Geopolitica dell’energia: questione di clima 8 dicembre, 2014 | Redazione A Sud

energia[di Mario Agostinelli, Inchiesta | Novembre 204]

 

 

Il cambio di paradigma energetico è irreversibile

Hermann Scheer sosteneva che la sfida energetica del XXI secolo si sarebbe giocata tra atomo e sole, in un anticipo ridotto all’essenziale dello scenario entro cui la geopolitica deve far i conti con la sfida per la sopravvivenza della biosfera. Un mondo vivente – soffocato da protesi artificiali di cui l’uomo si è circondato e che ha industrialmente prodotto e irresponsabilmente non smaltito – minacciato dal cambiamento climatico e dall’impossibilità di reintegrare nei cicli naturali la materia messa a merce, a consumo. Di conseguenza, produzione e consumo, debitrici nei confronti dell’energia in ogni fase di trasformazione consapevolmente organizzata, sono oggi esposte soprattutto a valle oltre che a monte: non solo le fonti fossili sono in via di esaurimento, ma le loro emissioni provocano un insopportabile innalzamento della temperatura globale.

 

 

La lotta per l’accaparramento delle risorse, da sempre risolta attraverso conflitti militari e “accordi” asimmetrici dovuti alla disparità economica dei contraenti, si deve misurare oggi con la responsabilità di assicurare salute, riproduzione e garanzia di conservazione della specie. Il che richiede cooperazione politica, riorganizzazione sociale e convergenza di “stili di vita”: un ribaltamento rispetto alla competizione che agisce nell’arena globale del mercato. Nella geopolitica dell’energia le armi non bastano più. Il sistema energetico, e questa è la novità epocale, deve affrontare questioni di lungo termine, prima di rispondere a pressioni immediate come la immediata convenienza economica o l’esclusività nel disporre di risorse strategiche, che, altrimenti, ne provocherebbero la rottura. Obama non potrebbe più impunemente oggi affermare, seppure lo volesse, che “lo stile di vita degli americani non è negoziabile”, come sostenne Bush per giustificare la guerra per il petrolio iracheno, a dispetto della necessità di ridurre le combustioni nocive.

 

 

Se allora vogliamo interpretare nella sua complessità il groviglio della questione energetica, dobbiamo rifarci alla concomitanza di più eventi: il progressivo esaurimento dei fossili  convenzionali, il raggiungimento di una soglia di emissioni di gas climalteranti oltre la quale le conseguenze per la vita sarebbero irreversibili – oltretutto con costi economici di riparazione assai più elevati di quelli di prevenzione – l’impossibilità di occupare militarmente territori in cui si concentrano le risorse tradizionali, tanto vasti e così distanti tra loro da richiedere una spesa in armamenti superiore al vantaggio della loro sottomissione.  E’ questo triplice contesto, a cui non si può più sfuggire, quello in cui si riposiziona il futuro di fonti di energia profondamente mutate rispetto a quelle che hanno operato dalla rivoluzione industriale fino ad oggi, al punto da provocare un sorprendente mutamento nel sistema energetico mondiale, dall’esito ancora imprevedibile, ma sicuramente divergente da quello attuale.

 

 

Per quanto riguarda le fonti a disposizione, che analizzeremo in seguito con maggior  dettaglio, la tecnologia nucleare mostra limiti insormontabili, soprattutto per l’eredità di scorie radioattive non risanabili e per ineliminabilità già all’atto della progettazione di incidenti catastrofici; la riduzione dei prezzi dei fossili, compresi quelli non convenzionali, non si stabilizza nel lungo periodo – anzi, i vincoli alle emissioni ne ridurranno comunque la compatibilità con uno sviluppo desiderabile – e incorre nel rischio di bolle finanziarie, perché sempre più elevati sono i costi attuariali di estrazione, combustione e trasporto; l’estensione di grandi bacini idroelettrici incide radicalmente sul clima locale e comporta grandi emissioni di metano per la macerazione della vegetazione sommersa; le tecnologie rinnovabili decentrate  (sole + vento + geo + idro + biomasse), pur limitate da una relativa discontinuità, sono sfruttabili direttamente in pressoché ogni angolo del mondo e stanno raggiungendo la “grid parity” a ritmi fino a un decennio fa impensabili. Se certamente nel lungo periodo si riproporrà l’antitesi atomo-sole, in questa fase di transizione la partita si gioca tra l’estrazione di fossili non convenzionali (da scisto (“shale ) in particolare) e la diffusione capillare di impianti alimentati da fonti naturali.

 

 

La lente del fabbisogno energetico sulle guerre in corso

Continua a stupirmi una lettura episodica di eventi manifestamente collegati al modello energetico che si regge sulle fonti fossili e sulla concentrazione di potenza degli impianti di produzione. E mi inquieta la scarsa propensione dei media nel collegare eventi distruttivi e guerre a questo stesso modello e agli interessi delle corporation che lo alimentano. Geopolitica contro biosfera: ecco il nodo del conflitto tra fossili e rinnovabili; guerre contro relazioni e comportamenti sostenibili; controllo dell’informazione contro pluralismo e democrazia. Questi conflitti vengono raramente portati alla luce per quel che sono, come dimostrano gli esempi che seguono

 

 

Come si fa a pensare che la questione ucraina possa spacciarsi per una adesione alla “democratica” Unione Europea contro il ritorno del “dispotico” impero russo? Chiedetelo a Schroeder, che da cancelliere socialdemocratico della Germania è passato a amministratore di Gazprom senza rimorso alcuno! Victoria Nuland, vice Segretario di Stato per gli affari europei parla esplicitamente di una lotta tra Europa e Stati Uniti, terrorizzati – questi ultimi – da un’alleanza geopolitica tra Germania, Francia e Russia all’interno della transizione energetica in corso, che bloccherebbe le esportazioni di shale gas e carbone a cui gli USA aspirano. Harry Phibbs – il principale columnist del web di Conservative Home – ricorda che “lo scorso novembre ci fu un accordo di coproduzione da 10 miliardi dollari per il gas da scisto nel sottosuolo della regione di Donek e ai confini con la Crimea, firmato dall’Ucraina con la Chevron, che faceva seguito ad un precedente, simile accordo con la Royal Dutch Shell”. La realtà è che da tempo l’Ucraina punta a diventare, da problematico paese di transito del gas russo, a paese produttore di shale gas, sostenuto dagli Stati Uniti.

 

 

A tre anni dalla tragedia, Fukushima non sembra determinante quanto lo era stata Chernobyl trenta anni fa. Chi ha messo il silenziatore all’opinione pubblica mondiale? E come mai l’energia nucleare torna saldamente nelle agende politiche di molti paesi, con proiezioni per nuovi impianti simili o superiori a quelli dei primi anni del nucleare? Con 70 reattori in costruzione in tutto il mondo di oggi, altri 160 o più programmati a venire durante i prossimi 10 anni e centinaia di impianti in cantiere, l’industria nucleare globale sta chiaramente avanzando con forza. La maggior parte dell’aumento della capacità (oltre l’80%), verrà concentrata nei paesi che già utilizzano il nucleare e posseggono armamenti nucleari. C’è quindi una rinnovata saldatura tra impianti di produzione di elettricità dall’atomo e il rinnovo degli arsenali militari strategici.

 

 

Tutta l’area del Medio Oriente e la zona caspica fino all’Afghanistan sono notoriamente fronti di guerra per gas e petrolio tradizionale. Pochi invece conoscono la “guerra” in corso per bloccare lo sviluppo delle rinnovabili, agendo contro la maggiore consapevolezza dei pericoli e dei possibili effetti dei cambiamenti climatici. Lo spionaggio più accanito – lo rivela Edward Snowden – si concentra ai vertici ONU sul clima. Le possibili intese per ridurre le emissioni di CO2 sono state finora bloccateattraverso i servizi di spionaggio USA, che, in concomitanza cogli incontri bilaterali tra i Paesi più propensi alla riduzione, trasmettevano ai responsabili politici USA e ai governi di Regno Unito, Canada, Australia e Nuova Zelandale deliberazioni più avanzate da sabotare nelle assemblee generali. In fondo ci troviamo di fronte a conflitti nuovi, ma non meno devastanti: è la globalizzazione competitivache si oppone alla giustizia climatica e che porta a indirizzare le risorse dello spionaggio militare per impedire “l’avanzata” degli oppositori del petrolio e del carbone. La NSA si occupa di attività di intelligence nella guerra al terrore e di promuovere gli interessi strategici americani e la correlazione con la sua conversione al cambiamento climatico è ben spiegata da James R. Clapper, sottosegretario USA alla Difesa per l’Intelligence, che spiega: “Sempre più l’ambiente sta diventando un avversario per noi. E credo che le capacità e le risorse della comunità dell’intelligence devono essere esercitate sempre nel valutare l’ambiente come un avversario.

 

 

Il future delle fonti energetiche secondo l’IEA

Nel suo World Energy Outlook 2014, l’Agenzia Internazionale per l’Energia (IEA) invita i governi a evitare che gli eventi attuali distraggono dalle decisioni da affrontare a lungo termine. Per la prima volta la “bibbia” delle corporation e utilities mondiali mette il clima davanti alla finanza e assesta un duro colpo alle illusioni che la riduzione dei prezzi, principalmente attraverso i prodotti “shale”, affronti con successo il nodo del cambio di paradigma ormai alle porte. Le possibili soluzioni alla crescita di domanda energetica, secondo la IEA,  stanno nell’efficienza (risparmio) e nella crescita delle rinnovabili. Entro il 2040, la fornitura mondiale di energia verrebbe divisa in quattro parti quasi uguali: fonti a basso tenore di carbonio (nucleare e rinnovabili), petrolio, gas naturale e carbone. Il nucleare dovrebbe crescere del 40% ((Cina, India, Corea e Russia). Le energie rinnovabili dovrebbero diventare il numero uno al mondo come fonte di produzione di energia elettrica, superando il carbone. La crescita della domanda mondiale di petrolio rallenterebbe fino quasi a fermarsi entro il 2040; quella di gas crescerebbe più del 50% nel 2040, con gli Stati Uniti che rimangono il più grande produttore mondiale del gas, per gran parte in virtù dell’estrazione di gas di scisto, che dal 2030, tuttavia, entrerà in calo. Il carbone risulta sempre più evidentemente la fonte da sostituire.

 

 

Anche per i gestori del sistema energetico mondiale resta quindi da vedere quale sarà l’effettiva dimensione della rivoluzione dello shale gas, la sua durata, le incognite ambientali e finanziarie che presenta. Mentre invece per la prospettiva delle rinnovabili si mantiene una fiduciosa prudenza e si prevede una direzione strategica e duratura di crescita in funzione non solo integrativa, ma sostitutiva delle altre fonti.

 

 

Le conseguenze geopolitiche della “Rivoluzione Shale”

Molte delle notizie elaborate in questo paragrafo sono prese dal numero di Marzo/Aprile 2014 della rivista “Foreign Affairs”, pubblicata negli Stati Uniti da ambienti democratici. Pur avendo prestato attenzione nel valutarle, non posso trascurare il sostegno che il sistema del “fracking” delle rocce di scisto riceve da tutto il sistema nordamericano – Canada e non solo USA. I riflessi sulla geopolitica vengono da me riportati con una certa cautela, ma hanno un loro fondamento e le mie riserve non appartengono alle convinzioni della rivista, che è invece convinta di una rivoluzione epocale, a conferma  di come l’orizzonte dei fossili non convenzionali sia nato indiscutibilmente bipartisan e come l’alternativa delle rinnovabili provenga da una cultura difficilmente classificabile secondo i tradizionali schieramenti politici.

 

 

Solo cinque anni fa, la fornitura mondiale di petrolio sembrava essere ad un picco, comportando per gli Stati Uniti la dipendenza da costose importazioni di gas naturale. Una grande rivoluzione, però, ha avuto luogo, con i produttori che hanno utilizzato nuove tecnologie con immissione di fluido ad alta pressione per rilasciare gas e petrolio dispersi in piccoli aggregati nelle formazioni rocciose. Tra il 2007 e il 2012, negli Stati Uniti la produzione di gas di scisto è aumentato di oltre il 50 per cento ogni anno, e la sua quota della produzione totale di gas degli Stati Uniti è passata dal cinque per cento al 39 per cento. Questo boom è riuscita a invertire anche il lungo declino della produzione di petrolio greggio, che è cresciuto del 50 per cento tra il 2008 e il 2013. Gli Stati Uniti stanno quindi tornando ad essere una superpotenza energetica. Lo scenario è molto americano e difficilmente potrà essere esportato, ad esempio, in Europa. Ci sono voluti finanzieri “coperti” per il rischio, un regime di diritti di proprietà che consentono ai proprietari terrieri di accedere alle risorse del sottosuolo, una rete di fornitori di servizi e infrastrutture di consegna e una struttura industriale di raccordo. Un sistema caratterizzato da migliaia di imprenditori, piuttosto che da una singola compagnia petrolifera nazionale.

 

 

Come conseguenza di un imprevisto input di combustibile endogeno, la maggior parte del petrolio dell’Africa occidentale prende la via verso l’Asia, piuttosto che verso gli Stati Uniti. Verrà inoltre esercitata una pressione al ribasso sui prezzi del petrolio e del gas a livello globale, diminuendo così “l’effetto leva” geopolitica che alcuni fornitori di energia hanno esercitato per decenni. Si produrrà sempre più gas liquido (GNL) con sistemi di rigassificazione sulle coste, anche se l’integrazione di Nord America, Europa e mercati del gas asiatici richiederà anni di investimenti in infrastrutture. La riduzione del prezzo del petrolio è valutata fino al 20%. Oggi esso è determinato per gran parte della Organizzazione dei Paesi esportatori di petrolio (OPEC), che regola la produzione tra gli Stati membri e man mano che l’ondata nordamericana supplementare inonderà il mercato, la capacità dell’OPEC di controllare i prezzi sarà sempre più debole.

 

 

Se i prezzi del petrolio scendono accuseranno il colpo l’Indonesia e il Vietnam in Asia; il Kazakistan e la Russia in Eurasia; Colombia, Messico, Venezuela in America Latina; Angola e Nigeria in Africa; e l’Iran, l’Iraq, l’Arabia Saudita in Medio Oriente.

 

 

L’attacco maggiore è riservato alla Russia e all’Iran. L’afflusso di gas dal mercato nord americano non riuscirà del tutto a liberare il resto d’Europa dalla influenza della Russia, ma l’Europa guadagnerà dal cambiamento se si integrerà con ulteriori terminali di mercato per il gas di scisto e il GNL. Secondo il Dipartimento di Stato si indebolirebbe Putin e guadagnerebbero i suoi avversari politici. Non a caso Putin e Gazprom fanno (giustamente, peraltro) una forte campagna contro i pericoli ambientali del fracking, se dovesse approdare in Europa.

 

 

A seguito del calo del barile, l’Arabia Saudita si trova ad affrontare crescenti vincoli fiscali, il che le renderà più complesso rispondere alla primavera araba, stimolando la spesa pubblica in patria e offrendo generoso sostegno agli altri regimi sunniti della regione.

 

 

L’Iran, che già barcolla sotto il peso delle sanzioni e anni di cattiva gestione, potrebbe affrontare sfide ancora più difficili. Il paese è il quarto al mondo nella produzione di petrolio e gas, e dipende dalle forniture energetiche. Di tutti i membri dell’OPEC ha il più alto prezzo di pareggio fiscale: più di 150 dollari al barile. La legittimità del regime e quindi l’apertura verso i leader più moderati nonché il sostegno ai conflitti aperti in Medio Oriente diverranno problematici.

 

 

Prezzi dell’energia più bassi saranno invece un vantaggio soprattutto per la Cina e l’India, che sono i principali importatori. Ma la Cina beneficia anche su un altro fronte: quello russo, che ha bisogno di garantire i mercati in Oriente. Mosca e Pechino infatti si avvicinano tramite accordi energetici e gasdotti.

 

 

Per quanto riguarda l’India e altre economie asiatiche, i benefici verranno sul piano geostrategico dall’aumento della quantità di gas e petrolio trasportato attraverso il Mar Cinese Meridionale: il che contribuirà a collaborazioni militari con la Cina per la sicurezza. Allo stesso tempo, gli alleati degli Stati Uniti in Asia orientale: come il Giappone, le Filippine e la Corea del Sud, avranno l’opportunità di aumentare la loro energia importata direttamente dagli Stati Uniti e fare affidamento su un partner per loro affidabile.

 

 

In assenza di ripresa del mercato del gas in Europa, l’attrattiva di esportare GNL o shale gas resterà limitata. I nemici maggiori della strategia energetica Usa restano la Germania e la Francia, avversati ambiguamente dall’Italia e contrastati pesantemente dalla Polonia. Dal punto di vista industriale, gli Stati Uniti beneficiano già da un quinquiennio di costi minori per la manifattura, la chimica e l’acciaio e non a caso si assiste all’inversione delle delocalizzazioni che avevano caratterizzato i lustri precedenti.

 

 

Tutti i progressi che hanno scatenato il boom delle estrazioni da scisto, dipendono dal successo di imprese private in seguito ad un quadro giuridico e normativo loro favorevole. Ora questa lobby, che ha operato per un decennio con grandi profitti, preme per incentivi e un aiuto pubblico, data l’esosità sempre maggiore degli investimenti (i pozzi shale si esauriscono più rapidamente dei tradizionali) e per non pagare le ricadute ambientali di una tecnologia che utilizza l’acqua di falda fino ad esaurirla, porta in superficie metalli pesanti con massicci effetti di inquinamento, provoca ristratificazioni nel terreno a profondità tali da poter provocare scosse di terremoto. Sul piano politico-diplomatico, petrolio e gas non convenzionali degli Stati Uniti hanno permesso a Washington di placare i timori di un picco dei prezzi e, quindi, di ottenere il sostegno internazionale per sanzioni a destra e a manca.

 

 

Il possibile rilancio del nucleare

Energia pulita, praticamente illimitata e a costo zero o quasi: il sogno della fusione nucleare promette tutto questo, e Lockheed Martin pensa di riuscire ad arrivarci in appena 10 anni. Si tratta di una notizia confutata dai maggiori esperti nucleari, ma è significativa di una campagna tesa a riproporre una strada che Three Miles Island, Chernobyl e Fukushima sembravano precludere per sempre.

 

 

L’assurdità della tecnologia nucleare può solo essere esorcizzata con la promessa di una sua riconversione innocua e pulita: il miraggio Lockheed serve solo a giustificare sussidi e investimenti pubblici al nucleare che c’è. Dopo l’avanzata dei repubblicani alle elezioni della scorsa settimana, l’industria nucleare americana ha immediatamente sostenuto che occorre aumentare del 20% i finanziamenti a fondo perduto per le industrie del settore. Il Pentagono ha pubblicato a fine Ottobre un nuovo rapporto   che suona l’allarme sulle minacce alla sicurezza nazionale rappresentata dal cambiamento climatico e prevede che su di esso si sfideranno sul serio le forze militari (sic!). Secondo il rapporto, le truppe degli Stati Uniti saranno sempre più schierate all’estero e molte delle basi navali degli Stati Uniti diventeranno vulnerabili alle inondazioni per l’innalzamento del livello del mare e le sempre più violente tempeste tropicali. Il Ministero della Difesa si attrezza per studiare “scenari di pianificazione di difesa” di fronte alla diminuzione di ghiaccio marino artico, che creerà nuove rotte di navigazione e aprirà nuove aree per l’estrazione delle risorse.

 

 

Le elites conservatrici di tutto il mondo i sentono rinfrancate se si guarda al cambiamento climatico attraverso la lente militarizzata che prende il nome di “sicurezza nazionale”. Questo può far dimenticare il debito contratto verso la natura e diminuire la nostra immaginazione politica collettiva. Perfino Bloomberg ammette con una certa preoccupazione che il controllo repubblicano del Congresso farà probabilmente crescere la potenza nucleare nel Nord America e favorirà una più stretta collaborazione in tutto il settore termonucleare nei paesi avanzati, in nome di una finta lotta ai cambiamenti climatici, che conserva l’infrastruttura elettrica dominata dagli interessi di un’offerta sempre in crescita. Ancora una volta non si può sottovalutare il ruolo dell’apparato militare nel sostegno al nucleare civile. Due mesi fa, Cameron ha confermato “l’irrinunciabilità dell’arsenale nucleare nazionale ai fini della preservazione degli interessi vitali del paese. Con intenti analoghi si assiste ad una globalizzazione dell’industria nucleare civile, con scambi sempre più rilevanti tra le nazioni (Gran Bretagna, Stati Uniti, Cina, Pakistan e Israele) che possiedono già l’arma nucleare o che aspirano ad esserne abilitati (Giappone), mentre la Russia è attiva nella costruzione e nel finanziamento di nuove centrali nucleari nei paesi africani e asiatici.

 

 

Il boom delle grandi dighe

Nel mondo 3700 progetti idroelettrici sopra il megawatt sono in costruzione o in fase di studio, concentrati soprattutto in Asia sudorientale, America Latina e Africa, Balcani e in Turchia. Un boom che, oltre che ad un aumento della produzione da fonti rinnovabili, porterà notevoli problemi ambientali e sociali, se non addirittura geopolitici, ma anche impatti sul clima, visto che certi bacini idroelettrici diventano un’importante causa di emissioni di metano. Distratti dai progressi di eolico e solare, non abbiamo notato il boom prossimo venturo di quella che conta di restare la principale fonte di elettricità rinnovabile: l’idroelettrico. Se tutti i 3700 progetti fossero effettivamente realizzati, si tratterebbe di un aumento del 43% nel numero delle 8600 dighe già esistenti e una crescita di potenza del 73%: dai 980 GW attuali, a 1.700 GW. Non si può trascurare il fatto che i progetti fornirebbero energia economica e rinnovabile a molti di quei paesi dove risiede la maggior parte degli 1,4 miliardi di persone ancora non raggiunte dall’elettricità.

 

 

Tutta questa frenesia costruttiva rappresenterebbe un positivo passo avanti verso un sistema energetico mondiale senza emissioni di CO2, se non fosse che l’energia idroelettrica su grande scala ha numerosi lati oscuri. Viene ridotto il numero ormai esiguo di grandi sistemi fluviali rimasti senza sbarramenti, facendoli passare da 120 a 95. Sbarrare i fiumi vuol dire danneggiarne l’intero ecosistema fluviale, impedendo il movimento della fauna acquatica e alterando il flusso delle piene, spesso benefico per l’ambiente intorno al fiume, e del trasporto dei sedimenti verso il mare. Il tutto in aree di particolare importanza ecologica, come l’Amazzonia, il Congo, il Mekong, che contengono da soli il 18% di tutte le specie di pesci di fiume del mondo, o i Balcani, che sono la più importante area di fauna d’acqua dolce d’Europa.

 

 

Da un punto di vista sociale, poi, la costruzione di grandi dighe significa costringere milioni di persone ad abbandonare fertili valli fluviali dove magari abitavano da millenni, rinunciando a usare le risorse che contenevano. Inoltre, molti dei fiumi “bersaglio” delle nuove dighe, scorrono in più Paesi, e questo complica la gestione del flusso idrico, aumenta le tensioni internazionali in modo non molto diverso da quanto faccia la corsa ai combustibili fossili. Non va, infine, trascurato il fatto che l’idroelettrico è in realtà una fonte di gas serra, soprattutto quando viene costruito in zone tropicali: la vegetazione lasciata a marcire nei bacini, può rilasciare tanti gas serra da rendere questi impianti, almeno nei primi anni di funzionamento, 10 volte più dannosi per il clima, a parità di elettricità prodotta, di quelli a carbone.

 

 

Il futuro delle rinnovabili

Nei primi tre trimestri del 2014, la Cina ha speso 175 miliardi dollari in progetti di energia pulita, un salto del 16 per cento rispetto all’anno precedente, secondo i dati di “Bloomberg New Energy Finance”. L’investimento in energia solare cinese ha raggiunto un record di 12,2 miliardi dollari in autunno e il paese potrebbe aggiungere più di 14 gigawatt (GW) di capacità solare quest’anno, quasi un terzo del totale mondiale e una quantità pari a quella rilevante installata in Italia.

 

 

Se ci avviciniamo a noi, è’ molto interessante il recente rapporto di Eurelectric1 (gli industriali dell’elettricità europea), sull’integrazione della corrente prodotta con le fonti rinnovabili (FER) nei mercati elettrici d’Europa. In sintesi, le imprese dicono che visto che sempre maggiore è la quantità di elettricità da FER disponibile, è necessario che queste fonti si adattino al mercato, applicando gli stessi diritti e doveri delle altre fonti”. Io penso che sia ormai necessario che il mercato si adatti alle FER. La critica verso queste fonti si concentra sulla loro discontinuità, ma il problema di non programmabilità della produzione da rinnovabili c’è sempre meno oggi grazie ai software e alle previsioni meteo sempre più precise, per cui l’errore medio da un giorno all’altro è in linea con gli errori di previsione della domanda elettrica.

 

 

La grande opportunità che le rinnovabili offrono è quella di fuoriuscire dalla geopolitica delle fonti fossili – eliminando i sistemi di estrazione, distribuzione e conversione a gestione monopolista – e di limitare l’ambito di dipendenza dei consumatori –produttori al temporaneo trasferimento di tecnologie, peraltro sempre più facili da produrre in loco e da applicare con un adattamento che la comunità sul territorio è in grado di individuare democraticamente.

 

 

Sul piano dei costi la novità clamorosa è il raggiungimento di una ormai consolidata parità per il solare e l’eolico, in vista del raggiungimento di ulteriore efficienza e economicità in tempi rapidissimi. Sul piano dell’evoluzione dei sistemi, la possibilità di accumulo e di ricorso a reti intelligenti apre spazi a mio giudizio ben più promettenti di quelli inseguiti con il recupero di fonti fossili disperse nelle rocce o inglobate sui fondi degli oceani.

 

 

Cenni agli accordi commerciali e ai rapporti tra gli Stati

Washington è attualmente di fronte a due importanti accordi commerciali multilaterali di negoziazione: il Trattato transatlantico sul commercio e gli investimenti (TTIP, con i 28 Paesi dell’UE) e la Trans-Pacific Partnership (TPP con 11 Paesi nella regione Asia-Pacifico e Americhe). Va qui ricordato che quando si tratta di esportazioni di GNL o shale gas, la legge statunitense concede l’approvazione automatica alle applicazioni per i terminali destinati a spedire il gas ai paesi che hanno sottoscritto accordi commerciali con Washington, mentre le richieste di terminali GNL per inviare il gas altrove, al contrario, devono passare-attraverso un processo di valutazione, che determina se tale commercio è nell’interesse nazionale degli Stati Uniti. Questo è il nodo che gli Stati Uniti vogliono risolvere una volta per tutte a loro vantaggio e a vantaggio delle loro imprese, sia con l’UE che con i Paesi del TTP. Di fronte a questa prevalente asimmetria e alla possibilità di renderla norma universale cogente, l’UE sta rinunciando ai suoi obiettivi ed è giunta ad annacquare gli obiettivi di efficienza e rinnovabili che si era data, soprattutto per le pressioni svolte dalla Polonia. Nel mondo in via di sviluppo, Cina e Brasile hanno attirato l’attenzione con la loro capacità di attrarre capitali di fonti energetiche a basse emissioni di carbonio. Il Sud Africa è salito davanti a tutte le altre nazioni africane, con quasi 10 miliardi di dollari di investimenti in energia pulita intrapresi negli ultimi due anni.

 

 

Nel mese di Novembre Cina e USA hanno ribadito il loro interesse comune in “mercati energetici sicuri e ben forniti” e discusso collaborando per sviluppare le risorse energetiche della Cina, tra cui nucleare e gas di scisto. Il gigante asiatico, primo emettitore mondiale di gas serra, ma responsabile solo del 7,6% delle emissioni in una prospettiva storica (contro il 30% degli Usa), per la prima volta accetta di darsi un obiettivo di riduzione della CO2 in termini assoluti, mentre finora si era impegnato solamente a ridurre il tasso di crescita delle emissioni. Gli Stati Uniti, da parte loro, alzano l’asticella rispetto all’impegno preso a Copenhagen nel 2008: non si limiteranno a ridurre le emissioni del 17% rispetto ai livelli del 2005 entro il 2020, ma punteranno a tagliarle del 26-28% al 2025. Ma, nonostante le dichiarazioni di John Kerry, che esaltano la convergenza sul ricorso a fonti a basse emissioni climalteranti, l’accordo ribadisce che la direzione è quella di un’azione congiunta per la sostituzione del carbone con il gas di scisto e per l’impegno ad una quota maggiore di nucleare + rinnovabili nel mix energetico.

 

 

L’accordo potrebbe dare slancio a un nuovo accordo globale sul clima, previsto per essere completato il prossimo anno durante i colloqui delle Nazioni Unite condotte a Parigi. Ma, in realtà, il raggiungimento degli obiettivi di riduzione è un altro discorso. Avrebbero bisogno di enormi cambiamenti economici, che potrebbero essere politicamente o socialmente impopolari, sia gli Stati Uniti che la Cina. In ogni caso preoccupa il fatto che un accordo bilaterale anticipi i colloqui multipolari in sede ONU e quindi possa fissare una linea più propagandistica che reale. In effetti, le emissioni sono in aumento in entrambi i paesi; Obama deve affrontare una forte opposizione politica; le alternative senza carbonio sono spesso più costose e vanno affidate alla politica e non solo al mercato.

 

 

Qualche riflessione conclusiva

La rivoluzione Shale è sopravvalutata e potrebbe nel medio periodo rivelarsi strategicamente non risolutiva, dato che i vincoli climatici e finanziari di lungo periodo potrebbero risultare per questa tecnologia esiziali. Il riflesso geopolitico immediato è indubbio e rivaluta le riserve energetiche degli Stati Uniti precedentemente in grave crisi fornendo ad essi una posizione di rilievo assoluto in un mercato tuttavia molto complesso e non influenzato certo solo dal prezzo del petrolio.

 

 

Le regole del mercato energetico – ed elettrico in particolare – andrebbero rapidamente cambiate con l’obiettivo di produrre sempre più elettricità consumando sempre meno risorse naturali, emettendo sempre meno anidride carbonica ed altri inquinanti. Questo potrà diventare l’obiettivo della politica energetica, se si sostituisse una retorica e insuperabile contesa fra rinnovabili e fossili, per essere meno dipendenti dall’estero, proteggere il clima e creare lavoro. E’ un discorso che in Italia, in una paradossale insicurezza energetica, dovrebbe rappresentare il nerbo di una politica industriale per sfruttare al massimo le proprie risorse naturali rinnovabili in un orizzonte che unisca lavoro, ambiente, clima e politica estera.

 

 

Non sembra che la classe dirigente mondiale – e italiana in particolare – sia all’altezza di una simile sfida. Basta ricordare che un esperto stimato come Alberto Clò, in una intervista ad un quotidiano nazionale, accusa l’Europa di “aver inseguito le farfalle delle rinnovabili”,  “promuovendo una strategia illusoria di de-carbonizzazione delle fonti di riscaldamento e finendo per riversare su gas ed elettricità oneri non di mercato, legati agli incentivi per le “energie pulite”. Mentre, a suo dire – e delle sue fonti di ispirazione – “è certificato che nel lungo termine la crescita delle richieste energetiche potrà essere soddisfatta per l’80-85 per cento dai combustibili fossili”.

 

 

Un po’ il contrario di quanto abbiamo provato qui a sostenere e documentare. Ma tant’è, perché se l’obiettivo della politica energetica è quello di “spingere Teheran e Mosca a più miti consigli”, allora le grandi questioni dell’uguaglianza sociale e climatica, dell’accesso non dissipativo alle risorse naturali, del diritto alla pace come premessa ad una vita dignitosa, della democrazia come risorsa e potere di decisione saranno sempre fuori portata.

 

 

Mario Agostinelli, novembre 2014 

 

 

 

 

 

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