Geoingegneria, un piano B per il cambiamento climatico? 29 agosto, 2014 | Redazione A Sud

geoingegneria[di Flavio D’abramo, Francesco Paniè su LinfaLab]

 

 

L’articolo che state per leggere tratta di questioni poco note e ancor meno dibattute sui media italiani, ma ampiamente trattate dagli organi di informazione esteri e nella letteratura scientifica. Ci proponiamo di fornire al lettore le informazioni generali su alcune tecniche usate per modificare il clima che vanno sotto il termine ombrello “geoingegneria” e che mirano a controllare la terra nei suoi assetti fisici (atmosfera, ionosfera, biosfera, oceano, etc.). Nell’ultimo rapporto dell’IPCC la geoigegneria è stata invocata come soluzione al cambiamento climatico, proposta che solleva alcuni quesiti di carattere sociale.

 

 

 

Il male minore

«È come se stessimo guidando verso un precipizio. La cosa più sensata sarebbe invertire la marcia e scegliere un’altra meta. Il consiglio della geoingegneria è invece quello di spingere il piede sull’acceleratore»

 

 

Con questa semplice metafora, Vandana Shiva critica quello che è stato definito il piano B dagli autori dei rapporti IPCC. Nel dossier presentato a Berlino lo scorso 12 aprile, si parla infatti di geoingegneria come di un “male minore” rispetto a un totale immobilismo (paragrafo 3.3.7).

 

 

La soluzione più ovvia al cambiamento climatico, in un’ottica ecologista, sarebbe quella di agire sulle sue cause, ovvero le attività produttive più impattanti, al fine di ridurre la CO2 emessa in atmosfera. E questo potrebbe significare, ad esempio, riformare il sistema dei trasporti e quello industriale (produzione energetica e di manufatti, zootecnia, agroindustria, etc.). Tuttavia, questa visione si scontra con l’interesse delle multinazionali le quali considerano lo sviluppo in termini di mera crescita economica, e che perciò considerano la salvaguardia dell’ambiente e della salute umana come spese superflue. È in questa prospettiva che il protocollo di Kyoto è stato aggirato e le istanze ambientaliste sono di fatto diventate nient’altro che un mercato delle emissioni: i paesi più industrializzati possono acquistare le quote di CO2 assegnate ai paesi in via di sviluppo per evitare di affrontare la questione della riduzione di carbonio seriamente.

 

 

Nello stesso ordine di idee si muove anche l’IPCC quando guarda alla geoingegneria come rimedio “pronto-uso” per mitigare il cambiamento climatico. Tra le soluzioni proposte compaiono tecniche per il sequestro della CO2 (Carbon Dioxide Removal) e il controllo delle radiazioni solari (Solar Radiation Management). Il panel di esperti dovrebbe avere come scopo ultimo quello di fornire informazioni limitandosi a vagliare tutte le alternative possibili per raggiungere gli obiettivi. Tuttavia, quando un organismo tanto influente include e giustifica soluzioni come quelle della geoingegneria, non sorgono solo sospetti, ma vere e proprie preoccupazioni. Lo ha segnalato anche il Guardian, sottolineando che

 

 

«l’aggiunta della parola “geoingegneria” nell’ultimo paragrafo del più importante report sul cambiamento climatico degli ultimi sei anni è una grande sorpresa»

 

 

La cosa ha preoccupato anche l’ETC (Group on Erosion, Technology and Concentration), che ha pubblicamente espresso il suo disaccordo, inviando al capo dell’IPCC, Dr. Pachauri, una lettera sottoscritta da 167 organizzazioni. Secondo i firmatari la probabilità che la geoingegneria rappresenti una soluzione sicura, duratura, democratica e pacifica è pari a zero.

 

 

 

Il sequestro del carbonio e l’inseminazione delle nuvole

Con il sequestro della CO2 si opera la cattura del carbonio subito prima o poco dopo la combustione (così come avviene nella centrale Enel di Brindisi). Il passaggio successivo è il trasporto e lo stoccaggio in vecchi giacimenti petroliferi esauriti o in formazioni porose e permeabili saturate con acqua salata. Un processo, quest’ultimo, che presenta rischi tangibili come il rilascio imprevisto di massicci quantitativi di carbonio in seguito a terremoti o a modificazioni delle strutture di contenimento, oppure una continua e silente fuoriuscita in atmosfera. Ma non solo: la CO2 catturata può essere utilizzata per mandare in pressione giacimenti petroliferi in via di esaurimento, facilitando il recupero di quantità di greggio altrimenti impossibili da estrarre. È chiaro che in questo modo non solo non si riducono realmente le emissioni, ma si continua a disperdere CO2 per poi cercare di mettere la polvere “sotto il tappeto”.

 

 

Il secondo sistema, quello della inseminazione delle nuvole (controllo delle radiazioni solari), funziona grazie allo spargimento in atmosfera di particolari sostanze, di solito vaporizzate da aerei cisterna. Questa pratica permette di manipolare la temperatura della superficie terrestre e le condizioni meteorologiche. Nel caso del cloud seeding, tecnica utilizzata per indurre precipitazioni, vengono nebulizzati in atmosfera ioduro d’argento o ghiaccio secco (biossido di carbonio congelato). Attorno a queste molecole si condensa il vapore acqueo finché precipitano sotto forma di pioggia. Se nelle migliori intenzioni l’inseminazione delle nuvole servirebbe a portare acqua là dove si soffre la siccità, un suo uso deviato consente di scatenare bombe d’acqua ed eventi meteorologici estremi su un obiettivo prescelto. Come illustra l’ex generale della Nato e dell’Esercito Italiano Fabio Mini, il controllo meteorologico e climatico fa «parte della ricerca militare ancora attiva e tenuta segreta» (Mini 2007, Owning the weather: la guerra ambientale è già cominciata, in “Limes”, n. 6, p.17).

 

 

Nel 1977, quando le pratiche di modificazione meteorologica erano già in atto, venne firmato un trattato internazionale che bandiva l’uso di tecniche di modificazione terrestre per finalità militari o usi ostili. Tra i fenomeni messi al bando nella risoluzione 31/72 delle Nazioni Unite compare l’induzione di terremoti, di tsunami, di squilibri ecologici regionali; del cambiamento meteorologico (nuvole, precipitazioni, cicloni e tornado); così come è vietato il cambiamento indotto delle correnti oceaniche, l’intervento diretto sullo strato d’ozono e sulla ionosfera. L’idea e le pratiche per il controllo delle condizioni meteorologiche e climatiche sono accarezzate dalle società occidentali da centocinquant’anni. Lo spiega bene il professor James R. Fleming, che ha dedicato la sua vita alla storia della climatologia e che da tempo richiama urgentemente l’attenzione del pubblico su questa tematica che ha assunto connotazioni “patologiche”.

 

 

Inizialmente queste tecniche sono state impiegate in ambito civile per garantire l’irrigazione dei terreni agricoli e l’approvvigionamento idrico degli agglomerati urbani. Tuttavia, il rischio di effetti collaterali incontrollabili si è manifestato subito in tutta la sua gravità. Nel 1951, quasi duecento richieste di danni (per un totale di 2 milioni di dollari) vennero inoltrate alla città di New York dalle comunità di cittadini delle montagne Catskill, 150 km a nord della capitale. Queste persone chiedeveno di essere risarcite per i danni subiti dall’alluvione causata dall’attività di pioggia artificiale di Wallace Howell, assunto dall’amministrazione di New York per garantire le riserve d’acqua della metropoli. I querelanti non vennero mai risarciti, ma ottennero uno stop permanente delle tecniche di pioggia artificiale. In quegli anni la General Electric, che finanziava esperimenti di rainmaking, intuì che, per evitare l’opposizione delle comunità flagellate dagli effetti collaterali della modificazione meteorologica, questa pratica doveva invece venire gestita dal settore militare che avrebbe garantito la segretezza. In questo modo nessuno avrebbe più saputo a chi attribuire la responsabilità dei fenomeni meteorologici indotti.

 

 

Proprio di recente, durante la COP 19 di Varsavia, i paesi in via di sviluppo hanno chiesto in coro la costituzione di un fondo a cui attingere in caso di calamità naturali, ma sono stati sostanzialmente ignorati; infatti è stato approvato un meccanismo, ma non ne sono state definite le coperture economiche.

 

 

 

Per un’ecologia del consenso

Dunque, tra le soluzioni per mitigare il cambiamento climatico l’IPCC include tecniche che presentano rischi tangibili per le comunità e che non prevedono il loro coinvolgimento attivo, ignorando sia i campi d’applicazione che gli usi passati e presenti. La documentazione storica e scientifica raccolta nei lavori di James R. Fleming, rimanda più volte a casi di controllo meteorologico e climatico usati per finalità belliche (ad esempio nell’operazione Popeye, inziata nel 1967 e durata cinque anni e che fu condotta dagli Stati Uniti in Laos, Vietnam e Cambogia).

 

 

Gli effetti dei fenomeni climatici estremi indotti dalla geoingegneria investono i campi della salute umana e degli altri organismi dell’ecosistema. Il dato di fatto più preoccupante è che invece di ricercare una soluzione politica decisa consensualmente tra i paesi coinvolti nella questione climatica, l’IPCC prenda in considerazione una soluzione tecnologica che, al contrario, esclude il coinvolgimento delle comunità direttamente interessate. Attraverso questa pratica, inoltre, si rischia di estendere le cause del problema: sarebbe utile infatti calcolare quanta CO2 viene prodotta da parte dell’aviazione per controllare la temperatura terrestre attraverso lo spargimento di aerosol. Inoltre il clima è un sistema altamente complesso soggetto ai mutamenti di una molteplicità di sottosistemi e che sfugge perciò alla predizione dei modelli deterministici classici (solitamente lineari). Dunque nei modelli utilizzati per gli esperimenti di geoingegneria, è più che verosimile che vengano tralasciati molti degli effetti che verranno prodotti.

 

 

Le tecniche e le pratiche di controllo climatico non coperte da segreto militare sono pubblicate da riviste specialistiche, illustrano tali esperimenti e documentano gli effetti collaterali che possono investire le zone circostanti l’intervento. Ad esempio, nell’articolo del 1970 di Alberto C. Montefinale (e colleghi), pubblicato da Pure and Applied Geophysics, viene illustrato un esperimento, durato due anni e condotto sui monti Prenestini alle porte di Roma, per indurre la pioggia. Oppure, nell’articolo del 2014 di DeFelice (e colleghi), pubblicato da Atmospheric Research, si sottolinea che l’induzione della pioggia può creare effetti tangibili fino a 200 km dall’area di azione.

 

 

Il grande nodo della tecnologia geoingegneristica in relazione all’organizzazione sociale è un tema tanto importante quanto poco dibattuto. Nello scorso secolo i valori sociali e quelli metodologici, venivano separati, cosicché il bravo scienziato era colui che allegramente ignorava le implicazioni sociali e pubbliche del suo operato. Lo descrive bene Thomas Kuhn nel suo La struttura delle rivoluzioni scientifiche:

 

 

«L’isolamento della comunità scientifica dalla società permette al singolo scienziato di concentrare la propria attenzione su problemi per i quali ha buone ragioni di credere che sarà in grado di trovare la soluzione» (Kuhn 1969, p. 198).

 

 

Questa scissione tra valori etici e valori metodologici veniva sancita durante la guerra fredda, quando Russia e Stati Uniti si scontravano per contrapporre due visioni sociali opposte: da una parte l’importanza collettivistica dell’organizzazione politica e sociale e dall’altra l’azione individuale e competitiva degli individui.

 

 

La questione della distinzione tra valori etici e valori metodologici, che rispecchia bene lo scacchiere che si era creato durante la guerra fredda, è controversa perché esistono alcuni casi in cui per capire quali sono le implicazioni sociali di specifiche tecnologie è necessario saper interpretare e tradurre termini altamente tecnici e avere competenze scientifiche per potersi districare in linguaggi e stili retorici complicati (alcuni modelli matematici di previsione possono essere imperscrutabili ai più).

 

 

L’IPCC è stato criticato proprio per la sua esotericità. Infatti i modelli sviluppati dall’IPCC per prevedere gli andamenti del clima (i cosiddetti General Circulation Models) possono essere compresi solo da pochi specialisti; in questo modo la possibilità di critica è praticamente nulla. Daniel Demeritt (professore del Kings College di Londra) esorta geografi e ricercatori provenienti dalle scienze sociali a interessarsi al ruolo che l’IPCC sta assumendo nel controllo del cambiamento climatico: è molto probabile infatti che il ruolo del panel non solo stia diventando un monopolio, ma che – attraverso pareri di carattere tecnico e scientifico – vengano assecondati particolari disegni politici.

 

 

La scienza non sarà mai priva di contenuti di carattere etico e valoriale; la neutralità scientifica è una vecchia chimera che richiama argomenti ideologici neanche così tanto raffinati. Che esista un cambiamento climatico in corso è cosa fuor di dubbio. Che la causa principale di tale cambiamento sia l’attività umana è altrettanto certo. Ma che la geoingegneria sia il male minore, è tutto da dimostrare.

 

 

È quindi importante che l’IPCC, agenzia delle Nazioni Unite, inizi a pensare a un modello di consenso più inclusivo di quello attualmente in uso. È altrettanto importante che comitati e associazioni di cittadini lascino da parte gli argomenti più ideologici per iniziare una approfondita opera di informazione. Infatti sulla geoingegneria, e più in generale sulle questioni tecnologiche più spinose, è in atto una disinformazione fuorvianti rispetto ai nodi della questione, che sono invece di carattere pratico e legale. Ad esempio: se attraverso le tecniche per mitigare il clima, l’intensità delle pioggie aumenta a tal punto da creare problemi di carattere idrogeologico (quali frane e alluvioni), in quale sede e da chi andrà discusso l’argomento? E con quali risorse si dovrà far fronte a tali emergenze? Ancora una volta torna utile il ricorso alle parole di Vandana Shiva:

 

 

«La geoingegneria non è altro che un’espressione di hybris, di arroganza estrema, fuori dal controllo democratico»

 

 

 

 

*Articolo pubblicato su linfalab.it,  18 maggio 2014

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