA COMUNITARIA SU PARTECIPAZIONE, CORRUZIONE, QUALITÀ DEGLI STUDI E CONFLITTO DI INTERESSE

La direttiva comunitaria sulla V.I.A. è stata modificata nel 2014 per garantire:

-la valorizzazione della partecipazione dei cittadini alle scelte per evitare che si discuta dopo con l’aumento dei conflitti;

-la trasparenza a tutti i livelli grazie anche alle tecnologie digitali;

-la prevenzione dei conflitti di interesse e della corruzione;

-la qualità nelle procedure e nelle scelte attraverso una verifica delle competenze di enti e redattori degli studi di impatto.

Il Decreto va nella direzione esattamente opposta! Basti pensare alla ulteriore chiusura della Commissione VIA nazionale all’ascolto dei territori (non è stata neanche prevista la possibilità di audizioni!), con un ulteriore sbilanciamento a sfavore delle istanze dei cittadini (visto anche l’accentramento di ulteriori competenze) e la totale disattenzione posta al tema dell’inchiesta pubblica che pure in alcune regioni aveva iniziato a dare i suoi frutti.

 

OPERE DA MILIARDI VALUTATE SUGLI SCARNI ELABORATI DELLO STUDIO DI FATTIBILITÀ

La V.A. e la V.I.A. si faranno su elaborati progettuali del livello di dettaglio dello “studio di fattibilità”. Oggi per la procedura di V.I.A. si deve depositare il progetto definitivo con dettagli importanti ai fini delle analisi. Con questo decreto i cittadini e gli enti potranno quindi partecipare al procedimento avendo in mano solo “quattro schizzi” privi di dettagli tecnici fondamentali per verificare gli impatti oppure, come sta accadendo frequentemente, per accorgersi di eventuali abusi già fatti.

 

COMMISSARI V.I.A. SCELTI SENZA CONCORSO

I commissari della commissione VIA nazionale saranno scelti dal Ministro espressamente “senza fare ricorso a procedure concorsuali”, alla faccia della Costituzione. Hanno introdotto questa specifica dopo il parere contrario della Corte dei Conti proprio sulle nomine del Ministro Galletti per la nuova commissione V.I.A., bocciatura avvenuta proprio per l’assenza di criteri selettivi. Inoltre è sempre il ministro che nomina la segreteria tecnica composta da funzionari a supporto della commissione VIA nazionale. Il controllo partitico diventerà totale.

 

MOLTE CATEGORIE DI OPERE DIVENTANO DI COMPETENZA STATALE

Diverse categorie di progetti energetici, infrastrutturali, di impianti (cave ecc.) passano dalla competenza regionale a quella nazionale per sottrarli all’influenza delle comunità che più facilmente fanno sentire la propria voce con le istituzioni locali. Si cerca così di superare surrettiziamente l’esito referendario del 4 dicembre, quando è stata bocciata anche la riforma dell’Art.117 della Costituzione che prevedeva un forte accentramento.

 

MANCATO COORDINAMENTO DELLE PROCEDURE DI VALUTAZIONE DI INCIDENZA AMBIENTALE

Tra i principi e criteri direttivi della legge delega c’è anche quello della “semplificazione, armonizzazione e razionalizzazione delle procedure di valutazione di impatto ambientale anche in relazione al coordinamento e all’integrazione con altre procedure volte al rilascio di pareri e autorizzazioni a carattere ambientale”. Il recepimento della Direttiva doveva essere l’occasione per coordinare veramente le procedure valutative con particolare riferimento alla V.INC.A. visto che, almeno teoricamente, dovrebbe essere uno dei capisaldi delle politiche comunitarie in materia di tutela della Biodiversità. La Commissione Europea ha aperto la Procedura Pilot 6730/14/ENVI proprio per la scarsa (o nulla) qualità degli studi e delle valutazioni che riguardano migliaia di siti Natura2000 in Italia (e il 10% del territorio nazionale). I gravi limiti del D.P.R.357/97 potevano essere affrontati e risolti in questa sede ma nulla è stato previsto.

 

I PROGETTI ESCLUSI “D’IMPERIO” DALLA V.I.A.

Il Ministro dell’ambiente potrà, in casi eccezionali, e previo parere del Ministro dei beni culturali, esentare in tutto o in parte la realizzazione di un progetto dalla valutazione di impatto ambientale, qualora l’applicazione della procedura di VIA incida negativamente sulla finalità dello stesso progetto, a condizione che siano rispettati (non si sa bene come) gli obiettivi della normativa nazionale ed europea in materia di valutazione di impatto ambientale. Si tratta di un “potere” di non poco conto, in quanto in questo modo si accorda al Ministro dell’ambiente un potere pressoché discrezionale, che si riassume nel far prevalere le ragioni delle finalità dei progetti da realizzare sulle ragioni della tutela ambientale. Eccezionale, infatti, sarà quel caso che il Ministro riterrà essere tale. Vero è che questa possibilità è contemplata dalla direttiva europea che il Governo sta attuando con il suo decreto; ma si tratta appunto di una facoltà e non di un obbligo. Aggiungiamo che il decreto del Governo deve rispettare i principi e i criteri direttivi fissati dalla legge delega del Parlamento (Legge n. 114/2015), tra i quali il “rafforzamento della qualità della procedura di valutazione di impatto ambientale”. E l’attribuzione di un potere discrezionale di quel tipo in capo al Ministro finisce per vanificare la volontà espressa dal Parlamento attraverso la sua legge.

 

L’ESCAMOTAGE PER NON FAR SMONTARE PIATTAFORME E RELATIVI GASDOTTI E OLEODOTTI SOTTOMARINI A FINE VITA

In primo luogo all’Art.25, “Disposizioni attuative” si prevede un escamotage per evitare a fine produzione alle multinazionali di dover smontare le piattaforme oggi esistenti (o quelle ancora da costruire) nonchè gasdotti e oleodotti sottomarini a queste connessi. Infatti al comma 6 si prevede un Decreto del Ministro dello Sviluppo, di concerto con il Ministro dell’Ambiente, con semplice parere della Conferenza tra Stato e regioni, con cui si prevedono le “linee guida per la dismissione mineraria o destinazione ad altri usi delle piattaforme per la coltivazione di idrocarburi in mare e delle infrastrutture connesse”. Già immaginiamo i mille e fantasiosi usi che verranno proposti per queste strutture. Un vantaggio di centinaia di milioni di euro, visto che ci sono decine di piattaforme da smantellare e centinaia di chilometri di tubazioni posate sul fondo marino da bonificare. Materiali che rilasciano sostanze nel nostro mare.

 

DECISIONI SUI PROGETTI PETROLIFERI E LA PROSPEZIONE CON AIRGUN SENZA ALCUN CONFRONTO CON ENTI LOCALI E CITTADINI

Attualmente il Testo Unico dell’Ambiente D.lgs.152/2006 prevede che tutte le attività del settore siano sottoposte direttamente a Valutazione di Impatto Ambientale, dalla prospezione in mare con la tecnica dell’airgun fino alla coltivazione dei giacimenti, passando per lo scavo dei pozzi, con una fase pubblica di 60 giorni per cittadini ed enti locali per depositare osservazioni. Sui progetti di airgun, ad esempio, ci sono sempre decine di osservazioni di enti e associazioni e un dibattito fortissimo. Proprio come deve avvenire in uno stato democratico avanzato!

 

Le direttive comunitarie sulla VIA che si sono succedute, compresa l’ultima, la 52/2014/UE, hanno previsto due liste di progetti. Quelli inseriti nella prima devono sempre fare da subito la V.I.A. completa. Per quelli inseriti nella seconda la Direttiva demanda allo Stato membro di decidere se fare direttamente la V.I.A. o effettuare prima una verifica di assoggettabilità a V.I.A. (screening) sulla base delle condizioni specifiche del proprio territorio e anche della sensibilità della popolazione sugli specifici temi. In Italia sulla questione petrolifera negli ultimi anni c’è stata una fortissima mobilitazione di enti e cittadini.

 

In un paese estremamente vulnerabile per i rischi ambientali, da quello sismico a quello idrogeologico, con problemi rilevanti per la qualità dell’aria e dell’acqua, con una densità di popolazione molta alta, beni artistici diffusi, in un territorio unico per le produzioni enogastronomiche, uno si aspetterebbe la massima cautela. Per una volta era accaduto! Infatti si è optato per un regime rigoroso e cautelativo, sottoponendo anche alcuni progetti della seconda lista, le prospezioni con airgun o esplosivi, e tutti i progetti di coltivazione di idrocarburi liquidi e gassosi, a V.I.A. diretta.

 

Oggi il Governo, modificando gli allegati del Testo Unico dell’Ambiente, sceglie di abbassare le tutele invece di confermarle o aumentarle scegliendo per decine di progetti di fare prima lo screening, togliendo pure il contraddittorio con cittadini, associazioni ed enti locali.

 

Tutte le prospezioni, sia con airgun in mare sia con esplosivi, e i progetti petroliferi di coltivazione di giacimenti con produzione fino a 182.500 tonnellate di petrolio o 182 milioni di Mc di gas annua, cioè praticamente la gran parte di quelli del paese, invece di fare la V.I.A. come avviene oggi potranno partire con il semplice screening, con l’aggravante che non vi è la fase di partecipazione. Solo eventuali nuovi pozzi dovranno fare la V.I.A. diretta.

 

Esistono numerosi giacimenti in cui i pozzi sono stati scavati nel passato e vi è la procedura di V.I.A. in corso per la sola coltivazione. Ad esempio, a Comacchio, a S. Maria Nuova nelle Marche oppure a Bomba in Abruzzo. Non è che siccome i pozzi ci sono già non esistono più problemi ambientali potenziali derivanti dalla coltivazione del giacimento. Anzi! La fase estrattiva può avere effetti enormi in aree densamente abitate e delicate dal punto di vista ambientale (Comacchio è sito UNESCO!), dalla subsidenza alla sismicità indotta, passando per la modifica della qualità delle acque, alla gestione dei rifiuti prodotti. Le sole acque di produzione possono ammontare a milioni di mc. Ecco, le nuove procedure per questi progetti partiranno dal solo screening senza contraddittorio mentre le procedure di V.I.A. già in essere potranno essere pure riconvertite nel procedimento più favorevole!

 

Certi di riscontro, cogliamo l’occasione per porgere i nostri migliori saluti.

 

SEGRETERIA DEGLI ADERENTI DOVE INVIARE EVENTUALE DOCUMENTAZIONE:

Forum Italiano dei Movimenti per l’Acqua – Ass. Acqua Bene Comune, Via S. Ambrogio 4, 00186 Roma E-MAIL: segreteria@acquabenecomune.org PEC: associazioneacquabenecomune@pec.it INFO: 3683188739, 3295315090

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